Pietro Sermonti, cosa si nasconde dietro il suo talento comico

Ha iniziato sognando Čechov e Shakespeare, poi ha trovato nella commedia una delle sue espressioni più riuscite. Il percorso di Pietro Sermonti

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Paola Landriani

Lifestyle Editor

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Da Guido Zanin a Stanis La Rochelle, Pietro Sermonti ha attraversato due facce della televisione italiana. Da una parte il romanticismo rassicurante di Un medico in famiglia, dall’altra la satira irriverente di Boris, che con una battuta è riuscita a raccontare vizi e contraddizioni di un intero Paese.

Eppure, quando ha iniziato a recitare, Sermonti pensava che la sua strada sarebbe stata soprattutto quella del dramma. La commedia, per lui, è arrivata in modo diverso da come avrebbe immaginato.

Pietro Sermonti, il sogno di una carriera drammatica

Pietro Sermonti non ha sempre immaginato di far ridere il pubblico. Quando pensava al proprio futuro da attore, guardava soprattutto a Čechov, Shakespeare e ai grandi personaggi drammatici.

Il teatro è stato il suo primo vero terreno di incontro con la recitazione, a partire da Il gabbiano di Čechov, uno spettacolo che gli ha permesso di avvicinarsi a un mondo in cui si riconosceva molto più di quanto avrebbe immaginato.

Non era soltanto una questione di gusti teatrali. Sermonti si è descritto in più occasioni come una persona dall’indole malinconica: un “Amletino patinato con gli occhioni“. In un’intervista ha raccontato di essersi sentito a lungo più vicino al dramma che alla commedia, anche per quella tendenza a portarsi dentro inquietudini e fragilità personali che trovavano nella scena uno spazio in cui esprimersi.

Nel frattempo, la televisione gli regala una prima grande popolarità. Nel 2004 entra nel cast di Un medico in famiglia e veste i panni di Guido Zanin, il medico che si innamora di Maria. Il pubblico si affeziona alla coppia e Sermonti diventa uno dei protagonisti più amati della fiction.

Ansa
Margot Sikabonyi e Pietro Sermonti durante “Un medico in famiglia”

È un personaggio romantico, rassicurante, inserito in un racconto familiare che rappresenta una certa idea di televisione italiana. Un’immagine che sembra molto distante da quella che di lì a poco avrebbe contribuito a costruire con uno dei personaggi più irriverenti della sua carriera.

“Boris” e la scoperta della comicità

Con Stanis La Rochelle, Pietro Sermonti  si immedesima in tutto ciò che un attore dovrebbe evitare di essere: vanitoso, convinto di avere un talento fuori dal comune, ossessionato dall’idea di lavorare all’estero e di essere riconosciuto come una star internazionale. Eppure è proprio questa sua incapacità di vedere se stesso con lucidità a renderlo irresistibile. Stanis vuole essere un attore americano, ma resta profondamente autoctono, nelle ambizioni, nelle pose e persino nelle sue piccole miserie. “Tutto molto italiano“, come direbbe lui.

La forza di Boris sta anche qui: prendere in giro la televisione italiana, i suoi meccanismi, le produzioni arrangiate, le ambizioni smisurate e quella tendenza a prendersi terribilmente sul serio anche quando ci sarebbe parecchio da ridere.

Sermonti arriva da Un medico in famiglia, una delle fiction che ha contribuito a costruire quell’immaginario televisivo familiare e rassicurante che la serie di Ciarrapico, Torre e Vendruscolo mette continuamente in discussione. Passare da Guido a Stanis significa quindi attraversare due mondi molto diversi, ma conoscere entrambi dall’interno.

In un’intervista l’attore ha raccontato che Stanis è stato un regalo dei suoi amici autori, che lo conoscevano da tempo e gli hanno dato la possibilità di mostrare una parte di sé che il pubblico non aveva ancora visto. Soprattutto, gli hanno permesso di provare e trovare una nuova strada.

Pietro Sermonti, riflessioni che si vestono di comicità 

Nel 2026 l’attore torna su Netflix con la seconda stagione di Maschi veri, nei panni di Luigi, uno dei quattro amici alle prese con le trasformazioni della mascolinità, le relazioni e le aspettative che ancora accompagnano il mondo maschile. La serie sceglie la commedia per affrontare temi tutt’altro che superficiali, mettendo in scena insicurezze, fragilità e contraddizioni con cui gli uomini si ritrovano a fare i conti.

Al cinema, invece, è tra i protagonisti con Claudia Pandolfi di Un tranquillo funerale di famiglia. Qui interpreta Riccardo Mancuso, uno dei figli del patriarca scomparso, coinvolto in una riunione di famiglia in cui segreti, vecchi rancori e interessi personali finiscono per venire a galla. Anche in questo caso il registro è quello della commedia, con incursioni nel grottesco e nel black humor.

È una comicità che non si esaurisce nella battuta e che trova spesso la propria forza proprio nelle situazioni scomode. Lo stesso accadeva in Boris, dove si rideva della televisione italiana, ma anche di un sistema fatto di compromessi, ambizioni e personaggi convinti di essere molto più brillanti di quanto fossero davvero. Il bersaglio, in fondo, non è mai soltanto il singolo personaggio: è il mondo che gli gira intorno, con le sue assurdità e le sue contraddizioni.

Dopo aver immaginato per sé un futuro da attore drammatico, Sermonti ha trovato nella commedia un linguaggio che gli permette di raccontare anche ciò che non funziona, senza bisogno di trasformare ogni storia in una lezione.

Si può ridere di Stanis, degli amici di Maschi veri o delle dinamiche familiari di una commedia nera, riconoscendo in quei personaggi qualcosa di familiare. Forse il suo talento sta anche in questo: saper stare dentro l’assurdo senza perdere di vista quello che, dietro una risata, merita di essere guardato con attenzione.

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