Kemal, l’incredibile storia del “mezzo figlio” di Toni Capuozzo: il legame nato sotto le macerie

Toni Capuozzo e Kemal, il bambino salvato dagli orrori della guerra. Un legame speciale, nato tra le macerie e diventato qualcosa di molto più grande

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Antonella Latilla

Giornalista, esperta di tv e lifestyle

Giornalista curiosa e determinata. Scrittura, lettura e cronaca rosa sono il suo pane quotidiano. Collabora principalmente con portali di gossip e tv.

Ci sono incontri che cambiano una vita. Altri che invece ne cambiano due. Come quello tra Toni Capuozzo e il piccolo Kemal, avvenuto durante la guerra. Una storia di dolore, coraggio e amore. Un legame nato tra gli orrori di Sarajevo, diventato qualcosa di molto più profondo di un semplice gesto di solidarietà. Tanto che il giornalista, padre di due figli, ha sempre amato definirsi “genitore di due figli e mezzo”.

Toni Capuozzo e l’incontro con Kamal a Sarajevo

La storia di Kemal è cominciata negli anni Novanta, durante la guerra nell’ex Jugoslavia. Toni Capuozzo si trovava a Sarajevo come inviato e, insieme al suo operatore Igor, stava realizzando un servizio all’interno di un reparto pediatrico affollato di bambini feriti e malati.

Tra quei piccoli pazienti ce n’era uno che sorrideva. Fu proprio quel sorriso ad attirare l’attenzione dei due. Igor lo prese in braccio, ma subito dopo impallidì. Capuozzo gli domandò cosa fosse accaduto e il collega rispose: “Il bambino non ha una gamba”.

Kemal aveva soltanto otto mesi. I bombardamenti gli avevano portato via la madre e una gamba, lasciandolo con un futuro segnato da enormi difficoltà. “Con le tutine non ti accorgi che una gambina è vuota”, ha ricordato Capuozzo in un’intervista a Verissimo con Silvia Toffanin.

Nella Sarajevo assediata non c’erano le condizioni per procurargli una protesi adeguata. Il giornalista decise allora di compiere un gesto che avrebbe cambiato per sempre il destino del bambino: portarlo in Italia affinché potesse ricevere le cure necessarie e imparare a camminare.

Una scelta che andava oltre i doveri professionali di un inviato di guerra. “Non c’entrava niente con il nostro lavoro, non è quello che devono fare i giornalisti”, ha ammesso Capuozzo. Quello che inizialmente sembrava soltanto un intervento umanitario si trasformò, però, in qualcosa di molto più grande.

Kemal, i cinque anni nella famiglia di Toni Capuozzo e il doloroso addio

Una volta arrivato in Italia, Kemal venne accolto nella famiglia di Toni Capuozzo. A prendersi cura di lui furono anche Monica, allora moglie del giornalista, e la figlia Marta, che aveva sei anni più del bambino bosniaco.

Quella che avrebbe dovuto essere una permanenza temporanea si prolungò per cinque anni. Kemal imparò a parlare italiano, frequentò l’asilo e crebbe circondato dall’affetto di una famiglia che lo considerava uno dei suoi componenti.

“Per cinque anni è stato parte della mia famiglia”, ha dichiarato Capuozzo. Il giornalista ha confessato anche quanto quella responsabilità avesse inciso sulla sua vita: “Per quel ragazzo a volte penso che ho fatto più che per i miei figli, perché mi sentivo responsabile di averlo portato qui”.

Ma dopo cinque anni arrivò il momento che Capuozzo avrebbe ricordato come uno dei più difficili. Kemal tornò a Sarajevo, dal padre biologico e dalla nonna.

Il giornalista aveva promesso di riportarlo dalla sua famiglia d’origine e non era intenzionato a venire meno alla parola data.

“Non avrei mai voluto sottrarre la patria potestà al padre o toglierlo alla nonna”, ha spiegato, aggiungendo che quella separazione fu particolarmente dolorosa.

Il ritorno in Bosnia non segnò però la fine del loro rapporto. Capuozzo continuò a frequentare Kemal e a seguirlo anche negli anni successivi. Il legame rimase talmente forte che il ragazzo arrivò a chiamare papà sia il padre naturale sia il giornalista.

Il tumore di Kemal e il nuovo intervento di Toni Capuozzo per salvargli la vita

La vita di Kemal fu segnata da altre difficoltà. Durante la crescita ha dovuto affrontare numerose operazioni chirurgiche, necessarie soprattutto per le conseguenze dell’amputazione subita da neonato. Nel corso degli anni gli interventi sono arrivati a ben 24.

Poi una nuova diagnosi drammatica: un tumore. Il giovane affrontò sette cicli di chemioterapia e diverse operazioni, ma nel 2017 le sue condizioni tornarono a preoccupare seriamente i medici.

Un linfonodo minacciava il rene sinistro e a Sarajevo non era possibile effettuare l’intervento necessario. Fu allora che Toni Capuozzo decise di mobilitarsi nuovamente per quel ragazzo che aveva accolto in casa tanti anni prima.

Il giornalista lanciò un appello sui social con l’hashtag #hope4kemal, che si diffuse rapidamente e diede origine a una petizione online. Scrisse inoltre una lettera aperta all’allora Ministra della Salute Beatrice Lorenzin, chiedendo che Kemal potesse essere operato in Italia.

La richiesta venne accolta e nel dicembre 2017 il giovane fu sottoposto a un delicato intervento. Seguirono altri ricoveri e operazioni, fino alla guarigione completa che portò al rientro a casa.

Una storia fatta di coraggio, promesse mantenute e un affetto mai interrotto. Una grande lezione di umanità.

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