Perché l’Odissea di Nolan è diversa da quella che abbiamo studiato a scuola

Non è l'Odissea che ricordavamo dai banchi di scuola: ecco cosa cambia davvero nel film di Christopher Nolan

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Paola Landriani

Lifestyle Editor

Content e lifestyle editor, copywriter e traduttrice, innamorata delle storie: le legge, le scrive, le cerca. Parla di diversità, inclusione e di ciò che amano le nuove generazioni.

Chi l’ha già visto l’Odissea di Nolan (o sta per farlo) si ritrova diviso tra due pensieri. Da una parte la sensazione di trovarsi davanti a un genio del cinema, capace di reggere tre ore di kolossal senza far staccare gli occhi dallo schermo.

Dall’altra un pensiero un po’ più scomodo: l’Odissea è un racconto che attraversa quasi tremila anni, e ogni volta che qualcuno la tocca, la piega o la riscrive, resta da capire se quel gesto la tiene viva o la tradisce.

Nolan quell’azzardo l’ha corso, ma ci sono differenze che i fan del poema, o chiunque abbia fatto il liceo classico, non ha potuto non notare ma che, molto probabilmente, hanno un motivo.

“Odissea”, le differenze tra il film di Nolan e Omero

Gli Dei

Le differenze tra il poema e il film sono moltissime, ovviamente. Ma alcune saltano all’occhio più di altre. Una di queste è come il regista abbia scelto di parlare degli Dei.

Nel poema omerico intervengono di continuo: Atena protegge Ulisse, Poseidone ostacola il suo viaggio e Zeus decide quando l’eroe può invece ripartire.

Nolan smonta quasi per intero questa impalcatura scegliendo di non portarli sul grande schermo. Zeus non compare mai e Poseidone resta una minaccia legata al mare. Atena, interpretata da Zendaya, è invece una presenza ambigua: una dea, forse, o solo la coscienza di Ulisse che prende forma umana. Solo nel finale si scopre chi è davvero: il volto di una sacerdotessa troiana su cui Ulisse ha proiettato l’idea del divino.

Gli dei restano invocati, temuti, citati in ogni scena senza esserci davvero: ma il cinema può far sentire la furia di Poseidone attraverso una tempesta invece che mostrare un Dio, lasciando un Ulisse che non può più scaricare le proprie colpe sul fato.

La nuova versione di Ulisse

Anche Ulisse è presentato in modo diverso. Il multiforme maestro dell’inganno che conosce poco il rimorso del poema lascia spazio a un uomo più fragile: un reduce tormentato dal trauma di Troia, incapace di liberarsi dal senso di colpa per la morte dei suoi compagni.

Il centro di tutto è, ovviamente, il cavallo. Nel poema è lo stratagemma che chiude la guerra, celebrato come capolavoro di intelligenza militare. Nolan lo trasforma nell’origine della ferita che Ulisse si porta addosso per tutto il film: un inganno che ha provocato la fine di una civiltà.

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Matt Damon nei panni di Ulisse

Per gran parte della storia sembra che le sue disgrazie dipendano dall’ira di Poseidone. In realtà, la vera maledizione è la sua coscienza. Ulisse non fatica a tornare a casa perché gli dei glielo impediscono, ma perché non è ancora pronto a fare i conti con quello che ha fatto.

Circe e Calipso

Anche Circe e Calipso vengono profondamente riscritte. In Omero, Circe vive in uno splendido palazzo, circondata da ancelle e ogni tipo di ricchezza. Trattiene Ulisse per un anno intero, e lui riparte solo perché i compagni glielo ricordano. In Nolan, Circe è una figura più dimessa, spoglia, che non cerca alcuna relazione con Ulisse.

Diventa un giudice morale, e la trasformazione dei suoi uomini in animali è una reazione rabbiosa alla condotta degli uomini.

Lo stesso vale per Calipso, che tiene Ulisse prigioniero sull’isola di Ogigia, offrendogli l’immortalità pur di non lasciarlo andare.

Nolan sceglie invece di non mostrarla come una carceriera, ma più come una figura che si prende cura di Ulisse e lo aiuta a recuperare i ricordi perduti, somministrandogli il fiore di loto per allontanarlo temporaneamente dal peso della guerra.

La prigionia diventa quindi un rifugio e resta sullo sfondo un’infedeltà appena accennata: Calipso stessa ammette che a volte, sotto l’effetto del loto, Ulisse pronunciava il nome della moglie, e lo lascia andare nonostante lo voglia per sé.

 Polifemo e i Lestrigoni

Anche la figura dei Lestrigoni è decisamente diversa da come la ricordavamo. In Omero sono giganti cannibali che distruggono undici delle dodici navi di Ulisse, scagliando massi dall’alto delle scogliere. Nolan li trasforma in guerrieri in armatura, il cui arrivo viene annunciato da un bambino .

Torna invece Polifemo, ma con un taglio difficile da non notare. Nel poema Ulisse si presenta al Ciclope come “Nessuno”, l’inganno linguistico che gli permette poi di fuggire. Sparisce così uno dei momenti più celebri dell’intera epica: quello in cui Ulisse vince di astuzia ancora una volta.

Il finale cambia il destino di Ulisse e di Itaca

Se c’è una differenza che cambia davvero il senso della storia è proprio il finale, dove Nolan mette da parte tutto l’epilogo di Omero. Il suo Ulisse, dopo aver sconfitto i Proci, non resta a Itaca. Comprende che il suo viaggio non è davvero finito e riparte insieme a Penelope, mentre Telemaco è pronto a raccogliere la sua eredità.

Perché Nolan ha cambiato l’Odissea?

A prima vista viene da chiedersi perché Nolan abbia scelto di allontanarsi così tanto dal poema. Ma forse la domanda è un’altra: era davvero possibile fare il contrario?

L’Odissea è uno dei racconti più antichi della nostra cultura e, prima ancora di diventare un testo scritto, è stata tramandata per secoli attraverso la tradizione orale. Persino la figura di Omero è avvolta nel mistero: non sappiamo con certezza se sia davvero esistito o se dietro quel nome si nascondano più autori.

Chi si aspetta una trasposizione fedele probabilmente resterà deluso. Nolan, però, non prova a sostituire Omero: prova a dialogare con lui. E lo fa rileggendo il viaggio di Ulisse attraverso temi che parlano anche al presente, dal trauma della guerra al senso di colpa, fino all’idea che il nemico più difficile da affrontare non sia un mostro o un dio, ma sé stessi.

È una riflessione che va anche oltre il mito. La guerra, il peso delle proprie scelte, il ritorno a casa, il bisogno di ricominciare: Nolan usa una storia di quasi tremila anni per parlare di domande che, in fondo, sono ancora le nostre.

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