Hai male alle gengive, attenta anche al fegato, scoperto un nesso. Chi rischia e perché

Uno studio giapponese ha provato come una parodontite cronica grave può aumentare il rischio di problemi al fegato

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Eleonora Lorusso

Giornalista, esperta di salute e benessere

Milanese di nascita, ligure di adozione, ha vissuto negli USA. Scrive di salute, benessere e scienza. Nel tempo libero ama correre, nuotare, leggere e viaggiare

Avere male alle gengive, sanguinamenti o problemi di perdita di osso alveolare, cioè quella porzione di mandibola in cui si inserisce il dente, può essere associato a problemi di fegato grasso. La prova arriva da uno studio recente, condotto in Giappone e conferma quanto molti esperti di odontoiatria e gastroenterologia già conoscevano: non sempre la steatosi epatica è dovuta solo a problemi di diabete, ipertensione e metabolismo.

Lo studio giapponese: il nesso gengive-fegato

Problemi gengivali, dunque, potrebbero collegarsi a un maggior rischio di steatosi epatica non alcolica, cioè il cosiddetto “fegato grasso” non dovuto a un consumo o abuso di alcol. A scoprirlo è stato un team di ricercatori della Kagoshima University Graduate School of Medicine and Dental Sciences, in Giappone, che ha pubblicato uno studio sulla rivista Scientific Reports. I ricercatori hanno analizzato un campione di poco meno di 2.500 persone, con il supporto di cinque dentisti che ne hanno valutato la salute della bocca. Durante l’indagine sono stati presi inconsiderazione parametri come la perdita di denti, il sanguinamento gengivale e la profondità del solco parodontale, cioè la “ritrazione” della gengiva rispetto al collo del dente, che in genere viene considerata fisiologia e dunque normale se compresa tra 1 e 3 mm. Hanno anche esaminato diversi indici tipici delle malattie epatiche, come la quantità di grasso nel fegato e il grado di fibrosi, cioè la presenza di tessuto cicatriziale, che si forma in risposta a stimoli infiammatori cronici o danni ripetuti all’organo.

Perché è una scoperta importante

Entrambi gli elementi possono indicare una ridotta funzionalità del fegato, che può evolvere in cirrosi, se non adeguatamente trattata. I risultati dell’analisi hanno mostrato che i segni della malattia parodontale, tra cui la profondità della tasca parodontale superiore a 6 millimetri e il sanguinamento gengivale, sono associati alla steatosi epatica e a un maggior grado di fibrosi epatica. Come sottolineato dagli esperti, però, mentre solitamente la steatosi epatica è legata a condizioni di ipertensione, diabete e disturbi del metabolismo dei grassi (lipidico), oltreché di obesità, la parodontite potrebbe aggiungersi ai fattori che possono causare la malattia del fegato.

La necessità della prevenzione

La conclusione alla quale sono giunti gli studiosi è che è fondamentale intervenire sulla parodontite, malattia infiammatoria cronica di origine batterica, per preservare anche la salute del fegato. Come spiega il Manuale MSD, “la parodontite è una grave forma di gengivite nella quale l’infiammazione delle gengive si estende alle strutture che sostengono il dente”. Tra le cause ci sono l’accumulo di placca e tartaro tra denti e gengive, che poi si diffonde all’osso sotto i denti. L’effetto è un iniziale gonfiore delle gengive, che possono poi sanguinare, alito cattivo, maggior mobilità dei denti. La diagnosi in genere si effettua con una visita odontoiatrica durante la quale il dentista esegue radiografie e misura la profondità delle tasche gengivali per stabilire il livello di gravità della parodontite. Spesso viene consigliata una pulizia dei denti da parte di un igienista dentale, ma in qualche caso può rendersi necessario anche il ricordo a intervento chirurgico e antibiotici.

L’asse bocca-fegato

Come emerge anche da precedenti studi, inoltre, alcuni batteri della bocca, come Porphyromonas gingivalis e Treponema denticola, possono liberare endotossine che raggiungono il flusso sanguigno, contribuendo alla cosiddetta meta-infiammazione, cioè uno stato infiammatorio cronico di basso grado, che può arrivare a coinvolgere proprio il fegato. Per questo chi soffre di parodontite presenta un rischio più elevato di sviluppare steatosi epatica non alcolica e alterazioni metaboliche, soprattutto in presenza di stili di vita sedentari e dieta ricca di zuccheri e grassi saturi. Da qui l’indicazione a prestare attenzione sia alla cura e prevenzione della salute orale, sia a mantenere uno stile di vita attivo.

Chi è più a rischio

Come chiarisce ancora il Manuale MDS, “La parodontite si sviluppa in persone suscettibili a un’infezione più grave del tessuto parodontale (il tessuto che circonda i denti) rispetto alla semplice infiammazione delle gengive (gengivite). Molte malattie e disturbi, incluso il diabete (soprattutto di tipo 1), la sindrome di Down, il morbo di Crohn, la leucopenia (basso numero di globuli bianchi) e l’infezione da HIV, possono predisporre alla parodontite. Nelle persone affette da HIV/AIDS, la parodontite progredisce rapidamente. Il fumo, la carenza di vitamina C (scorbuto), lo stress emotivo, sono anch’essi fattori di rischio di parodontite”. Non esiste un’età a maggior rischio, perché la parodontite può svilupparsi anche in bambini piccoli, mentre in altri soggetti ci può essere una gengivite grave che però non evolve in parodontite.

I rischi di una parodontite trascurata

Oltre ai danni connessi al fegato emersi dallo studio giapponese, “la parodontite è una delle principali cause della perdita dei denti negli adulti e la causa principale negli anziani. L’infezione erode l’osso che mantiene i denti in posizione. L’erosione indebolisce i legamenti e rende mobili i denti. Il dente interessato può, alla fine, cadere o richiedere l’estrazione”. Come chiarisce l’Istituto Superiore di Sanità, inoltre, “È stato recentemente osservato che persone con la parodontite possono andare più facilmente incontro a patologie cardiache. La malattia non è ereditaria ma esiste una familiarità: i figli di genitori che hanno avuto tale patologia hanno statisticamente più probabilità di esserne colpiti”.

 

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