Argo, il cane di Ulisse: razza, storia e simbolo dell’Odissea di Nolan

Argo, il cane di Ulisse resta avvolto nel mistero: Odissea di Nolan, Omero e ipotesi sulla razza si intrecciano

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Marta Ruggiero

Giornalista pubblicista e videoreporter

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Argo è uno dei personaggi più commoventi dell’Odissea, fra i più amati anche considerando l’uscita nelle sale cinematografiche dell’ultima e attesissima pellicola a firma di Christopher Nolan. Pur comparendo soltanto per pochi versi nel XVII libro del poema di Omero, il cane di Ulisse è diventato un simbolo universale di fedeltà. La sua storia culmina in un incontro brevissimo: dopo aver aspettato per vent’anni il ritorno del padrone, lo riconosce nonostante il travestimento. Lo si capisce da piccoli ma significativi dettagli: muove la coda, abbassa le orecchie e subito dopo muore (come se avesse aspettato quel momento per potersi lasciare finalmente andare).

Molti si chiedono a quale razza appartenesse un esemplare di tale profondità d’animo. La risposta più corretta, tuttavia, è che non è possibile attribuirgli una razza moderna con certezza. Omero, infatti, lo presenta come un cane da caccia, ma non fornisce una descrizione anatomica abbastanza dettagliata da permettere un’identificazione precisa. Inoltre, le razze canine come le intendiamo oggi – definite da standard morfologici, genealogie e programmi di selezione – sono in larga parte il risultato di processi molto più recenti. Ci si può limitare a formulare un’ipotesi, non si può stabilire un dato storico ed è davvero difficile trovare un corrispettivo contemporaneo alla razza citata in un’opera scritta intorno all’VIII o al VII secolo a.C..

Argo nell’Odissea

Nell’Odissea, Ulisse torna a Itaca dopo vent’anni di assenza: dieci li ha trascorsi a combattere la guerra di Troia e altri dieci nel viaggio verso casa. Per preparare la resa dei conti con i Proci, Atena modifica il suo aspetto, facendolo sembrare un vecchio mendicante. In queste condizioni l’eroe raggiunge la reggia accompagnato dal fedele porcaro Eumeo e si prepara a vendicarsi.

All’ingresso trova Argo, ormai un cane anziano, trascurato e abbandonato sopra un mucchio di letame. Prima della partenza del padrone, era noto per la velocità, la forza e l’abilità nel seguire le prede. Ora, invece, è infestato dai parassiti e non riesce neppure ad avvicinarsi a Ulisse. Nonostante questo, però, lo riconosce immediatamente: non a caso agita la coda e abbassa le orecchie.

Ulisse, per non tradire la propria identità, non può accarezzarlo né chiamarlo. Si limita a distogliere il volto e ad asciugare di nascosto una lacrima. Il cane, dopo aver finalmente rivisto il padrone che attendeva da due decenni, muore. Il racconto omerico occupa uno spazio ridotto, ma concentra una straordinaria intensità emotiva che molti ricordano. Non a caso, Argo è fra i nomi più diffusi fra i cani.

Che tipo di cane era Argo?

Le informazioni presenti nel poema permettono di identificarlo soprattutto come cane da caccia. Da giovane inseguiva capre selvatiche, cervi e lepri, distinguendosi per rapidità e capacità venatoria. Queste caratteristiche hanno portato alcuni studiosi e appassionati a paragonarlo a cani mediterranei di tipo segugio o al Levriero. Nolan, invece, ha scelto un raro esemplare di Podengo portoghese.

Tra le ipotesi ricorrenti compare il Segugio Ellenico, chiamato anche Hellenikos Ichnilatis, una razza greca tradizionalmente impiegata per seguire le tracce della selvaggina. È stato avvicinato anche a cani primitivi mediterranei, come quelli oggi appartenenti al gruppo dei podenghi. Tuttavia, nessuna di queste associazioni può essere dimostrata. Si tratta di confronti basati sulla funzione venatoria, sull’area geografica e su alcune caratteristiche generali, non su prove genetiche o descrizioni antiche complete.

Argo potrebbe dunque essere stato un cane da caccia locale, appartenente a una popolazione canina dell’antica Grecia dalla quale non è possibile ricavare una corrispondenza diretta con una razza contemporanea. Definirlo semplicemente “segugio” o “cane da caccia” è più prudente che assegnargli un pedigree moderno.

Un animale che racconta la decadenza di Itaca

Argo, nell’Odissea, non rappresenta soltanto la fedeltà del cane per eccellenza. Le sue condizioni fisiche riflettono anche il disordine che ha travolto la casa di Ulisse durante l’assenza del sovrano. Un tempo era un animale prestigioso, allevato dal re e associato alla caccia, attività legata al rango aristocratico e alla capacità guerriera. Quando il protagonista ritorna, lo trova invece abbandonato e malato, mentre i Proci consumano le ricchezze della reggia.

La decadenza dell’esemplare diventa così la decadenza simbolica di Itaca. L’ordine domestico e politico è stato rovesciato: i servi non svolgono più correttamente i propri compiti, il patrimonio del re viene dissipato e persino l’animale che gli apparteneva è lasciato morire senza cure. Il ritorno di Ulisse annuncia la fine di questo stato di abbandono.

Il riconoscimento più puro

L’episodio acquista ancora più forza perché Argo riconosce Ulisse prima di quasi tutti gli altri. Non ha bisogno di prove, racconti o segni convenzionali. Il suo è un riconoscimento immediato, espresso esclusivamente attraverso il corpo: le orecchie che si abbassano e la coda che si muove.

Il loro incontro è però segnato dall’impossibilità del contatto. Ulisse deve proteggere il proprio piano e non può manifestare apertamente l’affetto provato per il cane. La lacrima nascosta rivela allora l’uomo dietro l’eroe: non soltanto il guerriero astuto capace di affrontare mostri e dèi, ma un padrone che soffre davanti alla vecchiaia e alla morte dell’animale che lo ha aspettato.

Anche il nome Argo, dal greco Argos, può evocare qualità come splendore, brillantezza o rapidità. Il nome crea un contrasto doloroso tra la vitalità del cane giovane e le condizioni in cui viene ritrovato.

Un simbolo che supera la questione della razza

Stabilire se Argo assomigliasse maggiormente a un segugio greco, a un Levriero o a un Podengo è un esercizio affascinante, purché non si trasformi in una certezza priva di fondamento. Omero non costruisce il personaggio per tramandare la descrizione di una razza, ma per rappresentare un legame capace di resistere al tempo, all’assenza e alla trasformazione.

Argo non riconosce l’abito, il volto o la posizione sociale di Ulisse: riconosce il padrone. La sua morte immediatamente successiva al ricongiungimento suggerisce che l’attesa fosse l’ultimo scopo che lo teneva in vita. È proprio questa semplicità a rendere la scena ancora oggi potente. Prima di essere un possibile antenato di una razza moderna, Argo è il cane che ha aspettato, riconosciuto e amato fino all’ultimo istante.

Fonti bibliografiche

Odissea di Omero;

Odyssey di Christopher NolanOdysseymovie.com;

Podengo portoghese, razzaEnci.it

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