Serendipity, perché abbiamo nostalgia della low-tech life anni ’90 (anche se non l’abbiamo vissuta)

Guardiamo sempre di più agli anni '90 e al mondo pre-social con nostalgia, ma come mai? C'entra la serendipity e un modo diverso di esserci

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Giorgia Sdei

Giornalista pubblicista, esperta di spettacolo

Laureata in Scienze Filosofiche con master in comunicazione per lo spettacolo è giornalista pubblicista dal 2023. Scrive di tutto quello che passa per uno schermo, grande o piccolo che sia.

C’è un nuovo tipo di nostalgia che ha trovato il suo spazio sui social, e già questo è un po’ paradossale: scorrendo TikTok o Instagram, cioè nei luoghi più digitali del pianeta, ci imbattiamo sempre più spesso in contenuti che ci invitano a vivere come se il digitale non esistesse. Ovvero in quegli anni ’90 che sono tornati così di moda ultimamente, ma stavolta in una versione tutta nuova, che guarda al low-tech e alla ricerca della cosiddetta serendipity.

Uscire senza telefono. Organizzarsi prima (e meglio). Non controllare ogni due minuti le notifiche, dove sono gli amici, cosa stanno facendo gli altri, chi ha visualizzato la storia e chi non ha risposto al messaggio, chi sta postando da un posto più carino del nostro. In pratica, provare a vivere per qualche ora come si viveva prima. Ma prima di che? Degli smartphone e della connessione a tutti i costi.

L’espressione può far sorridere, soprattutto chi negli anni ’90 c’era davvero e magari ricorda meno il fascino analogico e più l’ansia di aspettare qualcuno per quaranta minuti davanti a un punto concordato, senza poter scrivere un banalissimo “dove sei?”. Eppure, per chi è cresciuto con lo smartphone in mano o quasi, quell’epoca ha assunto un’aura particolare. Non è soltanto questione di estetica – anche se il ritorno di alcuni must dell’epoca sta segnando inevitabilmente la moda di oggi – ma è piuttosto l’idea di un mondo in cui le cose succedevano senza essere subito trasformate in contenuto.

E forse è proprio qui che la nostalgia smette di essere una moodboard carina e diventa qualcosa di più serio. Perché non stiamo propriamente dicendo che vorremmo tornare indietro, piuttosto ci ritroviamo a pensare: “Come sarebbe vivere senza sentirci sempre reperibili, osservati, misurati, confrontati?”. Che è una cosa diversa.

La nostra nostalgia degli anni ’90 non è solo estetica vintage

Negli ultimi anni il revival 90s è diventato un trend praticamente ovunque. Lo vediamo nella moda (dai jeans larghi ai maxi risvolti, dai baggers ai top colorati), nel mondo del beauty, nella musica, nelle serie tv e anche nel modo in cui vengono impacchettati certi contenuti social. Ma ridurre tutto a un semplice ritorno del vintage sarebbe un po’ pigro e snatura qualcosa che invece è più stratificato.

Certo, ci ritroviamo a essere attratti dal fascino delle cose “fisiche”: il CD da tenere in mano, il vinile gracchiante da ascoltare dall’inizio alla fine, il libro da sfogliare, la macchina fotografica compatta, meglio ancora se istantanea, l’album con le foto stampate, la serata con i giochi da tavolo. Però dietro questa attrazione per il tangibile non c’è solo il desiderio di possedere oggetti più belli, più cool.

C’è una fame di concretezza. Di esperienze che non evaporino in una notifica ma che rimangano, alle quali possiamo tornare e riguardare. Di ricordi che non dipendano da un archivio cloud o da un algoritmo che decide cosa mostrarci. Ed è per questo che il nuovo aggiornamento Instagram ci sta stretto: cosa dovremmo farci di istantanee che durano il tempo di una view?

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Low-tech life e nostalgia anni ’90: alla ricerca della serendipity

In un’epoca in cui tutto è disponibile, modificabile, cancellabile e sostituibile, il fascino dell’analogico sta anche e soprattutto nella sua lentezza. Un disco non si salta con la stessa facilità con cui si cambia canzone su Spotify. Una foto stampata non si perde tra altre 14mila immagini quasi identiche di una gallery affollatissima. Una serata senza telefono non può essere ottimizzata in tempo reale e, forse proprio per questo, finisce per essere più vera – un’intuizione che diversi studi sulla nostalgia collegano a un maggiore benessere nel presente, perché ci riporta a esperienze più concrete e condivise.

La cosa interessante è che questa nostalgia spesso riguarda un passato che molti di noi non hanno vissuto. È una nostalgia immaginata, costruita attraverso film, racconti familiari, vecchie foto, musica, archivi pop e, ironicamente, contenuti social. Ma non per questo è finta. Come potrebbe? Quante volte desideriamo epoche che non abbiamo vissuto perché ci sembrano contenere qualcosa che ci manca oggi?

Il sogno low-tech nasce da una stanchezza

Il punto non è demonizzare lo smartphone, anche perché sarebbe ipocrita visto che ci viviamo dentro, e anche poco credibile dal momento che la nostra vita passa da lì. Lì ci sono le amicizie, il lavoro, gli studi e le relazioni, ma anche cose pratiche di tutti i giorni come la banca, le mappe, la musica, le foto…tutto. Il telefono ormai non è più solo un oggetto ma un’estensione del corpo che ci collega alla sfera sociale. Però proprio per questo pesa. Non in tasca, ma nella testa.

Siamo cresciuti imparando a rispondere, reagire, aggiornarci e performare quasi nello stesso gesto. Abbiamo normalizzato l’idea di essere sempre raggiungibili e sempre un po’ in vetrina. In questo contesto, il mito degli Anni 90 funziona perché offre una fantasia che ci dà sollievo. Non quella di un mondo perfetto ma di un mondo meno saturo e sicuramente più rilassante dal punto di vista mentale. In cui non esistevano le geolocalizzazioni, in cui si aspettava, si sbagliava strada, ci si annoiava.

Ecco, la noia: una grande mancanza del mondo di oggi. Assieme all’errore fine a se stesso: ma quanto sarebbe bello poter sbagliare qualcosa senza che questo errore venga spiattellato sui social? Poter fare una figuraccia senza che diventi una foto o un video ricondiviso centinaia di volte. Poter cambiare idea, poter vivere un pomeriggio mediocre punto e basta.

Naturalmente il passato aveva i suoi problemi, eccome. Non avere la tecnologia a portata di mano poteva essere scomodo, stressante e perfino pericoloso. Se si perdeva l’ultimo autobus di certo non c’erano app di salvataggio, così come non c’era Uber. Se qualcuno non arrivava, si aspettava e sperava. Se ci si dimenticava le chiavi di casa, si restava chiusi fuori. La libertà aveva anche un prezzo pratico e chi l’ha vissuta lo ricorda bene. Ma quindi da cosa arriva questa nostalgia? Da una selezione emotiva che isola alcuni dettagli, li mette in primo piano e finisce per farci percepire come assenze cose che, in fondo, potremmo avere se solo volessimo davvero.

Vogliamo davvero tornare indietro o semplicemente vivere meglio oggi?

Di certo non vogliamo rinunciare alla tecnologia, ma usarla nel modo giusto ovvero non sentendola addosso tutto il tempo. Più che tornare indietro nel tempo ciò che vogliamo è trovare un equilibrio: usare il digitale senza esserne usati. Per questo gli anni ’90 ci attirano da matti, perché mettono al centro la serendipità, la fortuna di scoprire qualcosa di inaspettato quando stavamo cercando tutt’altro.

I decenni passati, quindi, la cosiddetta low-tech life, ci serve soprattutto come punto di riferimento: un modo colorato, un po’ romantico un po’ ironico, per dire che abbiamo bisogno di respirare. Di vivere nel momento e assaporarlo senza passare subito al successivo. Di lasciare che le cose accadano.

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