Sebastiano Somma: “Confermo che Capasanta torna in Roberta Valente 2. Ma prima mi vedrete in una serie noir”

Sebastiano Somma al Festival del Viaggiatore racconta "i moti dell'anima" e a noi annuncia il ritorno in tv con una serie di Pupi Avati e Roberta Valente 2

15 min di lettura

Federica Cislaghi

Royal e Lifestyle Specialist

Dopo il dottorato in filosofia, decide di fare della scrittura una professione. Si specializza così nel raccontare la cronaca rosa, i vizi e le virtù dei Reali, i segreti del mondo dello spettacolo e della televisione.

Quando parli con Sebastiano Somma, non puoi non rimanere letteralmente catturato da lui. I suoi racconti sono veri e propri “moti dell’anima”, per citare il titolo del suo intervento al Festival del Viaggiatore, il prossimo 9 ottobre.

Quarantacinque anni di carriera, tra cinema, tv e teatro, per Sebastiano Somma non sono il punto di arrivo ma un trampolino di lancio per nuovi meravigliosi progetti: un’autobiografia in uscita, una nuova serie per la Rai firmata Pupi Avati con un cast eccezionale, un corto a Venezia 83, il teatro con sua moglie Morgana Forcella. E magari anche con sua figlia Cartisia.

E poi la conferma del ritorno di Capasanta in Roberta Valente 2 che ci ha dato si può dire in diretta, perché mentre parliamo al telefono, incontra per strada in modo del tutto fortuito il produttore della serie.

Al Festival del Viaggiatore partecipi con un talk dal titolo molto evocativo, I moti dell’anima. Da dove nasce questo tema e che cosa racconterai al pubblico?
I moti dell’anima può voler dire tante cose e può andare in diverse direzioni. Il viaggiatore, infatti, può essere inteso non soltanto come qualcuno che compie un viaggio fisico e materiale, ma anche come una persona che attraversa un mutamento interiore. È proprio questo il senso del mio racconto: scavare nella parte più intima dell’uomo attraverso il mio lavoro, i personaggi che ho interpretato e soprattutto le anime che ho incontrato lungo il cammino. Sono incontri che mi hanno dato e continuano a darmi energia per il mio mestiere. Il mio è un viaggio continuo con me stesso, perché il lavoro dell’attore attinge moltissimo dalla comunità, dalle persone che ci circondano, dai luoghi che attraversiamo e dalle esperienze che accumuliamo nel tempo.
Ci sono persone che incontri lungo il cammino e che lasciano un segno. Una di queste è sicuramente Mauro Mazza, con cui ho un’amicizia nata tanti anni fa, che dialoga con me al Festival del Viaggiatore. Quando era direttore Rai ha creduto in un mio film, Il mercante di stoffe, che rischiava di non riuscire nemmeno a essere completato. Io avevo insistito moltissimo per portarlo a termine. Mauro lo vide, decise di acquisirlo e di mandarlo su Rai 1. Il film ebbe un grande impatto e vinse la prima serata. Gli sono riconoscente perché ha creduto in quel film e ha creduto in me. Sono quelle figure che meritano di essere ricordate: persone che, a un certo punto del viaggio, hanno deciso di credere in te. E forse è proprio questo il senso più bello del viaggio: non soltanto quello che fai tu, ma anche tutte le persone che incontri lungo la strada.

In questo caso il viaggio è soprattutto un percorso di conoscenza: lo stesso che hai descritto nella tua prima autobiografia?
Assolutamente sì. È un mutamento continuo. Ogni esperienza lascia qualcosa e diventa materiale umano al quale attingere quando ci si confronta con un personaggio. In 45 anni di carriera ho accumulato moltissime esperienze e penso che tutto questo, inevitabilmente, finisca dentro il mio lavoro.
Proprio in queste ore abbiamo anche concluso il libro, realizzato insieme al giornalista Gian Paolo Polesini, con cui ho un’amicizia storica. Su invito di Roberto Mugavero, direttore della casa editrice Minerva, abbiamo costruito una sorta di biografia, un percorso dell’animo che attraversa la mia storia e l’evoluzione di questi 45 anni di carriera. Anche quello, in fondo, è un viaggio.

Quanto è importante lo sguardo introspettivo quando devi interpretare un personaggio?
È fondamentale e va di pari passo con tutto ciò che dobbiamo raccontare. Naturalmente la scrittura è fondamentale, così come il rapporto con chi ha scritto l’opera e con chi la dirige. Ma poi entra in gioco anche il proprio istinto, che nasce da un percorso di approfondimento e di conoscenza.
Io cerco sempre, inevitabilmente, di mettere dentro ogni personaggio un pezzetto della mia anima. Credo che alla fine l’attore ci caschi sempre dentro. Anche guardando i grandissimi attori, penso a De Niro: se analizzi profondamente i suoi personaggi, trovi sempre qualcosa di De Niro. C’è qualcosa di riconoscibile che appartiene all’animo della persona che interpreta. Questo non significa semplicemente portare se stessi sul palcoscenico o sullo schermo. Al contrario, bisogna cercare di scavare il più possibile nell’animo del personaggio che si sta raccontando. E per farlo servono ricerca, approfondimento, conoscenza e tutto ciò che ha ruotato intorno a quella persona.

Sebastiano Somma
Sebastiano Somma a teatro con “Matilde, l’amore proibito di Pablo Neruda”

Nel tuo percorso hai avuto anche l’opportunità di interpretare figure realmente esistite. Quanto cambia il senso di responsabilità in questi casi?
Cambia moltissimo. Ho avuto la fortuna di confrontarmi con personaggi storici realmente esistiti e, quando interpreti una persona che è vissuta davvero, avverti una responsabilità ancora maggiore.
Penso, per esempio, a Giovanni Palatucci in Senza confini. La sua storia mi ha imposto un lavoro di ricerca continuo, perché volevo essere il più fedele possibile al suo animo. Ho parlato con i familiari e con le persone che lo avevano conosciuto o che avevano vissuto indirettamente quella storia. È attraverso questo tipo di ricerca che cerchi di creare un vero movimento dell’animo del personaggio e, contemporaneamente, porti dentro di lui anche la tua esperienza umana e di vita.

Dopo 45 anni di carriera, tra i tanti personaggi che hai interpretato a quali sei particolarmente affezionato?
Sicuramente Giovanni Palatucci è una delle figure più importanti che ho interpretato. Era un uomo che ha sacrificato la propria vita, giovanissimo, per salvare migliaia di persone, tra cui moltissimi ebrei. E lo faceva in maniera assolutamente naturale. A un certo punto si è anche cercato di mettere in discussione la sua figura, ma poi la verità è venuta a galla e l’importanza di ciò che aveva fatto è emersa nuovamente. Credo sia forse la figura più bella che abbia interpretato, proprio per ciò che ha fatto ma anche per il modo in cui lo ha fatto. C’è una frase che per me racchiude perfettamente la sua storia: “Hanno voluto farci credere che il cuore è soltanto un muscolo, ma non ci sono riusciti”. È una frase potentissima, che rappresenta quasi il suo addio al mondo nel momento in cui viene deportato.

Un altro personaggio molto forte è quello che interpretavi in Madre Teresa
Quella è stata un’esperienza straordinaria. Io interpretavo Padre Serrano, che in realtà non è esistito come singola persona: era una figura che riuniva e rappresentava diverse figure della Chiesa che avevano analizzato la vicenda. Questo sacerdote viene inviato dal Vaticano per approfondire la storia di Madre Teresa e comprendere le ragioni per cui volesse istituire un nuovo ordine religioso, nonostante i dubbi, anche leciti, della Chiesa. Nel corso della sua ricerca rimane però profondamente colpito dalla figura di Madre Teresa. C’è una frase che mi è rimasta particolarmente impressa: “Chi siamo noi per fermare la matita in mano a Dio?”. È la risposta che il personaggio dà al cardinale dopo aver compiuto il suo percorso di analisi e conoscenza.
Per preparare questo personaggio sono stato due mesi in Sri Lanka e sono andato più volte a trovare le Missionarie della Carità, quelle che operavano realmente sul campo. Sono persone che continuano a svolgere, in silenzio e nell’ombra, un lavoro straordinario. Anche a Roma ho mantenuto un rapporto con le missionarie che si trovano nella casa legata all’ordine di Madre Teresa. Ogni tanto vado a trovarle. È stata davvero un’esperienza immensa. La prima volta che sono andato a Colombo per cercarla, sono stato accompagnato dall’autista che mi portava in giro. Mi hanno accolto con grande affetto e mi hanno portato a vedere i luoghi nei quali venivano assistite le persone che si trovavano nella fase più difficile della loro vita.

C’è dunque un filo che unisce tutti questi personaggi: la ricerca dell’essere umano oltre il ruolo, oltre la storia, oltre la rappresentazione.
Sì, ed è proprio questo che mi interessa. Il personaggio non può essere soltanto una maschera. Devi cercare la sua anima, capire che cosa lo ha mosso, quali esperienze lo hanno formato, quali persone ha incontrato. Alla fine, ogni personaggio diventa anche un’occasione per conoscere qualcosa in più di noi stessi. È questo, per me, il vero viaggio dell’attore: partire da una storia e arrivare, attraverso quella storia, a qualcosa di profondamente umano.

E forse è proprio questo il significato più autentico dei “moti dell’anima”?
Esattamente. È un viaggio continuo, dentro di noi e attraverso gli altri. Ed è quello che, dopo tanti anni, continua ad alimentare il mio lavoro.

Sebastiano Somma
Sebastiano Somma con il regista Luciano Luminelli

In questo contesto si inserisce perfettamente il personaggio di Capasanta nella fiction Roberta Valente – Un notaio in Sorrento
È una di quelle figure alle quali sono particolarmente affezionato, anche se si tratta di una partecipazione relativamente piccola. Quando ho letto la sceneggiatura, mi ha colpito immediatamente la poesia di quest’uomo, la sua fragilità. Ho pensato anche a quelle persone che vivono nelle case di riposo, in luoghi dove spesso si incontrano solitudini e storie che meritano di essere raccontate. Per me era un tema particolarmente vicino, perché mia madre ha vissuto in una casa di riposo negli ultimi anni della sua vita ed è venuta a mancare durante il Covid. Quando ho letto di Capasanta, quindi, mi sono riconosciuto in quella sensibilità e me ne sono innamorato subito, tanto che ho chiesto io al regista e al produttore Marco Poccioni di poterlo interpretare. Sono rimasti quasi sorpresi, perché mi avevano pensato per un ruolo più ampio. Ma io sentivo di poter dare qualcosa a quella figura. E infatti il personaggio è piaciuto molto. Mi è capitato che le persone mi fermassero per strada per ringraziarmi proprio per la delicatezza e la poesia che avevano riconosciuto in Capasanta. È stata una bella sorpresa e, tra i personaggi che ho interpretato negli ultimi tempi, è sicuramente uno di quelli che mi hanno colpito di più.

E sembra che per Capasanta ci sia ancora qualcosa da raccontare…
Sì, posso anticiparti che la Rai vuole portare avanti una seconda serie di Roberta Valente. Non c’è ancora una data di inizio delle riprese, ma il personaggio di Capasanta avrà delle evoluzioni. Sarà quindi interessante vedere dove potrà condurlo la nuova storia.

Del resto, Capasanta è stato anche una sorta di chiave per permettere a Roberta di recuperare il suo passato.
Esatto. In qualche modo è proprio grazie a Capasanta che Roberta riesce a recuperare una parte della sua storia. È un personaggio che, pur comparendo in modo apparentemente marginale, ha avuto un peso importante nella narrazione. Poi è stata un’esperienza molto bella anche dal punto di vista umano. Abbiamo girato nella mia zona, sulla Costiera Sorrentina, che frequentavo già da ragazzo. E si è creata una bellissima sinergia con tutti i colleghi e con il regista, Pirozzi, che è giovane ma molto in gamba. Ricordo anche un episodio con Maria Vera Ratti: quando ci siamo incontrati per la prima volta, prima di cominciare le riprese, mi ha abbracciato istintivamente, quasi come se stesse abbracciando Capasanta. Significa che quel personaggio era già entrato nell’immaginario di chi lavorava alla serie.

Attualmente sei impegnato nelle riprese di una nuova serie. Stai lavorando con Pupi Avati. Che cosa puoi raccontarci?
È una storia strana e bellissima, quasi un horror. È una serie televisiva di genere che riprende un po’ quelle atmosfere degli sceneggiati di una volta. Quando ero bambino ricordo che mi nascondevo davanti alla televisione quando arrivavano certe scene de Il segno del comando. Qui ritroviamo proprio quelle atmosfere: la provincia, un’ambientazione storica, una cittadina dove iniziano ad accadere cose strane. Tutto parte da un’alluvione e da due bare che galleggiano sulle acque di un fiume. I corpi, però, non vengono più ritrovati. Da quel momento prende avvio una storia molto intrigante, dalle tinte forti e con tantissimi personaggi.

Un vero e proprio giallo, quindi?
È quasi un noir. Ci sono anche effetti scenici piuttosto forti, ferite, tagli e situazioni abbastanza spinte. Ma quello che mi ha conquistato è soprattutto la complessità della storia. C’è un cast enorme, con più di 80 attori e moltissime partecipazioni importanti. Francesca Neri torna dopo tanti anni, ci sono Leonardo Maltese, Haber  e tanti altri. È davvero una valanga di personaggi.

Sei tornato a lavorare con Pupi Avati dopo aver girato con lui il film, Nel tepore del ballo
Pupi è un grande scopritore di talenti e, soprattutto, è una persona alla quale interessa davvero il personaggio. Se ama una figura, la prende e la utilizza, senza preoccuparsi troppo delle convenzioni. Nel corso della sua carriera ha dato grandi possibilità anche ad attori che magari erano stati messi un po’ nel dimenticatoio, riportandoli in pista e valorizzandoli attraverso il suo sapere. È ancora molto attento, nonostante non sia più giovanissimo. In questo progetto c’è anche una bella dimensione familiare: lavorano con lui il fratello e la figlia Antonia, quindi si è creata una squadra molto affiatata.

Quale personaggio interpreti?
Interpreto il maresciallo Gentile, un maresciallo dei carabinieri degli anni Cinquanta. Quindi mi vedrete con la divisa, i baffi e tutto il necessario per entrare in quell’epoca! È un personaggio anche un po’ ambiguo, non completamente definito. Il maresciallo Gentile si muove all’interno di questo paese dove tutto ruota intorno all’ambiguità, alla corruzione e a situazioni poco chiare. È una storia forte, ma soprattutto scritta molto bene.

Quando vedremo la serie?
Dovrebbe arrivare su Rai 1 in primavera. Saranno cinque prime serate e, a quanto pare, con una durata inferiore rispetto agli orari classici delle fiction. È quasi un esperimento, che dovrebbe consentire al pubblico di andare a letto un po’ prima. Io sono ancora impegnato nelle riprese, quindi non vedo l’ora di capire come sarà il risultato finale.

E poi sei anche alla Mostra del Cinema di Venezia
Sì. Sarò a Venezia con L’ultimo saluto, un progetto girato completamente in Veneto e presentato nella sezione collaterale del Festival, il 9 settembre. Si tratta di un cortometraggio, ma il regista Luciano Luminelli vorrebbe svilupparlo in futuro come lungometraggio. È una storia vera, ambientata durante la Seconda guerra mondiale, che racconta di un giovane militare che sacrificò la propria vita per salvare i suoi commilitoni dalla morte per mano dei tedeschi. È una storia molto toccante, scritta da Manuela Boccanera, che è la nipote diretta di questo giovane e che negli anni ha contribuito a riportare alla luce la sua vicenda. Proprio questa è una delle cose che mi interessa maggiormente del mio lavoro: poter raccontare persone e vicende che meritano di essere conosciute.

Sebastiano Somma
Sebastiano Somma in “L’ultimo saluto”

Invece che cosa ci dici di tua figlia Cartisia: com’è stato lavorare con lei?
Noi abbiamo lavorato insieme in diverse occasione e ogni tanto recitiamo ancora a teatro Il vecchio e il mare di Hemingway. Adesso però faccio fatica a coinvolgerla perché è molto impegnata sul set di Mare fuori. Lei è entrata nella serie dopo un percorso di casting. Cercavano volti giovani e nuovi, lei ha mandato la candidatura ed è stata chiamata per una serie di provini in napoletano. Il napoletano, pur essendo per me una lingua naturale, non era qualcosa che lei avesse frequentato particolarmente. Così si è messa a studiare: ha fatto una vera full immersion, guardando film, ascoltando canzoni napoletane e avvicinandosi al teatro partenopeo.  Io naturalmente ho cercato di darle qualche indicazione, proprio perché sono napoletano, ma devo dire che si è conquistata il ruolo sul campo. Ha fatto i provini molto bene ed è stata scelta.

E adesso è una delle nuove protagoniste.
Sì, e mi sembra una ragazza molto promettente. La serie piace molto al pubblico giovane e lei si è trovata coinvolta in questa nuova avventura.

Che consiglio le hai dato, oltre che come padre, da attore?
Le ho detto poche cose, ma molto semplici: questo lavoro si fa per amore, non per diventare famosi. Bisogna dare se stessi e soprattutto bisogna studiare, studiare e non mollare mai. Come diceva il grande Eduardo, “gli esami non finiscono mai”. Ogni volta devi investire su te stesso, ogni volta devi ricominciare da capo.

Una filosofia che sembra valere anche per te, dopo 45 anni di carriera
Assolutamente. Ogni progetto è una sfida e proprio questo ti dà lo stimolo per continuare. Io faccio molto teatro e cerco sempre strade e percorsi nuovi. Mi piace confrontarmi con figure diverse, trovare nuovi stimoli e mantenere sempre alto il desiderio. Amo molto questo mestiere.

Oltre alla tv e al cinema, hai progetti anche in teatro?
Sì. A gennaio riprenderò Matilde, l’amore proibito di Pablo Neruda, uno spettacolo sulla vita di Pablo Neruda. Prima saremo in Veneto e poi a Roma, al Teatro Arcobaleno. Condivido lo spettacolo con mia moglie, Morgana Forcella, che interpreta Matilde Urrutia, e con un gruppo di musicisti dal vivo che eseguono musiche di Astor Piazzolla, con il tango dal vivo. Io curo la regia e la scrittura è di Liberato Santarpino, che è un mio collaboratore, autore e amico da tanti anni.

© Italiaonline S.p.A. 2026Direzione e coordinamento di Libero Acquisition S.á r.l.P. IVA 03970540963