Fragilità, apparente trascuratezza, verità difficili da accettare: tutto questo è racchiuso nel personaggio di Rosalba, interpretato da Grazia Schiavo in Roberta Valente – Notaio in Sorrento, la nuova fiction di successo che va in onda domenica in prima serata su Rai1.
Grazia Schiavo ci ha raccontato del segreto del successo della fiction, del fascino di Sorrento, del lavoro sul set, del rapporto che si è creato con Maria Vera Ratti e del suo modo di costruire un personaggio, fino a rivelare il suo sogno professionale.
In Roberta Valente – Notaio in Sorrento interpreti Rosalba. Ci racconti chi è questa donna e che cosa ti ha colpito di lei?
Rosalba è una donna che, almeno in apparenza, restituisce subito un’immagine molto precisa di sé. Ha un modo di vestire semplice, pratico, quasi fuori dal tempo, che può ricordare certe figure femminili degli anni Cinquanta o Sessanta. Indossa vestagliette, abiti da lavoro, un’estetica che sembra suggerire una certa trascuratezza, ma in realtà dietro c’è molto di più. Non è solo una questione di stile: è proprio una scelta di vita. Rosalba è una donna che ha deciso di investire tutto nella coppia, nel matrimonio, nel suo compagno. È come se avesse costruito la propria idea di felicità attorno a quell’equilibrio.
Lavora in un bar, tra l’altro in un posto meraviglioso, con questa terrazza affacciata sul Golfo di Sorrento, quindi anche il suo abbigliamento risponde a un’esigenza concreta, quotidiana. Però ciò che mi ha colpito davvero è il modo in cui questa donna sembra dirsi: “Io sto bene così, non devo dimostrare niente a nessuno”. Non sente il bisogno di piacere al mondo, le basta essere amata dal suo uomo. Ed è proprio qui che il personaggio diventa doloroso e interessante, perché quando quella certezza si incrina, quando arrivano la delusione e i problemi, allora crolla tutto il castello su cui aveva costruito la sua vita.
Rosalba sembra avere tratti che si richiamano a una femminilità d’altri tempi
Sì, assolutamente. E credo che sia questo il punto più forte del personaggio. Rosalba potrebbe sembrare una donna “di un altro tempo”, per il contesto, per il modo in cui si presenta, per un certo tipo di educazione sentimentale, ma in realtà racconta qualcosa che appartiene ancora a tantissime donne. Il suo vero nodo è la mancanza di consapevolezza. Non è tanto il fatto di amare profondamente, quanto il fatto di non voler vedere la realtà quando la realtà comincia a dare dei segnali.
Questo, purtroppo, è molto umano. Capita di aggrapparsi a un’idea d’amore più che a una relazione reale. A volte ci si innamora di quello che si immagina, di quello che si spera, non di quello che davvero si vive. E questo rende Rosalba una figura molto vera. Non volevo giudicarla, perché io con i personaggi cerco sempre di non farlo. L’unica cosa che condanno senza esitazione è la violenza, soprattutto contro le donne. Per il resto, provo sempre a capire, a entrare nei punti ciechi, nelle illusioni, nelle mancanze dei personaggi che interpreto. Rosalba non è una donna stupida: è una donna che non riesce, o non vuole, guardare fino in fondo.
C’è stato qualcosa di personale che ti ha aiutata a entrare nelle sue emozioni?
Quando affronti certe dinamiche, inevitabilmente vai a pescare anche nel tuo vissuto. Magari non in una situazione identica, ma in una ferita, in una delusione, in una sensazione che hai conosciuto. Succede sempre, almeno per me. Poi però bisogna avere il coraggio di restare lucidi e di non portare in scena un giudizio morale. Rosalba vive qualcosa che può accadere davvero: illudersi, non voler vedere, affidare a un’altra persona il proprio progetto di vita. È una materia delicata, e proprio per questo va trattata con rispetto.
Roberta Valente – Notaio in Sorrento ha avuto un ottimo riscontro da parte del pubblico: secondo te qual è il segreto del suo successo?
Secondo me funziona perché propone qualcosa di nuovo. Racconta per la prima volta la storia di una giovane notaia e costruisce intorno a lei un intreccio che unisce sentimento, mistero e investigazione. C’è il fascino di Sorrento, che diventa quasi un personaggio, e poi c’è una linea narrativa che incuriosisce subito: il ciondolo, la bambina, il passato che riemerge. È una fiction capace di parlare al pubblico più affezionato, ma anche di attirare spettatori più giovani, proprio perché rinnova un immaginario che sembrava distante.
In effetti la città di Sorrento è stata definita dal regista Vincenzo Pirozzi come uno dei protagonisti della fiction
Assolutamente. Il luogo in cui racconti una storia è fondamentale, e Sorrento qui è disegnata quasi come una fiaba. Inoltre, dopo la presentazione iniziale dei personaggi, entrano in scena i casi notarili, spesso drammatici, a volte con risvolti comici e molti colpi di scena. Questo renderà la serie ancora più coinvolgente.
Come ti sei trovata col cast della serie?
Molto bene. Ho lavorato soprattutto con Maria Vera Ratti e con Flavia Gatti, e ho percepito un’energia bella, fresca, preparata. Maria Vera, per esempio, aveva già fatto delle cose importanti e si sente che ha una presenza solida. Sul set c’erano attori di grande esperienza, come Rosaria De Cicco, e questo crea una bella impalcatura, una struttura forte a sostegno dei più giovani. Quando c’è questo equilibrio il set diventa un luogo fertile, perché si incontrano entusiasmo, talento e mestiere.
Oltre a Roberta Valente – Un notaio in Sorrento, ti vedremo in altre produzioni?
Ho un film in uscita il 28 maggio, Amori e altri guai, una commedia con Lino Guanciale, Andrea Delogu, Ilenia Pastorelli e Claudio Colica. È un lavoro che mi rende felice e che arriva dopo un’esperienza molto positiva.
Qual è invece il tuo sogno professionale?
Il cinema, sempre. È il luogo che sento più vicino al mio desiderio di racconto. Mi piacerebbe, un giorno, riuscire non solo a interpretare una storia, ma anche a gestirla in prima persona, raccontando qualcosa di mio. Mi sento molto attratta dalla tragicommedia, perché la vita è così: fatta di dolore, ma anche di leggerezza. E raccontare entrambi questi aspetti mi affascina profondamente.
Tra i tanti personaggi che hai interpretato, ce n’è uno a cui sei particolarmente legata?
Sicuramente il personaggio di Quasi orfano, con Riccardo Scamarcio, dove interpretavo una barese. Mi diverte molto lavorare sul dialetto, studiare una lingua, entrare in una musicalità diversa. Ma ricordo con affetto anche Divorzio a Las Vegas, perché lì il personaggio aveva un arco narrativo ben disegnato. In generale mi affeziono a tutti i ruoli: anche quando la scrittura non mi sconvolge, penso che ci sia sempre qualcosa da imparare. Però forse il personaggio di cui mi innamorerò davvero deve ancora arrivare.
Come ti prepari per entrare in un personaggio?
Parto sempre dalla lettura e rilettura del copione. Cerco di capire bisogni, obiettivi, contraddizioni del personaggio. Poi c’è un lavoro fisico: il mio percorso mi porta a usare molto il corpo, a scioglierlo, a metterlo al servizio di quella persona. E infine attingo al mio vissuto, apro dei “cassetti” interiori che posso prestare al personaggio. Il regista, però, è fondamentale: quando ti senti davvero vista, ascoltata, allora riesci a dare ancora di più.
Quanto conta il rapporto con il regista?
Tantissimo. Ci sono momenti in cui attore e regista, anche solo con uno sguardo o una parola, riescono a mettersi nella condizione di dare il meglio. Si lavora in squadra, sempre. E quando questa armonia si crea, tutto diventa più vero e più potente.