Il vocal coach su Eurovision 2026: “Sal Da Vinci avrebbe potuto ottenere di più”

Giancarlo Genise, uno dei più importanti vocal coach, commenta la finale dell'Eurovision 2026: "Sal Da Vinci avrebbe potuto ottenere di più"

Pubblicato:

Federica Cislaghi

Royal e Lifestyle Specialist

Dopo il dottorato in filosofia, decide di fare della scrittura una professione. Si specializza così nel raccontare la cronaca rosa, i vizi e le virtù dei Reali, i segreti del mondo dello spettacolo e della televisione.

Sabato 16 maggio è andata in onda la finale dell’Eurovision 2026. I riflettori erano tutti puntati su Sal Da Vinci che con la sua Per sempre sì ci ha fatto sognare, cantare e ballare fin dal Festival di Sanremo. E anche questa volta non ci ha delusi.

L’autenticità, l’emozione di Sal Da Vinci sono state uniche. Nessuno degli altri artisti in gara all’Eurovision 2026 ha potuto competere con lui in questo, tanto da guadagnare, non a caso, un piazzamento in top 5.

Nicola Vivarelli
Giancarlo Genise

Noi abbiamo chiesto a uno dei vocal coach più importanti d’Italia, Giancarlo Genise, che per noi ha commentato diverse edizioni del Festival di Sanremo e dell’Eurovision, di raccontarci da esperto come ha vissuto questa finale.

Sal Da Vinci nella top 5, è un buon risultato o avrebbe potuto ottenere di più?
Secondo me è un ottimo risultato, soprattutto considerando il tipo di Eurovision che abbiamo visto quest’anno. Era un’edizione molto aggressiva sul piano scenico e molto orientata all’impatto immediato. Arrivare in top 5 con una proposta così emotiva, italiana e meno “urlata” televisivamente significa che il brano è arrivato davvero alle persone.
Però credo anche che avrebbe potuto ottenere qualcosa in più. In alcuni momenti ho avuto la sensazione che l’Europa lo stesse ascoltando con molto affetto, ma non sempre percependolo come il vincitore assoluto. E lì probabilmente hanno inciso alcune scelte di staging e una messa in scena meno contemporanea rispetto ad altri competitor.

Che cosa lo ha penalizzato tra le giurie di qualità e il pubblico?
Secondo me le giurie hanno premiato produzioni più moderne e più costruite televisivamente. Sal Da Vinci ha puntato moltissimo sull’interpretazione e sulla verità emotiva, ma oggi molte giurie guardano anche al package internazionale: regia, dinamica scenica, innovazione sonora, contemporaneità dell’arrangiamento.
Dal lato del pubblico invece credo che abbia pagato il fatto di essere meno “instant” rispetto ad altri brani molto più immediati. Alcune canzoni quest’anno colpivano in dieci secondi. Sal invece era una performance che cresceva emotivamente nel tempo. E in una finale Eurovision, dove hai tantissimi stimoli uno dietro l’altro, questo può essere sia un pregio sia un limite.

Vittoria a sorpresa per la Bulgaria, quali sono stati i suoi punti di forza?
La Bulgaria ha vinto perché è riuscita a mettere insieme quasi tutto: impatto immediato, identità, energia, regia forte e una performer molto magnetica. Aveva una presenza scenica incredibile e soprattutto sembrava completamente padrona del palco.
Il brano era contemporaneo ma non impersonale. Aveva qualcosa di europeo, qualcosa di balcanico e qualcosa di pop internazionale allo stesso tempo. Inoltre la performance era costruita in modo intelligentissimo per la televisione: ogni inquadratura sembrava pensata per creare adrenalina.
E poi c’è un altro elemento fondamentale: era memorabile. In un Eurovision dove molte performance rischiano di confondersi, la Bulgaria è rimasta impressa immediatamente.

Anche Israele e Australia hanno ottenuto un risultato inaspettato: che ne pensi delle due performance?
Israele secondo me aveva una delle performance più cinematografiche della finale. Molto forte vocalmente, molto controllata scenicamente e costruita per creare tensione emotiva continua. Al netto di tutte le polemiche esterne, sul palco era una proposta estremamente competitiva.
L’Australia invece mi ha colpito per qualità tecnica pura. Ha portato una performance molto professionale, elegante e vocalmente solidissima. Forse però, proprio perché tutto era così perfetto, in alcuni momenti rischiava di sembrare quasi troppo controllata emotivamente.
Però entrambe hanno dimostrato una cosa importante: quest’anno il pubblico e le giurie hanno premiato chi aveva davvero presenza scenica e capacità di reggere un live enorme senza crollare vocalmente.

Concordi con la top five?
Abbastanza sì. Magari avrei visto dentro anche qualche proposta più artistica e meno “competitiva”, però nel complesso la top 5 rappresenta bene quello che è stato questo Eurovision: show forti, identità chiare e performance molto riconoscibili.
Forse la sorpresa vera è stata vedere alcune favorite storiche meno dominanti del previsto, ma secondo me è anche il segnale che il pubblico europeo sta cambiando gusti e cerca qualcosa di più autentico o imprevedibile.

Secondo te perché nessuna delle favorite ha vinto?
Perché quest’anno l’Eurovision era molto aperto e molto emotivo. Le favorite principali sembravano quasi troppo consapevoli di esserlo. Alcune performance erano impeccabili tecnicamente, ma non sempre riuscivano a creare quella connessione emotiva spontanea che poi sposta davvero il televoto.
La Bulgaria invece è arrivata con meno pressione addosso e ha avuto l’effetto sorpresa perfetto: forte, contemporanea, memorabile e soprattutto viva.
Credo che questa edizione abbia dimostrato una cosa importante: oggi non basta più essere perfetti. Bisogna lasciare un’immagine emotiva precisa nella testa delle persone dopo tre minuti.

Un tuo giudizio tecnico su questo Eurovision?
Dal punto di vista tecnico è stato uno degli Eurovision più forti degli ultimi anni a livello di regia televisiva, lighting design e costruzione scenica. Alcune performance sembravano veri videoclip live.
Allo stesso tempo però si è vista tantissimo la differenza tra chi aveva davvero preparazione vocale e chi invece si affidava soprattutto all’effetto scenico. In semifinale e anche in finale ci sono stati problemi di intonazione, fiato e gestione live in diverse esibizioni.
Un altro tema importante è stato il mix audio televisivo: in alcuni momenti le voci sembravano schiacciate dalla base o dai backing vocals, e questo secondo me ha penalizzato diversi artisti.
La cosa che mi porto via da questa edizione però è un’altra: finalmente si è tornati a vedere più identità culturale. Meno copie dello stesso pop internazionale e più personalità vere. E secondo me è esattamente quello di cui Eurovision aveva bisogno.

Leggi il commento di Giancarlo Genise alla prima semifinale dell’Eurovision 2026

Leggi il commento di Giancarlo Genise alla seconda semifinale dell’Eurovision 2026

© Italiaonline S.p.A. 2026Direzione e coordinamento di Libero Acquisition S.á r.l.P. IVA 03970540963