Il consumo di alimenti ultraprocessati è spesso al centro di dibattiti che riguardano non solo la salute ma anche la sostenibilità alimentare. Infatti, si tende a credere che chi consuma più prodotti industriali e confezionati tenda anche a sprecare e buttare più cibo.
Secondo uno studio italiano pubblicato nel 2026 sull’International Journal of Food Sciences and Nutrition, non emerge un’associazione significativa tra il consumo abituale di alimenti ultraprocessati e lo spreco alimentare domestico.
La ricerca è stata effettuata su 200 adulti italiani e ha avuto come risultato il fatto che il consumo di cibo ultraprocessato non sia tra i principali fattori che determinano un aumento dello spreco alimentare. Tuttavia, altri fattori come caratteristiche economiche, demografiche o dietetiche possono pesare proprio sullo spreco di alimenti.
Indice
Cosa sono gli alimenti ultraprocessati e perché sono correlati alla sostenibilità
Quando si legge la parola “alimento ultraprocessato” ci si sta riferendo a una serie di cibi conosciuti con la sigla UPF (Ultra-Processed Foods) e che sono classificati nel gruppo quattro del sistema NOVA. Tale sistema distingue gli alimenti in base alla natura e allo scopo delle trasformazioni industriali che hanno subito.
Tra gli esempi più comuni di cibi ultraprocessati troviamo sicuramente le bevande zuccherate, le merendine, gli snack confezionati, i dolci industriali, ma anche le salse, le preparazioni pronte e i prodotti a base di carne lavorata.
La classificazione non dipende solo dal numero di ingredienti presenti all’interno dell’etichetta, ma considera anche l’utilizzo di formulazioni industriali, sostanze di derivazione animale o specifici additivi che vengono utilizzati durante il processo di realizzazione dell’alimento.
Ma cosa c’entrano gli alimenti ultraprocessati con la sostenibilità ambientale? La domanda è lecita e la risposta non è così diretta. Infatti, mentre da una parte il confezionamento e l’utilizzo di determinati conservanti e ingredienti permettono di contribuire a prolungare la vita di scaffale di alcuni alimenti, dall’altra parte i processi di produzione, trasformazione e imballaggio comportano consumi di risorse e la produzione di scarti ambientali.
Questo è il motivo che porta molte persone a pensare che il consumo di ultraprocessati sia direttamente proporzionale allo spreco alimentare.
Lo studio italiano del 2026
Lo studio, intitolato Ultra-processed food consumption is not associated with household food waste in Italian adults: a cross-sectional study, è stato realizzato da un gruppo di ricercatori italiani e non solo.
Pubblicato l’8 settembre 2026, ha analizzato il comportamento alimentare di 200 adulti italiani, concentrandosi sul possibile rapporto tra consumo di ultraprocessati e spreco domestico. Per valutare le abitudini alimentari dei singoli individui, i ricercatori hanno fornito dei questionari che permettevano di stimare il consumo di alimenti appartenenti a diversi gruppi NOVA. Sono stati così incrociati la frequenza e la quantità di spreco con i diversi livelli di consumo degli alimenti presenti all’interno dei vari gruppi NOVA.
Chi mangia cibi ultraprocessati spreca di più? I risultati
Lo studio è arrivato alla conclusione che gli alimenti ultraprocessati rappresentavano mediamente il 21,2% del consumo alimentare complessivo (espresso in peso) di ogni persona. Durante i tre giorni di osservazione, il 44,5% dei partecipanti allo studio ha registrato almeno uno spreco alimentare.
Tuttavia, confrontando i vari dati, è emerso che chi mangiava cibi ultraprocessati in maggiore quantità non mostrava una probabilità significativamente più elevata di sprecare cibo. Quindi, le analisi condotte non hanno permesso di individuare un’associazione significativa con la probabilità di avere sprechi alimentari.
Quindi quali fattori possono incidere maggiormente sullo spreco alimentare domestico?
Se, secondo lo studio appena pubblicato, il consumo di ultraprocessati non è direttamente associato allo spreco, quali altri fattori possono esserlo?
All’interno dello studio si è visto che una maggiore spesa alimentare familiare era associata a maggiori sprechi di cibo. Inoltre, anche fattori legati all’età più avanzata o a un livello di istruzione superiore erano associati a maggiori quantità di alimenti scartati durante i pasti. Ovviamente, tutti questi nessi non devono essere visti come rapporti di causa-effetto, sostenendo la tesi che chi ha un titolo di studio più elevato possa necessariamente sprecare più cibo.
I risultati suggeriscono piuttosto che sono le abitudini di acquisto, le caratteristiche familiari e le condizioni socioeconomiche a meritare maggiore attenzione per quanto riguarda lo spreco alimentare domestico. Basti pensare ad esempio al fatto che famiglie molto numerose possono acquistare grandi quantità di frutta e verdura fresca, senza poi riuscire a consumarla nei tempi necessari affinché questa non si deteriori. In questo caso, si stanno consumando cibi freschi; eppure, si sta andando incontro a spreco alimentare.
Limiti dello studio
Bisogna comunque ricordare che lo studio potrebbe avere dei limiti per quanto riguarda il campione di persone analizzate, che è di sole 200 unità. Inoltre, il periodo di osservazione è molto breve e prevede infatti solo tre giorni di analisi; quindi, potrebbe non essere rappresentativo delle abitudini alimentari di una famiglia italiana durante l’anno. Servono quindi ulteriori ricerche per comprendere meglio il rapporto tra cibi ultraprocessati e spreco alimentare. Infine, occorre distinguere lo spreco alimentare presente all’interno della filiera da quello prodotto a livello domestico. Infatti, un alimento potrebbe generare zero avanzi in casa, ma richiedere comunque diverse fasi di produzione, trasformazione, confezionamento e trasporto fino alle nostre tavole.
Perché non bisogna confondere spreco alimentare e qualità della dieta?
Il risultato evidenziato dallo studio non consente di affermare che l’acquisto e il consumo di alimenti ultraprocessati siano più sostenibili o salutari per l’uomo. Infatti, mentre potrebbe essere necessario altro lavoro per capire se un’alimentazione maggiormente orientata verso cibi ultraprocessati possa essere più o meno impattante a livello di spreco alimentare, ciò che è certo è che il consumo eccessivo di questi alimenti non arreca benefici alla salute dal punto di vista nutrizionale.
Come ridurre lo spreco alimentare senza rinunciare a una dieta equilibrata?
Ridurre lo spreco significa intervenire soprattutto sulle proprie abitudini quotidiane: pianificare i pasti, controllare le scorte prima di fare la spesa, acquistare quantità realistiche e conservare correttamente gli alimenti.
È utile anche distinguere la data di scadenza dal termine minimo di conservazione. La dicitura «da consumarsi preferibilmente entro» riguarda principalmente il mantenimento delle caratteristiche qualitative del prodotto e non equivale automaticamente a una data oltre la quale l’alimento diventa pericoloso.
Secondo il Food Waste Index Report 2024 del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, nel 2022 sono state sprecate nel mondo circa 1,05 miliardi di tonnellate di cibo, il 60% delle quali a livello domestico.
Il messaggio dello studio italiano è quindi chiaro: per comprendere chi spreca più cibo non basta osservare quanti cibi ultraprocessati consuma. Allo stesso tempo, una dieta equilibrata e una gestione responsabile degli alimenti restano due obiettivi complementari, da perseguire attraverso scelte consapevoli e personali.
Fonti bibliografiche:
- Ultra-processed food consumption is not associated with household food waste in Italian adults: a cross-sectional study – Int J Food Sci Nutr
- United Nations Environment Programme (2024) – Food Waste Index Report 2024