Continuano le puntate di Belve Crime, il programma di Francesca Fagnani, spin-off di Belve, che racconta il male e chi l’ha conosciuto. Un ciclo di interviste con colpevoli, protagonisti o testimoni chiave di vicende di cronaca nera. Ospiti della puntata del 19 maggio, Raffaele Sollecito imputato insieme ad Amanda Knox per il delitto di Meredith Kercher, assolto nel 2015 in via definitiva.
In studio anche Teresa Potenza, ex compagna di un boss della criminalità organizzata foggiana e testimone chiave in un’operazione che ha consentito centinaia di arresti. Infine Francesca Fagnani ha intervistato Alessandra Giudicessa, conosciuta dal grande pubblico per aver recitato in Come un gatto in tangenziale, insieme alla sorella gemella.
Raffaele Sollecito, la delusione per Amanda Knox
Era il 2007 quando Perugia e l’Italia intera vennero sconvolte dall’omicidio di Meredith Kercher, giovane studentessa britannica uccisa da numerose coltellate. Il cadavere venne ritrovato nell’appartamento che condivideva con alcune studentesse, fra cui Amanda Knox, all’epoca fidanzata di Raffaele Sollecito.
Da subito le indagini si concentrarono proprio sulla coppia, all’epoca ventenne. Dopo quattro anni di carcerazione preventiva e una lunghissima battaglia giudiziaria, nel 2015 entrambi vennero assolti. L’unico responsabile per l’omicidio di Meredith, ad oggi, è Rudy Guede.
Nello studio di Francesca Fagnani, Raffaele Sollecito ha ripercorso la sua vicenda giudiziaria, raccontando il periodo delle indagini, fra interrogatori e cambi di versione, ma anche gli anni difficili in carcere.
“Sono stato in questura tutta la notte – ha ricordato -. Ero lì per dare chiarimenti, non ero nemmeno indagato. Mi hanno messo la luce in faccia e uno dei poliziotti mi ha detto: se ti alzi da questa sedia ti riempio di botte e ti lascio in un lago di sangue. Mi dicevano che stavo proteggendo quella “vacca” e che sarei rimasto in carcere per tutta la vita”.
Sollecito oggi si è rifatto una vita. Lavora come ingegnere informatico e si divide fra Berlino e la sua terra d’origine, la Puglia. Nonostante l’assoluzione è convinto che l’opinione pubblica creda ancora che lui sia implicato nel delitto di Perugia. “Sette italiani su dieci pensano ancora che io sia colpevole”, ha confidato a Francesca Fagnani.
E Amanda Knox? La giornalista e conduttrice ha ricordato una delle immagini maggiormente legate al terribile delitto di Meredith. Un fotogramma in cui Raffaele e Amanda si baciano e abbracciano fuori dalla casa in cui è avvenuto l’omicidio, proprio nelle fasi di ritrovamento del cadavere.
“È stata una manipolazione — ha spiegato Sollecito —. Volevo solo tranquillizzare Amanda”. Ha poi rivelato di aver cercato di contattare Amanda, ma di aver ricevuto un netto rifiuto. “Dopo un po’ le scrissi una lettera dal carcere e lì trovai il muro. Ci ho sofferto”, ha confessato.
Il coraggio di Teresa Potenza
Violenze e una vita difficile, ma anche la forza di ribellarsi e un coraggio straordinario. Teresa Potenza è la prima donna ad aver rotto quel muro di omertà che ha sempre protetto la mafia foggiana e l’ha fatto denunciando i delitti e le efferatezze del suo ex compagno, il boss di Cerignola Giuseppe Mastrangelo.
La donna, testimone di giustizia e sotto protezione, ha ripercorso gli anni dolorosi della sua infanzia, segnata da abusi quando era piccolissima, e il rapporto con il boss Mastrangelo, fatto di violenze continue e vessazioni. Un racconto agghiacciante, con episodi che Teresa ha ricordato con grande lucidità di fronte alle telecamere.
“Una sera mi portò in aperta campagna – ha rivelato -, mi mise la pistola in bocca poi in testa, mi prese per i capelli, mi urinò in faccia e mi disse: tu che vuoi scappare da me meriti questo. Ora scegli: vuoi essere violentata dai miei amici o ti faccio uno sfregio sul viso?”.
Fra gli anni Ottanta e Novanta, la guerra mafiosa fra clan rivali trasformò il foggiano in uno dei territori più sanguinosi e violenti. “I cadaveri venivano gettati nei pozzi”, ha spiegato Teresa, testimone anche di uno dei delitti più efferati dell’epoca: l’omicidio di tre ragazzi innocenti, uccisi solo perché visti in un bar con membri del clan rivale.
Ad ammazzarli fu proprio Mastrangelo. “Diceva: loro piangevano, gridavano come conigli. Uno ha visto morire l’altro”, ha ricordato Teresa. Poi la scelta di fuggire, dopo la scoperta di essere rimasta incinta. “L’ho fatto per dare la possibilità a mio figlio di crescere libero”.
Nel 1997, grazie alle sue rivelazioni, si concluse l’operazione Cartagine, un’inchiesta che colpì duramente la mafia di Cerignola. Giuseppe Mastrangelo venne infine condannato a tre ergastoli per quattro omicidi.
La storia di Alessandra Giudicessa, gemella di Come un gatto in tangenziale
L’ultimo ospite di Belve Crime è stata Alessandra Giudicessa, arrivata nello show senza la sorella gemella che è agli arresti domiciliari. Le due sono conosciute soprattutto per aver preso parte al film Come un gatto in tangenziale dove interpretavano due gemelle cleptomani.
Nella realtà entrambe sono state condannate più volte per furto con destrezza. “Dove entriamo ci vengono dietro le commesse – ha svelato -. Magari vado a accompagnare i miei figli a comprarsi una cosa e ci sono dieci commesse che mi vengono dietro. Lasciano perfino le casse libere e stanno tutte a seguire me. Che poi magari entra un altro e gli porta via tutto. A me viene da ridere ma intanto mi viene da piangere”.
Alessandra ha poi ricordato l’infanzia vissuta insieme alla sorella Valentina. “Nostro padre era sempre in galera e mamma ci ha messo in collegio da bambine, siamo cresciute io e mia sorella da sole e vorrei poter tornare indietro e cambiare tutto, mi taglierei le mani per avere una vita nuova”, ha ammesso.
Nemmeno i soldi ottenuti grazie al film con Paola Cortellesi e Antonio Albanese sono riusciti a migliorare la vita delle gemelle. “I soldi sono finiti subito – ha confessato -. Ci siamo ritrovate come prima, anzi, pure peggio. Perché alla fine ci sono arrivate tutte le denunce della gente che, guardando il film, poi si è ricordata che eravamo andate a rubare davvero”.