Stress emotivo, la presenza degli altri riduce l’ansia (lo dice la scienza)

La sola presenza fisica di un’altra persona può attenuare lo stress e rendere più sopportabili le situazioni difficili.

Pubblicato:

Donatella Ruggeri

Psicologa

Psicologa, fondatrice di “Settimana del Cervello”. È una nomade digitale: lavora da remoto e lo fa viaggiando.

Probabilmente hai presente almeno un momento della tua vita in cui ti sei resa conto di quanto pesi la solitudine davanti a una situazione difficile; non serve che sia stata una situazione eccezionale, molte persone convivono quotidianamente con la sensazione opprimente di dover portare tutto sulle spalle, da sole.

Eppure basterebbe pochissimo per cambiare le cose, così poco da sembrare quasi incredibile. Basterebbe avere qualcuno accanto, anche una persona che non si conosce affatto, qualcuno che non dice una parola, che non fa nulla di concreto per aiutare.

Secondo una recente ricerca la sola presenza fisica, la vicinanza nello spazio di un’altra persona, sarebbe sufficiente a rendere più sopportabile qualsiasi difficoltà.

Lo studio dell’università di Padova

Uno studio pubblicato da un gruppo di ricerca dell’Università di Padova ha sottoposto i partecipanti a situazioni stressanti e misurato le loro risposte fisiologiche e l’ansia auto-percepita.

I risultati hanno confermato qualcosa che forse istintivamente già sappiamo, ma che raramente ci fermiamo a razionalizzare: chi affronta le situazioni stressanti senza qualcuno accanto mostra un’attivazione nervosa significativamente maggiore rispetto a chi ha qualcuno al proprio fianco!

Il gruppo di ricerca ha definito questo fenomeno social buffering, che potremmo tradurre come “attutimento sociale” e si tratta di un campo di ricerca tutt’altro che nuovo o marginale.

Negli ultimi decenni, infatti, le evidenze scientifiche a sostegno di questo meccanismo si sono accumulate fino a formare un quadro coerente e robusto che attraversa la psicologia, le neuroscienze e la biologia evolutiva.

Cosa succede nel corpo quando siamo sotto pressione

Per capire perché la presenza altrui ci protegge, bisogna prima capire cosa succede dentro di noi quando siamo stressate; la risposta parte dal cervello e si irradia attraverso tutto l’organismo seguendo percorsi che si sono evoluti nell’arco di milioni di anni.

Quando percepiamo una minaccia reale o immaginaria, fisica o sociale, l’ipotalamo dà il via a una cascata di segnali che attraverso l’ipofisi raggiungono le ghiandole surrenali, le quali rilasciano cortisolo nel sangue. Questo ormone, comunemente chiamato “ormone dello stress“, prepara il corpo ad affrontare o fuggire dal pericolo: accelera il battito cardiaco, aumenta la pressione sanguigna, mobilita le riserve energetiche, acuisce l’attenzione verso tutto ciò che potrebbe rappresentare una minaccia.

Questo sistema è straordinariamente efficiente per gestire emergenze acute, ma diventa problematico quando rimane attivato in modo cronico, come accade nelle persone che vivono sotto stress prolungato.

È qui che entra in gioco lo scudo sociale, perché la presenza di un’altra persona interferisce con questa cascata in modo misurabile e significativo.

Gli studi mostrano una riduzione del cortisolo e del battito cardiaco in situazioni stressanti, ad esempio, quando le persone affrontano la prova in compagnia rispetto a quando la affrontano da sole.

In un lavoro diventato un classico della letteratura scientifica, Heinrichs e colleghi avevano dimostrato già nel 2003 che il supporto sociale sopprime in modo efficace i picchi di cortisolo in risposta allo stress, e soprattutto hanno mostrato che non è necessario un contatto fisico esplicito come un abbraccio: basta la co-presenza per attivare vie neurali che hanno un effetto calmante.

È come se il cervello eseguisse un calcolo automatico: sono sola, quindi sono vulnerabile, quindi devo stare all’erta; oppure, al contrario, c’è qualcuno con me, quindi non sono completamente esposta, posso abbassare le difese.

Questa logica affonda le radici nella biologia evolutiva: per i nostri antenati, che vivevano in gruppi e dipendevano dalla cooperazione sociale per la sopravvivenza, la solitudine era effettivamente sinonimo di pericolo; chi si allontanava dal gruppo era più vulnerabile ai predatori, alle malattie, agli incidenti, mentre la presenza del gruppo garantiva protezione.

Non è effetto placebo

Le evidenze a sostegno del social buffering sono oggi numerose e provengono da gruppi di ricerca sparsi in tutto il mondo che hanno utilizzato metodologie diverse e popolazioni diverse, arrivando sostanzialmente alle stesse conclusioni.

Il social buffering quindi non va considerato come un semplice effetto placebo, né si esaurisce nel conforto soggettivo del “sentirsi meno soli”: agisce attraverso meccanismi psicologici specifici.

Ci sono alcune eccezioni…

Tuttavia, non tutti beneficiano allo stesso modo della presenza altrui. Le persone con alti livelli di ansia sociale, ad esempio, tendono a percepire la presenza degli altri non come una risorsa ma come un’ulteriore fonte di pressione: il pensiero di essere osservati, giudicati, valutati si sovrappone e può amplificare lo stress originale piuttosto che attenuarlo, attivando quello che in psicologia cognitiva si chiama “catastrofizzazione”, ovvero la tendenza ad immaginare gli scenari peggiori possibili e a considerarli inevitabili.

Diversamente, persone con tratti più estroversi e un senso di sicurezza relazionale consolidato tendono ad amplificare il buffering, traendo dalla compagnia non solo un conforto passivo ma uno stimolo attivo alle strategie di superamento della sfida.

Un ruolo fondamentale sembrerebbe giocato anche dallo stile di attaccamento, un concetto sviluppato originariamente da John Bowlby e poi ampliato da decenni di ricerca empirica: le persone che hanno sviluppato uno stile di attaccamento sicuro grazie a relazioni precoci caratterizzate da coerenza, sensibilità e disponibilità da parte delle figure di cura, rispondono alle relazioni strette con una maggiore attivazione dell’ossitocina e sperimentano un effetto protettivo più forte rispetto a chi, a causa di esperienze precoci meno fortunate, ha sviluppato stili di attaccamento insicuri che rendono le relazioni stesse fonte di ambivalenza o ansia.

Cosa cambia, nella pratica

Tutto ciò ha conseguenze molto concrete su come possiamo organizzare la nostra vita per proteggerci dagli effetti negativi dello stress e la prima e più semplice di queste conseguenze è anche quella più controintuitiva: la presenza fisica conta, molto di più di quanto ci aspettiamo o di quanto tendiamo a riconoscere quando pianifichiamo le nostre giornate.

Le videochiamate, i messaggi, le interazioni sui social media offrono una forma di connessione che ha un valore reale e non va sminuito, ma che risulta insufficiente a produrre il buffering fisiologico completo che si osserva nella co-presenza: mancano i canali sensoriali, il tono della voce, i micro-segnali del volto, la cinestetica del corpo e soprattutto il contatto fisico, canali attraverso i quali il sistema nervoso riceve quei segnali che attivano le vie neurali protettive.

Questo significa che iniziative come il “digital detox” non sono mode priva di fondamento, ma potrebbero rispondere a un bisogno biologico reale: il tempo trascorso fisicamente con le persone care non è una categoria di esperienza sostituibile con quella trascorsa a interagire digitalmente, seppure con le stesse persone.

La scienza ci suggerisce quindi una cosa che suona quasi banale ma che la quotidianità iperconnessa e iperindividualista tende a far dimenticare: prima di affrontare le situazioni difficili, cercate qualcuno con cui stare.

Non necessariamente per parlare, né per chiedere aiuto; talvolta basta la presenza, un corpo vicino che dice al cervello che non siamo sole, nel mondo.

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