Matilde Gioli piange il suo cane: “Se ne va una parte della mia anima”. Perché il lutto per un animale fa così male

La perdita di un animale può lasciare un vuoto profondo e spesso poco compreso. Il legame costruito ogni giorno rende questo lutto reale e meritevole di rispetto

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Redazione

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“Non ero pronta per questo dolore”. Matilde Gioli ha affidato a Instagram l’addio al suo cane Kalel, morto dopo sei anni trascorsi al suo fianco. L’attrice ha raccontato un legame profondissimo e ha ammesso che con lui se ne va “una parte della mia anima”. Parole che possono sembrare eccessive solo a chi non ha mai sperimentato cosa significhi perdere un animale amato.

Perché un cane o un gatto entrano nelle abitudini, scandiscono le giornate, ci stanno accanto anche nei momenti più difficili e assistono silenziosamente a cambiamenti, crisi, traslochi, amori e solitudini. E quando non ci sono più, a mancare è la vita che avevamo costruito intorno a loro.

Quando perdiamo un animale perdiamo una relazione

C’è però una frase-scure che chi sta soffrendo per questo tipo di perdita si sente dire fin troppo spesso: “Dai, in fondo era solo un cane”. È forse una delle espressioni più inconsapevolmente crudeli che si possano pronunciare. Perché il dolore non misura la specie di chi abbiamo perso ma la profondità dell’amore che ci ha legati.

La psicologia lo definisce “lutto non riconosciuto”, quella sofferenza autentica, lacerante, che la società tende a liquidare con una pacca sulla spalla o con il classico (e sbagliatissimo) consiglio “Prendine subito un altro!”. Come se un’anima fosse un pezzo di ricambio. Come se le abitudini, le manie, le occhiate d’intesa d’un tratto potessero essere sovrascritte da un nuovo cucciolo. Chi vive questa perdita si ritrova così in una specie di isolamento emotivo. Si piange di nascosto, si sente un vuoto allo stomaco che proprio non vuole andarsene.

In alcuni casi possono comparire reazioni molto simili a quelle osservate dopo la morte di una persona cara: senso di vuoto, incredulità, nostalgia, difficoltà a dormire, bisogno di cercare quella presenza nei luoghi in cui eravamo abituati a trovarla. C’è anche una ragione molto concreta. Un animale è spesso una presenza continua. Lo vediamo al risveglio, quando rientriamo a casa, mentre lavoriamo, quando siamo tristi e quando non abbiamo voglia di parlare con nessuno. La sua assenza, quindi, entra in decine di piccoli gesti quotidiani.

Non bisogna avere fretta di stare meglio

Elaborare questa perdita significa prima di tutto concedersi il diritto di sentirla. Piangere, parlare dell’animale, riguardare le fotografie o creare un piccolo rito di saluto può essere un modo per dare una forma all’assenza.

Anche mantenere un legame simbolico con l’animale (attraverso un ricordo, un oggetto o un luogo speciale) può far parte naturalmente del processo di elaborazione. E poi serve tempo. Non esiste una durata corretta per soffrire e non c’è nulla di strano nel continuare a commuoversi mesi dopo. Piangere senza vergogna, ripercorrere le foto nella galleria del telefono, conservare quella coperta o creare un piccolo rito di saluto non significa rimanere incastrati nel passato significa dare dignità a un amore vero.

Se oggi il saluto di Matilde Gioli a Kalel fa risuonare qualcosa dentro di noi, è perché ci ricorda la verità più semplice e disarmante di tutte: fa male soltanto perché è stato bellissimo. E quel dolore non ha bisogno di essere giustificato di fronte a nessuno.

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