La resilienza di Carolyn Smith: perché non dobbiamo aver paura di mostrare la nostra fragilità

La storia di Carolyn Smith apre una riflessione più ampia sulla resilienza: riconoscere paura, stanchezza e vulnerabilità ci rende più capaci di adattarci a ciò che ci accade

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Ilaria Losapio

Giornalista esperta di Psicologia e Sessualità

Giornalista e web content editor esperta in comportamenti umani, racconta psicologia, affettività e sessualità focalizzandosi sul benessere emotivo.

Nelle parole con cui Carolyn Smith racconta undici anni di convivenza con il tumore c’è forse una delle definizioni più efficaci di resilienza: “Io non sono la mia malattia”. La coreografa continua le terapie, parla della paura, delle giornate più difficili, del rapporto cambiato con il proprio corpo e del bisogno di riconoscersi ancora allo specchio. Carolyn non nasconde la vulnerabilità e, allo stesso tempo, rifiuta di lasciare che sia la malattia a definirla. Perché essere resilienti non significa diventare impermeabili al dolore.

Resilienza non significa essere sempre forti

Siamo abituati a pensare alla persona resiliente come a quella che prende una botta pazzesca, fa un balzo, si spolvera i jeans e sorride come se niente fosse. Ma questa è fantascienza, non psicologia. L’American Psychological Association ci spiega che la resilienza è flessibilità mentale ed emotiva. Significa cadere, farsi male, piangere e poi, lentamente, trovare un modo per rimettersi in marcia.

Il problema è che la dittatura del “devi essere forte” ci fa un danno enorme: ci fa sentire in colpa pure quando stiamo male. Oltre al danno, la beffa di sentirsi inadeguati perché non affrontiamo i drammi della vita con un costante sorriso.

Dire “ho paura” o “sono stanca morta” significa smettere di sprecare un sacco di energia preziosa per fingere di essere indistruttibili. Le emozioni non sono da sopprimere come un file scomodo nel cestino del pc. La vulnerabilità è un campanello d’allarme intelligente, ci sta dicendo che qualcosa ci fa male, che abbiamo bisogno di ricaricare le batterie o che ci serve una mano.

Davanti a una malattia, un lutto o una crisi personale si sente spesso ripetere: “Devi essere positiva”, “Non devi mollare”. Di solito le si dice con buone intenzioni, per carità, ma possono indurre la persona a convincersi che rabbia, paura o disperazione siano emozioni sbagliate e che mostrarle significhi fallire.

La resilienza, invece, è un processo dinamico, influenzato dalle strategie con cui affrontiamo ciò che accade, dalle risorse disponibili e anche dalla qualità dei legami che ci circondano. la nostra rete di sicurezza (gli amici, le persone care, anche un professionista) fa tutta la differenza del mondo.

Chiedere aiuto è una competenza, non una debolezza

C’è un altro equivoco particolarmente radicato, ovvero pensare che la persona forte debba riuscire a cavarsela da sola. In realtà, sapere quando chiedere aiuto è una capacità psicologica sofisticata. Bisogna riconoscere i propri limiti senza trasformarli in un giudizio sul proprio valore.

Basta idealizzare la resilienza come un atto di eroismo solitario. Pensiamola piuttosto come il permettere a qualcuno di esserci quando siamo stanchi, accettare una cura, parlare con un professionista, dire a una persona cara che abbiamo paura. E soprattutto evitiamo che un evento doloroso diventi la nostra intera identità. Possiamo essere malati senza essere soltanto “il malato”, attraversare un lutto senza diventare esclusivamente “la persona che ha perso qualcuno”.

Essere resilienti vuol dire imparare a convivere con una parte vulnerabile di noi senza vergognarcene. Dobbiamo ricordarci sempre che la fragilità non è il contrario della forza, anzi. Molto spesso è il luogo dal quale la forza si origina.

 

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