Università, come usare dati, statistiche e classifiche per scegliere quella giusta per te

Una guida semplice e smart per orientarti tra le università e scegliere quella che davvero fa per te e per i tuoi sogni

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Giorgia Sdei

Giornalista esperta di spettacolo

Laureata in Scienze Filosofiche con master in comunicazione per lo spettacolo è giornalista pubblicista dal 2023. Scrive di tutto quello che passa per uno schermo, grande o piccolo che sia.

Ogni estate arriva il momento delle classifiche universitarie e, puntualmente, ci ritroviamo davanti a podi, punteggi e decimali con la sensazione che da quelle tabelle dipenda tutto il nostro futuro. Padova, poi Bologna, Camerino regina dei piccoli atenei, il Politecnico di Milano campione di specializzazione: chi occupa la posizione più alta dovrebbe essere automaticamente la scelta migliore. Ma è davvero così?

La realtà ha molte più sfumature, ed è anche più ricca di spunti. Una classifica può dirci molto sulla qualità di un’università, a condizione di non usarla come un oracolo. Il punto non è trovare l’ateneo migliore in assoluto, una creatura mitologica che probabilmente non esiste, ma capire quale funziona meglio per noi. Per riuscirci dobbiamo imparare a leggere ciò che si nasconde dietro il punteggio generale: servizi, strutture, borse di studio, mobilità internazionale, possibilità di trovare lavoro e qualità della vita quotidiana.

Classifiche universitarie: come leggerle per scegliere l’ateneo migliore

La Classifica Censis delle università italiane 2026/2027 prende in esame più di 960 variabili e produce 70 graduatorie. Non mette tutti gli atenei nello stesso calderone, ma li divide in categorie sulla base del numero degli iscritti: mega, grandi, medi e piccoli atenei, ai quali si aggiungono politecnici e università non statali.

Questa distinzione conta parecchio. Confrontare un’università da cinquantamila studenti con un piccolo campus, infatti, sarebbe come valutare con lo stesso metro un festival musicale e un concerto in un club. Entrambi possono offrire un’esperienza memorabile, ma lo fanno attraverso dimensioni, dinamiche e risorse differenti.

Il risultato complessivo nasce inoltre dall’incrocio di indicatori molto diversi. Ci sono le strutture (quindi aule, laboratori e biblioteche) i servizi, dagli alloggi alle mense fino alle segreterie, le borse di studio, la comunicazione digitale, l’internazionalizzazione, l’occupabilità dei laureati. Fermarci alla posizione finale pertanto significa perdere la parte più utile dell’indagine.

La classifica acquista senso solo quando smettiamo di leggerla come una gara e iniziamo a usarla come uno strumento per orientarci, chiedendoci quali condizioni e opportunità rispondono realmente al nostro percorso personale.

Il fascino dei grandi nomi non basta a scegliere bene

Tra i mega atenei statali, cioè quelli con oltre 40mila iscritti, Padova guida la graduatoria 2026/2027 con 91,2 punti, davanti a Bologna, ferma a 87,8. La Sapienza di Roma sale al terzo posto e supera Pisa, seguono la Statale di Milano e Firenze. Sono università storiche, con offerte formative vastissime, reti internazionali solide e una vita studentesca difficile da replicare altrove.

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Scegliere l’università giusta non è così facile

Studiare in una grande città universitaria può significare incontrare persone provenienti da ogni parte d’Italia e non solo, partecipare a decine di eventi e cambiare prospettiva ogni settimana. Significa però anche fare i conti con affitti alti, trasporti affollati, corsi molto frequentati e un rapporto con i docenti talvolta meno personale (se non inesistente).

Le dimensioni ridotte, d’altra parte, non sempre sono sinonimo di opportunità limitate. L’Università della Calabria ad esempio guida i grandi atenei, mentre Sassari è prima tra quelli medi. Camerino invece domina la categoria dei piccoli per il ventitreesimo anno consecutivo e, con 95,3 punti, ottiene il risultato complessivo più alto tra le università statali. Il suo punto di forza è anche digitale: raggiunge quota 104 nella comunicazione e nei servizi online.

Poi ci sono le realtà specialistiche. Il Politecnico di Milano arriva a 100,8 punti e spicca per occupabilità e internazionalizzazione. Nel privato, Luiss precede Bocconi e Cattolica tra i grandi atenei non statali, mentre Lumsa guida la fascia media. Sono risultati notevoli, ma la domanda rimane la stessa: il vantaggio offerto giustifica le tasse, il trasferimento e il costo della città? Una buona scelta deve funzionare anche sul piano economico.

Occupabilità, il dato più seducente e più facile da fraintendere

La percentuale di laureati che trova lavoro esercita un fascino comprensibile. Dopo anni di studio, tasse e sessioni d’esame, vogliamo sapere se quel percorso ci porterà da qualche parte. Eppure anche questo dato richiede contesto.

Un tasso elevato può dipendere dalla composizione dei corsi, dal territorio, dai rapporti con le imprese o dalla presenza di settori che assumono rapidamente. Non ci racconta di per sé la qualità dei contratti, gli stipendi, la coerenza tra impiego e titolo di studio né quante persone abbiano dovuto trasferirsi. Dovremmo quindi affiancare all’occupabilità altre domande: dopo quanto tempo si trova lavoro? In quale ambito? Con quale retribuzione? Quanti laureati proseguono gli studi?

La reputazione complessiva è solo un quadro generale, ciò che conta davvero è il dipartimento specifico in cui si passeranno tre o cinque anni di studio.

La vita oltre le aule è parte dell’esperienza universitaria

Per la nostra generazione scegliere un ateneo significa spesso scegliere una città, un costo della vita e un nuovo equilibrio personale. Le classifiche raccontano una parte dell’esperienza, ma raramente misurano la fatica di cercare casa, la distanza dalla famiglia o la possibilità di lavorare mentre si studia.

Prima dell’immatricolazione dovremmo quindi immaginare un budget realistico che comprenda tasse, affitto, bollette, trasporti, libri e rientri a casa. Poi verificare borse di studio, residenze universitarie e riduzioni legate all’Isee. Un ateneo leggermente più indietro in graduatoria, ma sostenibile per le nostre finanze, può regalarci un percorso molto più sereno di un nome prestigioso che si traduce in ansia mese dopo mese.

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L’università non è solo studio, conta anche la vita fuori dall’ateneo

Anche gli open day servono, purché non ci limitiamo alla presentazione di facciata. Visitiamo realmente biblioteche e laboratori, proviamo i mezzi pubblici della città, parliamo con chi frequenta già il corso che vogliamo fare. Chiediamo come funzionano gli appelli, quanto sono accessibili i professori e se i tirocini esistono davvero o vivono soltanto nelle brochure. Insomma: tocchiamo con mano ciò che vorremmo fare.

Università, la scelta giusta nasce dall’incrocio tra numeri e vita reale

Le immatricolazioni negli atenei tradizionali sono aumentate del 19,8% tra il 2015/2016 e il 2025/2026. Sta cambiando anche la popolazione universitaria: gli ex liceali rappresentano ancora la maggioranza, ma la loro quota è scesa dal 68,4% al 57,9%. Crescono gli studenti provenienti dagli istituti professionali e quelli con un diploma conseguito all’estero. L’università italiana sta diventando più plurale, anche se accesso e permanenza restano segnati dalle disuguaglianze.

È per questo che non possiamo scegliere solo in base al prestigio perché ognuno parte da desideri, possibilità economiche e bisogni diversi. Possiamo però costruire una nostra graduatoria personale, dando più peso ai fattori davvero decisivi: qualità del corso, costi, servizi, occupabilità, dimensione dell’ateneo e distanza da casa.

È lì, nell’incrocio tra dati e realtà, che si gioca la scelta più importante: l’università che fa per noi è quella in cui possiamo riconoscerci, crescere e costruire passo dopo passo una versione di futuro che sentiamo davvero nostra.

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