Parasocial relationship: i creator sono i nostri nuovi amici

Creator, influencer e chatbot entrano nelle nostre giornate fino a sembrare persone vicine. Ecco perché le relazioni parasociali ci coinvolgono così tanto

Pubblicato:

Giorgia Sdei

Giornalista esperta di spettacolo

Laureata in Scienze Filosofiche con master in comunicazione per lo spettacolo è giornalista pubblicista dal 2023. Scrive di tutto quello che passa per uno schermo, grande o piccolo che sia.

A volte ci accorgiamo di conoscere una persona che, in realtà, non abbiamo mai incontrato. Sappiamo quale tono userà in un video, quali argomenti evita, quali piccoli rituali mostra alla sua community. È una familiarità costruita attraverso uno schermo, eppure è capace di entrare nelle nostre abitudini quotidiane tanto quanto una vera amicizia.

Eppure non ci siamo mai seduti allo stesso tavolo con quella persona, non abbiamo condiviso esperienze reali insieme. Ma conosciamo dettagli, abitudini e piccoli aspetti della sua vita che, in un rapporto offline, assoceremmo alla confidenza di un’amicizia. La differenza è che, in questo caso, il legame procede in una sola direzione.

Le parasocial relationship nascono proprio da questo meccanismo: ci affezioniamo a qualcuno che entra con continuità nella nostra quotidianità attraverso i media, mentre quella persona non ha un accesso equivalente alla nostra vita. Il coinvolgimento emotivo è autentico, a essere asimmetrica è la relazione.

Cos’è la parasocial relationship

Il concetto non nasce oggi con TikTok ma qualche decennio fa. Negli anni Cinquanta gli studiosi Donald Horton e Richard Wohl avevano infatti già osservato quanto il pubblico potesse percepire i personaggi televisivi come presenze familiari. La differenza è che la televisione restava in salotto, mentre lo smartphone viene a letto con noi.

I creator, però, come i personaggi di un tempo, parlano un linguaggio che riduce le distanze. Registrano in camera, si mostrano senza trucco, raccontano fallimenti, chiedono consigli e leggono i commenti che lasciamo loro. È una comunicazione che sembra orizzontale anche quando dall’altra parte ci sono centinaia di migliaia di persone.

E in effetti dopo mesi di contenuti visti riusciamo ad anticipare le battute, riconosciamo i modi di fare e sappiamo quale opinione avrà il nostro podcaster o influencer preferito su una certa notizia. Questa continuità produce confidenza poiché il cervello non ragiona in termini di follower e non è interessato all’algoritmo, semplicemente registra volti e voci.

Non c’è niente di ridicolo nell’affezionarsi, quindi: una voce ascoltata ogni giorno può accompagnarci in un periodo difficile o dare parole a un’esperienza che non riuscivamo a spiegare. Il problema semmai è confondere la familiarità con il sentirci in diritto di dire la nostra opinione non richiesta anche su temi delicati o sensibili.

Quando il pubblico vuole entrare dietro le quinte

La tensione nasce soprattutto quando chi seguiamo sceglie di mettere un confine. Una pausa improvvisa, una relazione mantenuta privata o un cambio di direzione nei contenuti possono essere vissuti da alcuni membri della community come una distanza ingiustificata, quasi come se venisse meno un rapporto costruito nel tempo.

È un ribaltamento curioso: dopo mesi di aggiornamenti, quella presenza costante può trasformarsi nella percezione di un legame personale. Così, quando il racconto si interrompe o cambia direzione, alcuni vivono la distanza come una sorta di rottura di un patto implicito.

Il fandom può allora cambiare natura. Non si limita più a commentare ciò che viene condiviso, ma inizia a cercare spiegazioni per ciò che non viene mostrato. Una foto ritagliata, un’assenza improvvisa o un dettaglio fuori posto diventano indizi da interpretare. E in questo modo la privacy, invece di essere un confine legittimo, rischia di trasformarsi in un mistero da risolvere collettivamente.

Le piattaforme stesse, in questo senso, aiutano poco. Se un contenuto normale dura trenta secondi, una polemica può produrre aggiornamenti per giorni e giorni. Il sistema premia chi semplifica e polarizza, chi prende posizione e trasforma ogni sfumatura in uno scontro.

Criticare chi comunica pubblicamente resta, però, legittimo. Se qualcuno con milioni di followers diffonde informazioni false, promuove prodotti pericolosi o usa male il proprio potere, la contestazione è necessaria. Ma c’è differenza tra valutare un comportamento e pretendere di conoscere intenzioni, sentimenti e intera biografia di qualcuno partendo da pochi contenuti.

Il nostro bisogno di compagnia incontra l’algoritmo

Queste relazioni hanno un vantaggio evidente: sono sempre accessibili. Non dobbiamo organizzare un incontro, trovare il momento giusto o affrontare la complessità di un confronto reale. Possiamo aprire un’app, ascoltare una voce familiare e interrompere il contatto in qualsiasi momento. La presenza digitale si adatta ai nostri tempi e ai nostri bisogni.

iStock
Ci sentiamo sempre più vicini ai nostri creator preferiti, ma non dobbiamo oltrepassare il limite

In più, i creator ci offrono qualcosa che spesso manca nella vita quotidiana, una storia con un filo narrativo. Le loro esperienze arrivano in sequenza, come episodi di una serie: un nuovo progetto, un cambiamento importante, una difficoltà, una ripartenza. Seguire questo percorso è semplice perché ha una struttura chiara. Le nostre giornate, invece, sono spesso frammentate e imprevedibili. Guardare il percorso di qualcun altro può quindi dare una sensazione di continuità e di ordine.

E l’algoritmo amplifica questa sensazione di vicinanza: basta guardare pochi contenuti perché il feed ce ne mostri altri simili, creando una presenza quasi continua. Non scegliamo solo noi chi seguire, quindi, perché anche la piattaforma decide chi riportarci davanti.

Per capire se il rapporto è sano, sul web come nella vita reale, conta l’effetto che ha su di noi. Può essere positivo se ci ispira o ci fa sentire connessi; diventa un problema se influenza troppo il nostro umore, alimenta confronti costanti o prende il posto delle relazioni reali.

Con l’AI la risposta arriva davvero

Con i chatbot il meccanismo cambia ancora. Un creator non può rispondere a tutti, mentre un sistema conversazionale può adattarsi al nostro modo di parlare, ricordare preferenze e creare l’illusione di uno scambio personale.

La sensazione è diversa perché in questo caso non osserviamo più soltanto qualcuno, ma interagiamo con qualcosa che sembra ascoltarci. La reciprocità, però, resta simulata: il chatbot non prova affetto o nostalgia, anche quando usa un linguaggio che può farlo pensare.

Una ricerca pubblicata nel 2026 su Humanities and Social Sciences Communications ha analizzato come interattività percepita e attrattiva degli agenti virtuali possano favorire forme di coinvolgimento romantico parasociale. Nei test, le persone tendevano a sviluppare un legame emotivo maggiore con agenti più personalizzati e coinvolgenti. Gli autori sottolineano però i limiti dello studio e la necessità di ulteriori verifiche.

Questo non significa che parlare con un’AI equivalga a una relazione umana. Significa che il nostro cervello può rispondere con intensità a segnali di attenzione, continuità e disponibilità, anche quando arrivano da un software.

La domanda fondamentale è: “Mi fa bene?”

La differenza sta nella consapevolezza. Un creator può accompagnarci senza conoscerci, un chatbot può risponderci senza comprenderci davvero. La domanda da porsi è semplice: questa relazione arricchisce la nostra vita o ci allontana da essa? Ci aiuta a conoscerci meglio o ci lega troppo al mondo degli altri? Perché in fondo le relazioni che ci fanno crescere davvero iniziano quando anche l’altra persona può sorprenderci, contraddirci e chiederci qualcosa in cambio.

© Italiaonline S.p.A. 2026Direzione e coordinamento di Libero Acquisition S.á r.l.P. IVA 03970540963