Abbiamo creato un linguaggio comune in grado di stemperare la tensione: i meme li creiamo e li leggiamo ovunque. Sono uno strumento che, oltre a farci ridere, è diventato una forma di attivismo con cui esprimiamo le nostre opinioni mantenendo un tono sarcastico e leggero.
Il meme ci serve per mascherare il nostro disagio.
Indice
Usare i meme per mascherare il disagio? Si può
Quella che sembra una banale battuta, in realtà, racconta un disagio condiviso. I meme sono diventati il nostro linguaggio comune: veloci e familiari, li usiamo principalmente per scherzare sulle situazioni relatable e su ciò che ci causa tensione o paura. Dietro quelle che sembrano solo battute, si nasconde la voglia di far sentire la nostra voce.
È il nostro modo di affrontare la realtà, bella o brutta che sia. I meme sono diventati così tanto parte del nostro modo di esprimerci che li utilizziamo anche durante le proteste.
Negli ultimi fine settimana le piazze italiane sono ricolme di proteste da parte dei cittadini. I manifestanti sono per lo più della Gen Z, la generazione dei meme che li ha trasformati anche in una forma di attivismo. Cartelli ironici, video montati con le musiche dei trend del momento: sembra un modo poco serio di affrontare problemi come il carovita o i disagi sociali, ma è in realtà la nostra nuova maniera per attirare l’attenzione e far capire che anche noi abbiamo una voce e la vogliamo usare.
I social diventano, poi, una seconda piazza in cui il dissenso viene raccontato sotto forma di meme.
Meme e proteste: quando l’ironia diventa una forma di attivismo
Per noi, i meme sono molto più di un’immagine con una scritta. Rielaborano riferimenti culturali attraverso l’ironia e il sarcasmo. Possono diventare virali in poco tempo, perché utilizzano un linguaggio che ci è familiare, e ci permettono di esprimere la rabbia attraverso la risata.
Le proteste del 17 e 18 ottobre in Italia hanno dato voce anche a una generazione che è stanca di candidarsi per uno stage da 500 euro al mese, di non avere certezze sul futuro economico e sociale e di non poter nemmeno pensare di dare il via alla propria indipendenza non sapendo come arrivare a fine mese con il carovita.
Un meme sulla precarietà lavorativa fa ridere, ma subito dopo lascia una sensazione amara dentro di noi. È la consapevolezza che dietro l’ironia c’è una realtà che viviamo e che non sappiamo bene come modificare. Si parte da un riferimento pop, come la scena di una serie TV, e la si trasforma in una critica sociale. Si possono condensare concetti complessi in poche righe ed è facilmente comprensibile, il che lo rende molto rapido da condividere. In questo modo, si mobilitano molte persone per creare interi cortei nelle città.
Il motivo per cui i meme sono entrati facilmente nel linguaggio delle proteste è semplice: per la nostra generazione i social sono un luogo in cui elaborare esperienze comuni, creando un segnale di riconoscimento. “Anche tu sei stanca degli stage non retribuiti?”.
Ridere per non crollare: i meme come risposta alla crisi
C’è qualcosa di serio nel nostro modo di affrontare le crisi. L’ansia per il futuro, la precarietà lavorativa o il cambiamento climatico: tutto può diventare il soggetto di un meme, benché siano argomenti complessi e preoccupanti. A volte usiamo l’ironia come forma di autodifesa, per riuscire ad affrontare meglio le avversità.
Insomma, i meme ci salvano la vita. Ridere permette di stemperare la tensione, riducendo quindi il nostro carico emotivo. Il mondo in cui stiamo crescendo è incerto e il percorso per la nostra indipendenza è sempre più difficile. usando l’ironia riusciamo ad alleggerire l’aria che respiriamo.
Il meme è un linguaggio, e come tale molte persone possono comprenderlo. Nella nostra generazione, leggere di una situazione relatable significa creare connessione con chiunque abbia avuto la stessa esperienza o provato le stesse emozioni. Siamo tutti sulla stessa barca. Meglio farsi quattro risate.
Ed è proprio il punto su cui molti scivolano. I nostri meme vengono interpretati come banali immagini con delle scritte. Ma dietro, c’è il bisogno di trovare la forza emotiva, un espediente per tirare avanti e il desiderio di non sentirsi soli. Capire perché usiamo il sarcasmo farebbe risparmiare molti giudizi ingiusti nei nostri confronti.
Piano piano metabolizziamo la realtà che ci circonda: l’umorismo non cancella il disagio, ma lo traduce e lo rende condivisibile, spingendo le persone a domandarsi come mai si scherzi tanto su qualcosa.
Oltre la risata: quando un meme non basta più
C’è però differenza tra ridere di un problema e provare a cambiarlo. Un meme può raccontare la nostra frustrazione di non riuscire a trovare un lavoro stabile, ironizzare sul costo di una casa o mettere in luce le contraddizioni politiche. Ma cosa succede dopo averlo condiviso? La rabbia si trasforma in una presa di posizione oppure resta soltanto un contenuto che scorre sullo schermo?
È uno dei limiti dell’attivismo digitale: il rischio è che anche temi importanti finiscano per sembrare solo dei trend passeggeri, senza lasciare il tempo di comprenderli davvero. Una risata può attirare l’attenzione, ma da sola non risolve i problemi.
Non significa, però, che i meme siano inutili. Possono essere un punto di partenza, un modo per avvicinare persone che condividono lo stesso disagio e portarle a interessarsi a ciò che accade intorno a loro. Il loro valore non sta soltanto nel numero di condivisioni, ma anche nelle domande che riescono a far nascere.
Forse è proprio qui che si trova la forza dei nostri meme: nel rendere visibile ciò che spesso viene minimizzato. Dietro una battuta sulla difficoltà di diventare indipendenti c’è una richiesta di ascolto; dietro un cartello ironico in piazza, la volontà di esprimere un dissenso. Non dobbiamo scegliere tra ridere e prendere sul serio quello che viviamo. Possiamo fare entrambe le cose. Perché l’ironia non rende meno reale il disagio che raccontiamo. Gli dà una forma e lo trasforma in qualcosa che altre persone possono riconoscere. E se una risata riesce a farci sentire meno soli, a volte può anche essere il primo passo per smettere di limitarci a riderci sopra.