Sono passati 32 anni da Il Postino e altrettanti da quando Massimo Troisi ci ha lasciato. Ma il tempo non sembra essere trascorso perché le emozioni che ci regalano sono immortali, come ci ha detto Maria Grazie Cucinotta, in occasione della quindicesima edizione di Marefestival Salina Premio Troisi.
L’evento si è svolto sull’isola eoliana, dove è stato girato Il Postino, che per la prima volta è stato trasposto in un’opera teatrale. Come ogni anno, sono stati premiati artisti che rappresentano eccellenze nel loro campo, da Clorinne Cléry (leggi la nostra intervista) a Marco Risi.
Maria Grazia Cucinotta ha condiviso con noi il suo ricordo di Troisi, raccontandoci di come quell’incontro le abbia cambiato la vita sotto ogni aspetto, diventando un’icona del cinema. Il suo sogno? Lavorare con giovani artisti pieni di entusiasmo.
Dopo quindici edizioni, che emozioni continua a darti il ruolo di madrina del Marefestival Salina Premio Troisi e quanto conta per te esserci sempre?
Questo premio è per me un modo per ricordare Massimo e premiare tutte le eccellenze italiane e siciliane che si sono distinte. Significa far rivivere sempre il suo nome e ricordarci che è stato, ed è ancora oggi, un grande del cinema. È il nostro modo per continuare a dirgli grazie.
Tra i diversi compiti che hai svolto, hai presentato l’installazione restaurata dedicata a Troisi, che avevi inaugurato durante la prima edizione. Che effetto ti ha fatto?
Mi fa sorridere, perché il tempo passa e vola. Sono già trascorsi 32 anni da Il Postino. Tutto questo mi fa riflettere: il tempo può usurare le cose, ma non il ricordo. Anch’io sono invecchiata, ho 32 anni in più, e non posso essere restaurata come un’opera d’arte, ma ho imparato che il tempo non è un nemico. È ciò che ci permette di guardarci indietro, di fare memoria, di dare un senso al nostro percorso. Se il tempo non passasse, non avremmo una storia da raccontare.
È sempre emozionante per te tornare a Salina?
Per me è un’emozione unica. Quest’anno ancora di più, perché è venuta a mancare Clara Rametta, la proprietaria dell’albergo che per noi è stato casa per tutti questi anni. Tornare qui significa sentire ancora il suo abbraccio e quello di un’isola che continua a farti sentire a casa, perché anche se lei non c’è più, ho ritrovato tutto quello che ha lasciato.
Ti ricordi la prima volta che hai incontrato Massimo Troisi?
Come potrei dimenticarla? Ero talmente emozionata che non riuscivo a spiccicare parola. Lui però aveva una sensibilità straordinaria: capiva subito le persone e riusciva a metterti a tuo agio. Non sottolineava i tuoi difetti, anzi li trasformava in qualcosa di speciale, in qualità che ti rendevano unica.
Qual è, secondo te, il più grande lascito di Troisi al cinema?
La sua unicità. Massimo è immortale proprio perché era diverso da tutti. Aveva un suo stile, un suo modo di parlare, una sensibilità inconfondibili e unici. Sapeva essere ironico e al tempo stesso tagliente come un bisturi, dicendoti la verità in faccia. È impossibile avere un altro Troisi.
Dunque, non possiamo parlare di eredi?
No, nessuno può essere l’erede di Massimo Troisi. Sarebbe soltanto una brutta imitazione. Lui era irripetibile.
E Il Postino come ha cambiato la tua vita?
L’ha cambiata totalmente, non solo dal punto di vista professionale. È un film che, dopo 32 anni, continua a emozionare. Ho assistito a proiezioni sold out piene di ragazzi che applaudivano per minuti interi. È qualcosa di inspiegabile. Il suo ritmo lento, così diverso da quello del cinema di oggi, ma forse proprio per questo continua a dire qualcosa, perché invita a riflettere. Il successo è davvero qualcosa di inspiegabile, e quando arriva ti senti solo fortunato perché è toccato a te, è toccato a questo film e a Massimo che se lo è meritato tutto.
E da lì sei diventata un’icona del cinema. Come vivi questo ruolo?
Ancora oggi mi sorprendo. Mi guardo e penso: “Oddio, sono io?”. Non ci si abitua mai. Lo vivo con ironia e con gratitudine, perché il pubblico ti restituisce qualcosa di unico. Se sai usare bene il successo, può diventare uno strumento meraviglioso.
Quali saranno i tuoi prossimi impegni?
A settembre inizierò una serie di cui però non posso ancora parlare e, da novembre, tornerò a teatro con La moglie fantasma insieme a Pino Quartullo.
Prima hai parlato del tempo che passa e dell’importanza di accettarlo. Come vivi oggi il rapporto con il tuo corpo e con l’età?
Ho imparato ad accettarmi. Invecchiare non è un dramma, ma un privilegio, perché non a tutti è concesso. Le rughe non sono un mostro che ti deturpa, sono la testimonianza di ciò che hai vissuto. Con il tempo ho imparato soprattutto a prendermi più cura di me stessa.
Un’ultima domanda: con chi ti piacerebbe lavorare oggi?
Mi piace lavorare con i giovani, perché hanno un entusiasmo contagioso. Hanno voglia di mettersi alla prova, di farcela, e sono profondamente grati per ogni opportunità. Mettere a disposizione la mia esperienza e la mia popolarità per dare loro visibilità è una cosa bellissima.