Il sussurro del fuoco, Javier Castillo: “Ci accorgiamo di vivere solo quando la morte ci sfiora”

"Con 'Il sussurro del fuoco' voglio riaccendere quella fiamma che tutti abbiamo dentro": Javier Castillo ci racconta il suo nuovo thriller

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Federica Cislaghi

Royal e Lifestyle Specialist

Dopo il dottorato in filosofia, decide di fare della scrittura una professione. Si specializza così nel raccontare la cronaca rosa, i vizi e le virtù dei Reali, i segreti del mondo dello spettacolo e della televisione.

Se volete provare qualche brivido in questa torrida estate, dovete leggere Il sussurro del fuoco di Javier Castillo, edito da Salani.

Javier Castillo ci ha abituato ai suoi thriller, fatti di mistero, suspence e riflessione esistenziale e Il sussurro del fuoco non fa eccezione. Anzi è probabilmente il suo romanzo più inquietante e magnetico. Non è quindi un caso che sia stato tradotto in 27 lingue e abbiamo venduto oltre 2,5 milioni di copie.

Il sussurro del fuoco è un thriller che unisce mistero e riflessione esistenziale. Che cosa ti ha ispirato questa storia?
Tutto è nato osservando le persone intorno a me. Mi rendevo conto che molti amici conducevano un’esistenza quasi spenta, vivevano senza entusiasmo, come se avessero smesso di inseguire ciò che li rendeva davvero felici. Ho iniziato a chiedermi come poter raccontare questa sensazione in un romanzo.
L’idea era quella di scrivere un thriller che non fosse soltanto un susseguirsi di colpi di scena, ma che contenesse anche un messaggio. Volevo parlare di quella fiamma interiore che tutti possediamo e che, con il tempo, rischia di spegnersi se non ce ne prendiamo cura.
Poi è arrivato un viaggio a Tenerife, nelle isole Canarie. Essere circondato da un paesaggio vulcanico mi ha fatto capire che il fuoco sarebbe diventato il simbolo perfetto del romanzo. È lì che tutto ha preso forma.
Durante quella vacanza è successo anche un episodio molto particolare. Due turisti si trovavano davanti alla mia famiglia quando uno di loro è improvvisamente svenuto. Abbiamo cercato di aiutarlo fino all’arrivo dei soccorsi. In quel momento mi sono chiesto: “E se fosse questo l’inizio della storia che sto cercando?”. Così ho immaginato due fratelli: lui viene ricoverato in ospedale e, quando finalmente esce, scopre che la sorella è scomparsa. Da quel momento parte una ricerca che è sì investigativa, ma soprattutto personale.

Il fuoco, che è presente nel titolo, percorre tutta la storia: che significato ha?
Per me il fuoco rappresenta molte cose contemporaneamente. È energia, vitalità, anima. È quella forza che ci fa sentire vivi e che spesso, senza nemmeno rendercene conto, lasciamo affievolire. Con questo romanzo volevo raccontare proprio le occasioni che la vita ci mette davanti per riaccendere quella fiamma. Non sempre le cogliamo, spesso per paura o perché restiamo imprigionati nelle nostre abitudini.
In Spagna esiste una tradizione molto sentita durante la notte di San Giovanni: si accendono grandi falò sulle spiagge e le persone li saltano come gesto simbolico. Quel salto rappresenta il superamento delle paure, il desiderio di ricominciare. Mi piace pensare che molti vivano senza compiere mai quel salto. Restano immobili, preferiscono la sicurezza all’ignoto. Io volevo raccontare proprio il momento in cui qualcuno decide finalmente di attraversare il fuoco e cambiare.

Anche l’ambientazione sembra avere un ruolo fondamentale. Le Canarie sono quasi un personaggio della storia.
In realtà preferisco dire che sono l’anima del romanzo. Quando osservi un’isola vulcanica capisci immediatamente che sotto la superficie esiste una forza enorme, invisibile ma costante. È un’immagine che riflette perfettamente quello che accade dentro ognuno di noi. Quelle terre sono vive, respirano, custodiscono un’energia che può esplodere da un momento all’altro. È esattamente ciò che accade ai protagonisti della storia. Per questo motivo il romanzo non avrebbe potuto svolgersi altrove. Il paesaggio non è uno sfondo, ma parte integrante del significato stesso del libro.

Il protagonista ritrova se stesso attraverso un evento profondamente traumatico, la scomparsa della sorella. È davvero necessario che qualcosa ci sconvolga per cambiare?
È una domanda che mi accompagna da tempo. Penso che uno dei grandi problemi della società contemporanea sia proprio questo: ci ricordiamo quanto sia preziosa la vita soltanto quando la morte ci sfiora. Può essere un incidente, una malattia, una perdita improvvisa. In quei momenti ci promettiamo di vivere diversamente, di dedicare più tempo alle persone che amiamo, di cambiare ciò che non ci rende felici. Poi, però, dopo pochi giorni tutto torna come prima. La routine riprende il sopravvento e dimentichiamo quella promessa. Con questo romanzo volevo invitare i lettori a non aspettare quel momento. Non dovrebbe essere la paura della morte a costringerci finalmente a vivere.

La scomparsa è un elemento ricorrente nei tuoi romanzi. C’è un motivo particolare?
La scomparsa è uno degli strumenti narrativi più potenti che esistano perché genera immediatamente una domanda senza risposta.
Nel caso de Il sussurro del fuoco, però, succede qualcosa di diverso rispetto ai miei romanzi precedenti. Qui la scomparsa rappresenta soltanto il punto di partenza. Si chiarisce molto presto e lascia spazio a un’altra dinamica narrativa, quasi una caccia al tesoro, una ricerca della verità che porta il protagonista a confrontarsi soprattutto con sé stesso. Ne La ragazza di neve, invece, la scomparsa era il mistero centrale che accompagnava il lettore fino all’ultima pagina. Qui il motore della storia cambia continuamente.

I tuoi personaggi sembrano sempre molto reali. Come li costruisci?
All’inizio non sono così complessi come sembrano. Nascono quasi come figure bidimensionali, degli archetipi. Poi, mentre procedo nella scrittura, comincio a conoscerli meglio. È un processo molto simile a quello di uno scultore che, poco alla volta, elimina il materiale superfluo fino a far emergere la forma definitiva. Quando arrivo più o meno agli ultimi capitoli capisco finalmente chi sono davvero. A quel punto torno all’inizio del romanzo e riscrivo molte scene, perché ogni gesto, ogni dialogo e ogni scelta risultino coerenti con la loro vera identità.

Tutti i tuoi libri appartengono al thriller. Che cosa rende questo genere così speciale ai tuoi occhi?
Perché credo che sia uno strumento narrativo potentissimo. Il thriller possiede una qualità che pochi altri generi hanno: spinge il lettore a voltare pagina. Ti tiene dentro la storia. E proprio grazie a questa forza puoi affrontare qualunque argomento. Ne La ragazza di neve parlavo dell’elaborazione del dolore e della violenza sessuale. Ne Il gioco dell’anima affrontavo il tema del fanatismo religioso. In questo nuovo romanzo rifletto sul senso della vita, sulla paura di cambiare e sulla necessità di utilizzare bene il tempo che abbiamo. Oggi siamo continuamente distratti dai social network e da stimoli sempre più veloci. Il thriller, invece, riesce ancora a catturare l’attenzione e a far riflettere.

Anche lei, a un certo punto della sua vita, ha deciso di “saltare il fuoco”: ha lasciato il suo lavoro per dedicarsi completamente alla scrittura.
Più che cambiare vita, direi che ho deciso di prendere finalmente in mano le redini della mia esistenza. La vita è imprevedibile per tutti. Non importa quanti soldi abbiamo, quale sia il nostro lavoro o quanto ci sentiamo al sicuro. Per questo penso che dovremmo usare il tempo che abbiamo per fare ciò che ci rende davvero felici. Per me quel salto è stato scrivere il mio primo romanzo. Oggi ho anche la fortuna di poter trascorrere più tempo con i miei figli grazie ai libri che ho scritto. È qualcosa che considero un enorme privilegio.

Per concludere, perché dovremmo leggere Il sussurro del fuoco?
Perché è un thriller che intrattiene, sorprende e accompagna il lettore fino all’ultima pagina, ma non si limita a raccontare un mistero. Mi piacerebbe che, una volta chiuso il libro, ciascuno si fermasse a riflettere sulla propria vita. Se riuscisse anche solo a spingere una persona a uscire dalla propria zona di comfort, a cogliere un’opportunità che aveva paura di affrontare o semplicemente a guardare il mondo con occhi diversi, allora avrebbe raggiunto il suo vero obiettivo. Per me sarebbe la conclusione più bella possibile.

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