Francesca Caon è un punto di riferimento nel mondo della comunicazione da oltre dieci anni. Giornalista, autrice e founder di Caon PR, attualmente è in libreria con Ombrelli per shitstorm. Come difendersi dalle crisi reputazionali, edito da Roi Edizioni.
Nel libro vengono analizzati i più celebri casi italiani, da Enzo Tortora a Chiara Ferragni, da Ilary Blasi a Jannik Sinner, spiegando come nascono le tempeste mediatiche e perché nessuno è davvero al riparo dal giudizio della Rete.
Con Francesca Caon abbiamo cercato di capire come è cambiato il modo di fare comunicazione, considerando uno dei casi mediatici che ha tenuto banco per mesi tra il 2025 e il 2026, quello che ha coinvolto Fabrizio Corona e Alfonso Signorini, con conseguenze che si trascinano ancora adesso per la società del giornalista, le cui azioni stanno andando a picco.
Caon ci ha spiegato, inoltre, perché la reputazione oggi conta così tanto e il modo in cui agisce l’Intelligenza Artificiale sull’informazione e come possiamo riconoscere le fake news, innanzitutto liberandoci dalla pigrizia intellettuale.
È cambiato il modo di fare comunicazione negli ultimi anni?
Assolutamente sì. Il cambiamento più evidente è legato al digitale. Se un tempo la carta stampata aveva spazi limitati da riempire, oggi viviamo in una dimensione praticamente infinita di pubblicazione e divulgazione. Questo ha modificato profondamente anche il lavoro dei giornalisti, che spesso si trovano immersi in una ricerca continua e quasi compulsiva di notizie. La velocità è diventata un valore dominante, ma talvolta va a scapito della verifica delle fonti. È proprio in questo contesto che si è sviluppato il fenomeno delle fake news, mettendo in discussione principi fondamentali della professione come il fact-checking e il rispetto del codice deontologico.
Quanto pesa oggi la reputazione in questo ecosistema comunicativo?
La reputazione è probabilmente l’asset più importante per aziende e professionisti, ma anche il più fragile. I social media hanno amplificato enormemente il potere del giudizio pubblico. Penso a casi emblematici come quello di Guido Barilla nel 2013 o, più recentemente, alla vicenda del Pandoro Balocco che ha coinvolto Chiara Ferragni. In entrambi i casi, la gestione della comunicazione è stata determinante. Quando il danno reputazionale si sedimenta, recuperare la fiducia richiede tempo, competenza e una strategia molto precisa.
Qual è stata una delle crisi più complesse che hai dovuto affrontare professionalmente?
Senza entrare nei dettagli, ricordo un’inchiesta televisiva che coinvolgeva il mondo della formazione e del coaching. Situazioni di questo tipo sono particolarmente delicate perché toccano aspetti umani molto profondi. In questi casi la tempestività è fondamentale: non bisogna lasciare vuoti comunicativi che rischiano di essere riempiti da supposizioni o giudizi. La trasparenza e la disponibilità al confronto sono elementi essenziali per affrontare una crisi.
Oggi si aggiunge anche l’Intelligenza Artificiale. Quanto sta incidendo sul panorama dell’informazione?
Moltissimo. Siamo sempre più influenzati dagli algoritmi e dalle logiche di viralità. L’Intelligenza Artificiale genera nuovi contenuti e nuove fonti, rendendo ancora più complesso distinguere ciò che è attendibile da ciò che non lo è. Per questo credo che l’educazione all’informazione debba diventare una priorità. Molte persone non sanno ancora riconoscere una testata giornalistica da un semplice blog e spesso ignorano le differenze in termini di responsabilità e verifiche.
Hai riflettuto molto anche sul caso che ha coinvolto Fabrizio Corona e Alfonso Signorini che sta avendo ancora delle conseguenze sui diretti interessati. Qual è la tua lettura?
È un esempio di come la spettacolarizzazione possa finire per oscurare le questioni realmente importanti. Quando il racconto si trasforma in un gossip morale, si perde l’occasione di interrogarsi sui meccanismi di potere e sulle dinamiche che permettono a certi sistemi di prosperare. La comunicazione ha una responsabilità enorme: può limitarsi a gestire il danno oppure scegliere di non alimentare il circo mediatico. È una scelta che, prima ancora che professionale, considero etica.
Che consigli daresti ai lettori per orientarsi in questo scenario così complesso?
Innanzitutto evitare la pigrizia intellettuale. Bisogna leggere le notizie con attenzione, approfondire, verificare e non fermarsi alla superficie. È importante non lasciarsi trascinare dal giudizio collettivo o dal gossip. Servono pazienza, spirito critico e la capacità di attendere i fatti e, quando necessario, le sentenze. È un esercizio difficile, ma fondamentale per essere cittadini consapevoli.
Tu hai seguito anche importanti eventi culturali come la Festa del Cinema di Roma. Come si comunica un grande evento che deve anche saper emozionare?
Il cinema è la mia grande passione e rappresenta una fonte inesauribile di ispirazione. Ho avuto la fortuna di formarmi accanto a professionisti straordinari e ho cercato di trasferire quell’esperienza nel lavoro con aziende e imprenditori. Gli eventi culturali hanno una forza speciale: alimentano creatività, relazioni e nuove idee. Sono contesti che permettono di raccontare storie e di creare connessioni autentiche con il pubblico.
Qual è il progetto che ti ha dato la maggiore soddisfazione professionale?
Un’inchiesta sulle microplastiche presenti nelle bevande che consumiamo quotidianamente. È partita dai media italiani e ha raggiunto una diffusione internazionale fino alla BBC. È stata un’esperienza straordinaria perché ha unito informazione, divulgazione e impatto sociale. Mi emoziona ancora oggi pensarci.
C’è un principio che guida il tuo lavoro?
Sì, quello che chiamo il metodo delle tre U: umiltà, utilità e unicità. Umiltà significa ascoltare e non smettere mai di imparare. Utilità vuol dire creare contenuti che abbiano un valore reale per chi legge o ascolta. Unicità significa cercare sempre un punto di vista distintivo. Quando un progetto possiede queste tre caratteristiche, so di essere sulla strada giusta.