Il Balletto di Milano è considerata una delle compagnie artistiche più importanti a livello internazionale, tanto da essere ambasciatore della danza italiana attraverso le sue straordinarie performance in tutto il mondo.
Il presidente e direttore artistico del Balletto di Milano, Carlo Pesta, ci ha svelato tutta la magia degli spettacoli in programma per stagione 2026/2027 al Teatro Lirico Giorgio Gaber nel cuore del capoluogo lombardo e in tournée nel resto del mondo.
Lo Schiaccianoci (18-20 dicembre), Notre-Dame de Paris (30-31 gennaio) Carmen (26 febbraio), Bolero (23 marzo) sono i grandi balletti presenti in cartellone al Teatro Lirico Giorgio Gaber, grandi classici della danza portati in scena in modo non scontato per parlare al pubblico di oggi senza snaturarli. Sul palcoscenico il grande rigore tecnico e il genio artistico si fondano in spettacoli magnetici e attualissimi.
Quali sono i titoli che avete scelto di proporre al pubblico per la nuova stagione del Balletto di Milano?
Partiamo dal classico dei classici, Lo Schiaccianoci, uno spettacolo che abbiamo in repertorio praticamente da sempre. L’anno scorso abbiamo realizzato una nuova edizione completa, con nuovi costumi, nuove scenografie e una nuova regia. È quindi uno spettacolo completamente rinnovato, che continua a girare dappertutto, soprattutto nei grandi teatri, perché è pensato per spazi importanti.
La nostra programmazione nasce anche dalla nostra attività internazionale. Il Balletto di Milano gira il mondo ed è stato riconosciuto come ambasciatore della danza italiana, attraverso rapporti consolidati anche con le nostre istituzioni diplomatiche. In base alle tournée e ai progetti internazionali scegliamo poi i titoli da presentare anche a Milano. Quest’anno abbiamo Lo Schiaccianoci, Carmen, Bolero e Notre-Dame de Paris, oltre agli altri progetti che compongono il nostro repertorio.
Un programma di grande interesse con titoli forti, come Carmen, anche per l’argomento che affronta
Assolutamente. Carmen continua ad avere un successo incredibile in tutto il mondo. È una versione completa che, in qualche modo, rappresenta la trasposizione dell’opera lirica in balletto, con il racconto di Prosper Mérimée alla base. È anche uno spettacolo che affronta un tema sociale molto forte: quello del femminicidio. Inoltre, continuerà a essere presentato all’estero, come nei Paesi Baltici e in Finlandia, con l’intenzione di utilizzare la forza della danza anche per sensibilizzare il pubblico su questo tema.
Invece di Bolero che cosa ci dice?
È uno spettacolo che non ha mai saltato una stagione da quando lo abbiamo prodotto, nel 2010. Continuano a richiederlo ovunque, soprattutto in Francia. È un titolo molto francese, anche per i suoi riferimenti alla cultura e alla canzone di quel Paese. A Parigi siamo stati presenti per diversi anni consecutivi al Teatro Bobino. Il direttore ci diceva di non voler cambiare spettacolo perché non aveva mai visto un balletto più francese di quello. Prima del Covid, inoltre, è stato lo spettacolo inaugurale della rinnovata Salle Pleyel di Parigi, davanti a circa 2.700 persone. È diventato quindi un vero spettacolo simbolo.
E nella tradizione francese rientra anche Notre-Dame de Paris
È uno spettacolo bellissimo ed è l’unica versione in balletto di Notre-Dame de Paris che esista. È stato realizzato da un coreografo francese, Stéphen Delattre, con un adattamento pensato per la nostra compagnia. Il Balletto di Milano ha una qualità tecnica molto alta e questo ci permette di mettere in scena molti danzatori e di affrontare coreografie particolarmente impegnative. Anche questo è un titolo di grande richiamo.
Nonostante la vocazione internazionale siete molto legati a Milano?
Certamente. La nostra missione è girare il mondo, ma non possiamo sottrarci dal rappresentare stabilmente degli spettacoli nella nostra città. Per questo, nei mesi più importanti della stagione, abbiamo praticamente un titolo al mese. La nostra attività è molto intensa. Nel 2025 abbiamo realizzato 124 spettacoli in poco più di sette mesi, toccando i principali teatri italiani e 14 Paesi stranieri. È un’attività molto impegnativa, ma anche estremamente stimolante.
Questi numeri raccontano anche un interesse crescente per la danza?
Se parliamo del periodo Covid e immediatamente post-Covid, dobbiamo fare una parentesi perché erano situazioni particolari. Prima del Covid noi avevamo già questi numeri e questa affluenza. Credo che quando la danza viene proposta ad alto livello, con grandi tecniche e ballerini ben preparati, il pubblico risponde. Noi selezioniamo principalmente dalle grandi accademie, a cominciare dalla Scala, ma anche da altre importanti scuole internazionali. Nel 2024 abbiamo fatto un’audizione alla quale sono arrivate circa 460 candidature provenienti da più di 40 Paesi. Una parte importante della compagnia è infatti composta da danzatori stranieri. Questo dimostra quanto i ballerini, in Italia e nel mondo, ambiscano a lavorare con il Balletto di Milano.
Che cosa offre la vostra compagnia a un giovane danzatore?
Offre la possibilità di crescere artisticamente. Si va in scena tante volte, si cambia spesso titolo e si affrontano repertori diversi. Quest’anno, per esempio, avremo sette titoli in repertorio. Questo significa che non ci si annoia mai e che c’è una bella rotazione. Cerchiamo di valorizzare i giovani di talento, evitando che rimangano semplicemente in panchina. Naturalmente devono avere una preparazione adeguata per andare in scena pronti come si deve. Per noi è importante anche il rispetto professionale: i danzatori vengono pagati secondo i parametri dei contratti nazionali e, durante le tournée, cerchiamo di garantire condizioni adeguate, dagli alberghi ai trasferimenti, fino all’alimentazione. Io e mia moglie arriviamo dal palcoscenico: io ho lavorato alla Scala, lei a Verona. Conosciamo bene le esigenze dei danzatori. Quando programmiamo qualcosa o pensiamo a un nuovo progetto, partiamo sempre dalla natura e dalle necessità degli artisti.
Da quanto tempo il Balletto di Milano è considerato ambasciatore della danza italiana nel mondo?
Già prima del Covid eravamo considerati in questo modo. Abbiamo rapporti stabili con le nostre istituzioni diplomatiche e con le ambasciate. È un riconoscimento che ci fa molto piacere, ma che rappresenta anche un onere e un onore. Quando ci presentiamo all’estero portiamo con noi anche una certa idea dell’Italia e, naturalmente, di Milano.
Che tipo di confronto nasce quando vi esibite accanto alle grandi compagnie internazionali?
È un confronto molto piacevole. Quando arriviamo nelle grandi città ci inseriamo nella vita artistica della danza di quei luoghi, accanto alle compagnie stabili locali. A Tallinn, per esempio, abbiamo un ottimo rapporto con il Teatro dell’Opera e con la sua compagnia stabile, che è anche più grande della nostra. Loro sono una compagnia stanziale, come può essere la Scala, mentre noi portiamo i nostri spettacoli nel loro teatro. Non c’è competizione, anche perché proponiamo progetti completamente diversi. Le compagnie diventano complementari anziché concorrenti.
Lei ha una formazione profondamente legata alla danza classica. Quanto conta oggi la tecnica?
Per me la danza è principalmente tecnica e virtuosismo. Ho frequentato l’Accademia della Scala e ho vinto una borsa di studio al Bolshoi di Mosca. La tecnica è la base. Quando esistono fondamenta solide, sopra si può costruire tutta la parte artistica. Ed è proprio su questo che puntiamo molto. Ogni personaggio ha un carattere diverso e quindi il danzatore deve possedere anche una forte indole attoriale. Ma se manca la tecnica, rischiamo di trasformare la danza in una sorta di mimo. Una volta i ballerini venivano chiamati “artisti del ballo” proprio perché, oltre alla tecnica, dovevano possedere una dimensione artistica. Per questo selezioniamo artisti provenienti dalle migliori scuole del mondo, con una forte preparazione classica. Quando hai le fondamenta, puoi decidere come costruire tutto il resto.
Questa preparazione tecnica vi permette anche di affrontare titoli particolarmente impegnativi?
Certamente. I nostri ballerini sono molto forti tecnicamente e questo ci permette di affrontare titoli importanti e coreografie molto impegnative. Penso, per esempio, a Notre Dame de Paris. Stéphen Delattre ha realizzato un’edizione appositamente per il Balletto di Milano, inserendo le punte per le ragazze e i virtuosismi per i ragazzi. È possibile farlo perché abbiamo una compagnia con una preparazione tecnica molto forte.
Anche Carmen è un virtuosismo dall’inizio alla fine. Un titolo così sanguigno non può essere soltanto pantomima: bisogna anche ballare e mostrare che cosa significa possedere una grande tecnica.
Il vostro lavoro diventa così anche un’occasione di formazione per le nuove generazioni?Sì. Quando siamo in tournée in Italia, soprattutto nei luoghi dove ci sono licei coreutici, spesso ci chiedono di coinvolgere gli studenti. Possono assistere a una lezione della compagnia sul palcoscenico o a una prova e poi fermarsi a vedere lo spettacolo. È importante che i giovani possano vedere da vicino il lavoro che c’è dietro un’esibizione. Quando si apre il sipario, tutte le difficoltà devono rimanere dietro le quinte. Sul palcoscenico deve apparire soltanto il meglio di ciò che si può esprimere. Quando si vede un ballerino fare fatica, significa che qualcosa non funziona.
C’è un balletto che vorrebbe portare in scena prossimamente?
Ce ne sono diversi. Come direzione artistica seguo filoni differenti. Il fatto di chiamarci Balletto di Milano significa anche rappresentare, nell’immaginario internazionale, ciò che Milano esprime: moda, ricerca, innovazione, eleganza. Questi elementi devono emergere nei nostri spettacoli. Uno dei filoni è quello della riattualizzazione del repertorio. Non significa necessariamente rendere moderno un titolo, ma togliere la polvere del tempo. Il nostro Schiaccianoci, per esempio, non utilizza parrucche e manierismi appartenenti all’inizio del Novecento. Viviamo nell’epoca dei telefoni cellulari e dobbiamo tenere conto del pubblico contemporaneo. I giovani devono poter comprendere quello che vedono e sentirlo vicino.
Quindi tradizione e contemporaneità non sono necessariamente in contrasto?
Assolutamente no. Un altro filone è quello di realizzare spettacoli originali attingendo dalla letteratura. Penso alla nostra versione di Romeo e Giulietta, che abbiamo realizzato con una coreografia completamente originale e con le musiche di Čajkovskij anziché quelle di Prokof’ev, normalmente utilizzate nelle diverse versioni del titolo. Abbiamo poi realizzato Anna Karenina, sempre con le musiche di Čajkovskij. Sono progetti che partono dalla letteratura e vengono reinterpretati attraverso la nostra sensibilità. Poi ci sono gli spettacoli originali, come Bolero e Viva Verdi.
Viva Verdi è un progetto particolarmente interessante perché mette al centro un aspetto meno conosciuto del compositore: è così?
È uno spettacolo che rappresenta l’Italia nel mondo. Verdi è ancora oggi l’autore lirico più rappresentato al mondo, ma non tutti sanno che scrisse pagine musicali per la danza inserite nelle sue opere e commissionate dal Grand Opéra di Parigi. Viva Verdi nasce proprio da questa idea: raccontare la scrittura di Verdi per la danza attraverso alcune delle sue musiche più conosciute, come il Libiamo della Traviata o il Trionfo dell’Aida. Lo avevo prodotto per il bicentenario verdiano e fu un grande successo. In quell’occasione molti avevano scelto di mettere in scena le opere liriche di Verdi, mentre noi avevamo scelto di concentrarci sulle sue musiche per la danza. È stata proprio questa l’idea innovativa.
Qual è, quindi, il filo conduttore della sua direzione artistica?
L’originalità, la ricerca culturale e la riattualizzazione dei titoli di repertorio. Quest’anno debutterà anche il nostro Lago dei cigni. È un titolo nel quale il pubblico ritroverà tutto quello che si aspetta: le punte, i tutù, i virtuosismi. Ma dal punto di vista registico e concettuale sarà leggermente modificato e attualizzato. La coreografia è di Teet Kask, un coreografo estone di formazione russa, che ha studiato anche all’Accademia di San Pietroburgo. È lo stesso coreografo che ha realizzato Anna Karenina.
Dunque il vostro obiettivo è quello di dare al pubblico qualcosa che non abbia già visto?
È esattamente così. Portando in giro i nostri spettacoli vogliamo offrire al pubblico qualcosa di nuovo. Quando una persona si siede in platea, si apre il sipario e non sa ancora cosa vedrà, c’è un elemento di sorpresa. In molti altri casi si può andare a vedere lo stesso lavoro per la decima o quindicesima volta e conoscere già tutto quello che accadrà. A me piace invece offrire sorpresa dall’inizio alla fine. Naturalmente ci sono anche persone che tornano a vedere i nostri spettacoli, e questo mi fa particolarmente piacere. E poi abbiamo tantissimo pubblico giovane. È una delle soddisfazioni più grandi.