Marta Novello, il ritorno dell’aggressore e il diritto a vivere sicura

Il giovane espulso dal Regno Unito torna vicino ai genitori di Marta. Il presidente della Regione Veneto chiede sicurezza per la ragazza.

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Irene Vella

Giornalista, Storyteller, Writer e Speaker

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Marta Novello aveva 26 anni quando, il 22 marzo 2021, fu colpita con 23 coltellate mentre correva in via Marignana, a Mogliano Veneto. A fermare l’aggressione e chiamare i soccorsi furono due operai. Le ferite provocarono gravi lesioni, anche ai polmoni e al fegato. Seguirono interventi e una lunga riabilitazione. Oggi Marta insegna. Il ragazzo che l’aggredì aveva quindici anni: secondo la ricostruzione investigativa, voleva rapinarla per procurarsi denaro con cui acquistare droga.

A oltre cinque anni dai fatti, il procedimento attende ancora una sentenza definitiva. Nel dicembre 2021 il tribunale per i minorenni di Venezia pronunciò una condanna a sei anni e otto mesi, ridotti a cinque in appello. La Cassazione annullò la sentenza; il successivo giudizio confermò i cinque anni, ma anche questa decisione fu annullata con rinvio.

È dunque in corso un terzo giudizio d’appello, con udienza prevista il 13 novembre. Al centro resta la valutazione della maturità del ragazzo all’epoca dei fatti e della sua imputabilità. Il difensore, Matteo Scussat, ricorda che il suo assistito è libero e che la responsabilità penale attende ancora una decisione definitiva.

La partenza dell’imputato per Londra risale all’estate del 2022. Il 21 luglio scaddero i termini della sua custodia cautelare: era quindi necessario un diverso provvedimento per limitarne la libertà. Era stato disposto un collocamento in comunità per minori, ma il provvedimento del 19 luglio riportava, come termine per la notifica, il 20 settembre anziché il 20 luglio. La notifica tardiva impedì di attuare il trasferimento. Il giovane tornò libero e raggiunse la madre in Inghilterra. Giuridicamente poteva lasciare l’Italia: parlare di evasione sarebbe dunque scorretto. Sulla vicenda l’allora ministra Marta Cartabia chiese accertamenti all’Ispettorato.

Ora, dopo circa quattro anni, è rientrato per un’espulsione dal Regno Unito, che sarebbe collegata a vicende di stupefacenti. Nel gennaio 2025 era già stato fermato alla guida senza patente e assicurazione: un episodio distinto dall’aggressione. È tornato dal nonno, vicino all’abitazione dei genitori di Marta. Lei oggi abita altrove e torna a trovarli. I carabinieri hanno intensificato i controlli nella zona.

Il presidente del Veneto Alberto Stefani, interpellato per questo articolo, dichiara: “Sto seguendo da vicino la situazione. È inaccettabile che una ragazza, nostra concittadina, debba vivere con la paura senza alcuna colpa”.

Ventitré coltellate. Poi gli interventi, la riabilitazione, gli anni necessari a riprendersi la propria vita. Marta ha fatto tutto questo. Ha attraversato il dolore, è diventata un’insegnante, è andata avanti. Nel frattempo la vicenda giudiziaria è arrivata al terzo appello. E il ragazzo che l’ha aggredita è tornato nella casa vicino a quella dei suoi genitori.

È su questa distanza che vorrei fermarmi. Da una parte gli anni di una donna impegnata a guarire. Dall’altra gli anni di un procedimento ancora aperto, con un errore di notifica che ha permesso al suo aggressore di partire per Londra. Per Marta, le conseguenze di entrambi.

Provo a immaginare che cosa significhi ricevere la notizia del suo ritorno. Poi mi fermo, perché Marta ha già trovato le proprie parole: ha espresso amarezza per l’attesa di una sentenza definitiva e ha detto che la sua vita continua. È giusto ascoltarla. Anche quando scegliamo di raccontare la sua storia, dobbiamo lasciarle il diritto di essere la donna che è oggi, con un lavoro, degli affetti, dei progetti. Ridurla per sempre a quelle coltellate sarebbe un altro modo di toglierle qualcosa.
Proprio per questo la sua sicurezza merita un’attenzione concreta. Andare dai genitori, fermarsi a cena, tornare a casa sono gesti che appartengono alla libertà quotidiana di una persona. Marta ha diritto di compierli con la stessa tranquillità che chiediamo per noi e per i nostri figli.

I carabinieri hanno intensificato i controlli. È un fatto importante, dal quale partire per assicurare continuità alla tutela sua e della famiglia. Le parole che mi ha affidato Stefani esprimono una responsabilità precisa: seguire questa situazione significa restare presenti anche dopo che l’attenzione pubblica si sarà spostata altrove.

C’è poi quella data sbagliata. Luglio diventato settembre. Un errore dentro un documento, con effetti sulla vita delle persone. Le garanzie processuali richiedono rigore anche qui: nella compilazione degli atti, nelle notifiche, nell’esecuzione dei provvedimenti. Il diritto dell’imputato a un processo giusto e quello della vittima a essere protetta chiedono istituzioni capaci di funzionare.

Il recupero di chi commette un reato è una responsabilità collettiva. Lo è anche il futuro di chi lo subisce. A Marta dobbiamo permettere di costruire il suo, senza chiederle ogni volta di adattarsi, di avere pazienza, di capire. Ha già impiegato anni a rimettersi in piedi. Adesso tocca allo Stato fare la propria parte.

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