Castello dei Signori di Pont-Saint-Martin torna a vivere dopo il restauro

Il Castellaccio di Pont-Saint-Martin torna Castello dei Signori: storia, architettura, restauro e leggende del maniero valdostano che aprirà nel 2027

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Serena De Filippi

Lifestyle Editor

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Sopra i tetti di Pont-Saint-Martin, dove la valle di Gressoney si apre verso la pianura, un mucchio di muri antichi osserva il paese dall’alto di uno sperone roccioso. Per generazioni gli abitanti lo hanno chiamato Castellaccio. Adesso quei ruderi cambiano per sempre, con un cantiere che ha messo al centro di tutto la storia del luogo, restituendogli il titolo di un tempo, il Castello dei Signori di Pont-Saint-Martin. A settembre 2026 il pubblico ha dato una prima occhiata, nel 2027 è prevista l’apertura vera e propria.

La storia del Castello dei Signori di Pont-Saint-Martin

Tutto parte da un cognome, quello dei Bard, padroni della bassa valle e gente dal carattere spigoloso. Agli inizi del Duecento un accordo tra fratelli divide i beni di famiglia, e un ramo della casata mette radici proprio qui, all’imbocco della valle del Lys, prendendo il nome del borgo. La datazione del castello è ancora discussa: alcune strutture rimandano al Trecento e al Quattrocento, mentre le fonti ricordano un presidio fortificato nella zona già nell’XI secolo.

La posizione, del resto, era strategica: da quassù si teneva d’occhio l’ingresso della valle e si restava in contatto con altre torri della zona, una catena di sentinelle pronta a passarsi l’allarme con i fuochi. Una specie di telegrafo medievale, acceso nelle notti di pericolo.

Il Quattrocento fu un secolo movimentato. Liti con i Duchi, un periodo in cui la famiglia si ritrovò privata del maniero, muri che cominciavano a cedere. Verso la fine del secolo il castello tornò ai legittimi proprietari. Il tramonto arrivò piano piano. Con il Cinquecento la nobiltà cambiò gusto, qualche generazione più tardi i debiti fecero il resto e lassù rimasero pietre, rovi e il ricordo di un potere temuto.

Lo stile e l’architettura

Anche se a prima vista sembra un groviglio di ruderi sparsi sul promontorio, basta guardarlo con un po’ di calma e il disegno originario affiora ancora. Uno dei punti più importanti è il mastio, sul versante orientale, con una forma a sei lati piuttosto rara da queste parti. Gli studiosi lo hanno accostato a modelli d’oltralpe e perfino d’oltremanica, segno che anche un castello di confine seguiva le idee che influenzavano l’Europa. Dentro, di spazio ce n’era pochino: pareti massicce, ambienti stretti. Era il nascondiglio dell’ultima ora, da usare con il nemico alle porte.

Dal lato opposto si svolgeva la vita di tutti i giorni. C’era una cappella, gli ambienti di servizio e c’era soprattutto una grande cucina. I lavori degli ultimi mesi si sono concentrati proprio sulla parte palaziale, cioè sulle stanze abitate dai signori, ed è lì che il castello torna a sembrare una casa. In alto, su un angolo delle mura, spunta poi una torretta rotonda sospesa nel vuoto, abbellita da una decorazione ad archetti. Un vezzo elegante, quasi mondano, che ci ricorda una cosa: questi signori, oltre a combattere, amavano farsi guardare.

Il restauro e gli interventi di recupero

Restaurare un castello su uno sperone è un’impresa importante. Ogni sacco di materiale e ogni attrezzo viaggia in elicottero, e il cantiere avanza a piccoli passi, con architetti, archeologi, restauratori e tecnici della Soprintendenza che si confrontano di settimana in settimana. L’iniziativa è del Comune, sostenuta dalla Regione Valle d’Aosta.

Nel corso dei secoli le pietre sono crollate e state rimurate più volte, spesso in punti diversi da quelli di partenza, e per rimettere in fila le varie fasi di vita dell’edificio gli archeologi hanno dovuto studiare i muri con la lente, come fossero pagine scritte a più mani. Anche gli scavi hanno avuto una parte importante: i reperti raccontano un’altura frequentata molto prima del castello, fin dalla protostoria.

Poi c’è la malta, messa a punto apposta per queste mura dopo una lunga serie di prove. I restauratori hanno ripulito le pareti da piante e detriti, le hanno consolidate e protette da pioggia e gelo. L’intento è tenere i ruderi così come sono arrivati fino a noi, con i segni del restauro sempre riconoscibili.

Il 19 e 20 settembre, con la rassegna regionale Plaisirs de Culture 2026, sono arrivati i primi visitatori per le visite guidate Il Castello si svela: anteprima di un restauro. I lavori sulla parte restante dovrebbero concludersi entro lìinverno; lìapertura del nuovo itinerario al pubblico è prevista per la primavera 2027.

I misteri e le leggende del Castellaccio

In paese le leggende cominciano dal fondovalle, dal ponte romano del I secolo a.C. che dà il nome al borgo. La tradizione vuole che l’abbia costruito il diavolo in una sola notte, in cambio della prima anima che lo avrebbe attraversato. Ma San Martino aveva altri piani; il primo a passeggiare sopra fu un cane, e il demonio restò a bocca asciutta. Ancora oggi, a Carnevale, Pont-Saint-Martin si festeggia la beffa.

Proprio quel ponte, però, era anche una miniera d’oro per i signori del castello. Tutti i mercanti, i pellegrini e i viandanti diretti verso i valichi alpini dovevano attraversarlo. Non aiutò poi un fatto: nella fantasia popolare il Castellaccio diventò il covo di un castellano senza scrupoli. La storia più raccontata parla di una giovane di Perloz, bella e in salute, strappata alla sua casa e chiusa lassù, nella stanza più alta, ad aspettare un destino che nessuno ha mai messo per iscritto.

E poi, anche il cantiere ha avuto la sua parte nello svelare i suoi segreti: l’edificio che per secoli tutti hanno indicato come la torre del castello, e quindi come la prigione della fanciulla, oggi gli studiosi lo chiamano “l’aula”. Misure e muri fanno pensare a un grande salone più che a una torre, e il prossimo lotto di lavori, con un investimento che servirà a chiarirne l’identità. Una cosa, però, è certa: una volta in cima, con la valle ai piedi e il paese piccolo piccolo laggiù, il Castellaccio sembra tutto fuorché cupo.

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