Dopo anni di silenzio mediatico, Raffaele Sollecito è tornato a raccontarsi e lo ha fatto davanti alle telecamere di Belve Crime, il programma condotto da Francesca Fagnani.
Un’intervista lunga e intensa, nella quale l’ex studente ha ripercorso una delle vicende giudiziarie più discusse degli ultimi decenni, tornando sui giorni dell’inchiesta per l’omicidio di Meredith Kercher e sulle conseguenze che, ancora oggi, quella storia ha sulla sua vita.
“Sette italiani su dieci pensano ancora che io sia colpevole”, ha ammesso Sollecito nel corso dell’ospitata, spiegando come il peso del sospetto continui ad accompagnarlo nonostante l’assoluzione definitiva arrivata nel 2015. Ben dieci anni fa.
Un dato che, secondo lui, si riflette anche nella sfera professionale: “Ci sono state aziende che mi hanno stracciato il contratto dopo avermelo fatto firmare appena hanno scoperto la vicenda che mi riguardava”.
Il delitto di Perugia, avvenuto il 2 novembre 2007, ha sconvolto l’opinione pubblica internazionale e recentemente ha ispirato anche una seria tv. Il corpo della studentessa inglese Meredith è stato ritrovato senza vita nell’appartamento che condivideva con altre ragazze nel capoluogo umbro.
Fin dalle prime ore dell’indagine, l’attenzione degli investigatori si è concentrata su Amanda Knox e sul suo allora fidanzato Raffaele. Dopo anni di processi, condanne e assoluzioni, la Cassazione ha riconosciuto come unico responsabile accertato Rudy Guede (che ha già scontato la pena di 16 anni).
L’intervista di Raffaele Sollecito a Belve Crime
Nel corso dell’intervista a Belve Crime, Raffaele Sollecito è tornato soprattutto sui primi interrogatori in Questura, passaggi centrali dell’intera vicenda giudiziaria. Incalzato da Francesca Fagnani sui cambi di versione che hanno contribuito a rafforzare i sospetti nei suoi confronti, l’ingegnere informatico ha sostenuto che alcune dichiarazioni sono state suggerite dagli investigatori.
La giornalista ha così ricordato un verbale nel quale Sollecito ha dichiarato di aver riferito “un sacco di ca***te” perché influenzato da Amanda Knox. Una frase che lui ha ora respinto con decisione: “Quella frase non la dico io. Mi dissero: ti conviene firmarla perché ti può aiutare”.
Poi il racconto si è fatto ancora più duro. Sollecito ha parlato di pressioni psicologiche e intimidazioni subite durante le ore trascorse in Questura. “Ero lì per dare chiarimenti, non ero indagato. Mi hanno messo una luce in faccia e uno dei poliziotti mi disse: se ti alzi da questa sedia ti riempio di botte e ti lascio in un lago di sangue”.
Parole pesanti, pronunciate a distanza di quasi vent’anni dai fatti, con cui Sollecito ha descritto una notte che ha definito traumatica. “Mi dicevano che sarei rimasto tutta la vita in carcere”, ha aggiunto ricordando il clima di forte pressione vissuto durante le indagini.
Il carcere, Amanda Knox e la paura di impazzire
Uno dei momenti più delicati dell’intervista a Belve Crime è stato il periodo della detenzione. Sollecito ha ricordato gli effetti psicologici dell’isolamento e le difficoltà vissute durante i quattro anni trascorsi in carcere prima dell’assoluzione definitiva.
“Ho avuto paura di impazzire”, ha confessato, parlando di una sorta di deprivazione sensoriale che lo ha portato, in alcuni momenti, a non distinguere più se fosse vestito oppure no. Un’esperienza che, ha precisato, ha lasciato segni profondi.
Fagnani ha menzionato anche uno degli episodi più discussi mediaticamente: la celebre fotografia del bacio tra lui e Amanda Knox nei giorni immediatamente successivi al delitto. “È stata una manipolazione”, ha replicato Sollecito. “Io volevo soltanto tranquillizzarla con un bacio”.
Infine il ricordo della fine della relazione con la Knox, con cui per anni ha condiviso il peso dell’inchiesta e dell’esposizione mediatica mondiale. “Le scrissi una lettera in carcere e trovai un muro. Ci ho sofferto”, ha detto.
Parole che restituiscono il ritratto di una vicenda ancora profondamente presente nella sua memoria, nonostante il tempo trascorso e l’assoluzione definitiva.