Il ritorno alla vita quotidiana, per chi è stato al centro di una delle vicende giudiziarie più mediatiche e discusse degli ultimi decenni in Italia, non può mai essere considerato un fatto di cronaca ordinaria. Quando le telecamere di Quarto Grado hanno ripreso Alberto Stasi per le vie del centro di Milano, si è compiuto un passaggio simbolico importante: quello che segna l’inizio di un nuovo capitolo per l’uomo condannato a sedici anni di reclusione per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi, avvenuto a Garlasco nell’agosto del 2007.
Le immagini trasmesse dal programma di Rete4 mostrano una versione inedita di Stasi. Non più dietro le sbarre, ma immerso nel flusso frenetico della metropoli milanese. Pantaloni scuri, una polo bianca, uno zainetto in spalla e gli occhiali da sole: un’immagine di normalità quasi disorientante, che contrasta violentemente con il peso della tragedia che, per anni, ha tenuto il Paese col fiato sospeso tra sentenze, appelli e colpi di scena investigativi. Questo primo contatto con l’esterno è il risultato concreto della decisione presa dal Tribunale di Sorveglianza di Milano, che gli ha concesso l’affidamento in prova ai servizi sociali.
Alberto Stasi, una nuova quotidianità alle porte di Milano
Il percorso di Stasi fuori dal carcere non è soltanto un mutamento di regime detentivo, ma una un vero e proprio allontanamento dal passato che sta ancora scontando. La scelta di non fare ritorno a Garlasco è sembrata una necessità imprescindibile per tentare di ricostruirsi una dimensione privata. Oggi, Stasi risiede in un appartamento nell’hinterland milanese, un luogo scelto per mantenere un basso profilo, lontano dal clamore e dallo sguardo costante dei concittadini che, per quasi vent’anni, hanno vissuto la vicenda come una ferita aperta della propria comunità.
Si apre così una fase del percorso rieducativo di Stasi che però non include attività di volontariato che solitamente caratterizzano l’affidamento ai servizi sociali. Il motivo è puramente pragmatico, perché Stasi ha già trovato un impiego lavorativo. Un lavoro che gli assicura la sua autonomia economica, ma rè anche il mezzo attraverso cui continua a onorare, pur in forme rateizzate, il risarcimento del danno stabilito in favore della famiglia Poggi.
L’ombra di una ferita che non si rimargina
Mentre Stasi cerca di abituarsi a ritmi fatti di pendolarismo e impegni professionali, il clima attorno al caso resta incandescente. La cronaca recente ha dimostrato quanto i traumi legati a questo delitto siano ancora profondi e trasversali. Le notizie riguardanti le sofferenze vissute da persone indirettamente coinvolte nella vicenda, come la famiglia di Andrea Sempio, ricordano che la fine di un processo non coincide quasi mai con la fine del dolore. Di questi giorni, ripresa anche a Quarto Grado il 18 giugno, la notizia del tentato suicidio della madre di Andrea Sempio – Daniela Ferrari – che si trova ricoverata in psichiatria all’ospedale di Vigebano
L’interesse pubblico per Alberto Stasi rimane altissimo, alimentato da un misto di curiosità morbosa e senso di giustizia mai pienamente appagato nell’opinione pubblica. Eppure, in questi primi passi da uomo parzialmente libero, si nota con chiarezza la solitudine di chi, pur avendo scontato parte della propria pena, dovrà fare i conti con un passato che non concede sconti. Il percorso di Stasi, monitorato dagli uffici giudiziari, è appena all’inizio: un ritorno alla vita che, nonostante il tentativo di normalizzazione, porta con sé le cicatrici indelebili di una tragedia che ha segnato un’epoca. E che pare non abbia ancora trovato una fine.