La scomparsa del figlio di Cindy Crawford, Presley Gerber, ha sconvolto non solo la famiglia della ex top model e del marito, Rande Gerber. A colpire è la giovane età del ragazzo, 27 anni, che a soli 15 aveva fatto il suo debutto come modello, seguito poi anche dalla sorella Kaia, che tuttora calca le passerelle. A lasciare sotto shock sono anche le circostanze del decesso, sul quale è stata aperta un’indagine. Secondo le prime indiscrezioni, la causa potrebbe essere l’assunzione di ibogaina, un alcaloide psichedelico, ottenuto dalla pianta dell’iboga.
Cos’è l’ibogaina e per cosa di usa
Al momento i media americani indicano come motivo della morte di Presley Gerber una “sospetta overdose”, ma non è chiaro da possa essere stata causa da una droga o se sia legata a un presunto percorso di disintossicazione che il figlio della ex top model degli anni ’90 aveva intrapreso in un centro in California, a Santa Monica. Un trattamento che potrebbe aver previsto anche l’assunzione di ibogaina, una sostanza derivata dalla radice della Tabernanthe iboga, un arbusto africano usato nella medicina tradizionale locale. Nota da tempo, è un alcaloide psicoattivo studiato di recente per verificarne la presunta efficacia nel trattamento di alcuni disturbi. Tra questi ci sono soprattutto il disturbo post-traumatico da stress, che si verifica di frequente nel personale militare al ritorno da missioni in teatri di guerra; oppure nel trattamento di dipendenze da oppioidi o altre sostanze.
L’ibogaina e i rischi per la salute
Dopo le prime ricerche come possibile cura per le dipendenze, “hanno incominciato a sperimentarlo, a studiarlo e a provarlo negli Stati Uniti. Da quanto emerso dalle ricerche sembra provochi una sorta di reset a livello neuronale, togliendo poi il desiderio compulsivo di altre droghe. Ma c’è un problema: mentre gli studi sono ancora a livello sperimentale negli Usa, nello stesso tempo si registra una forte spinta, diciamo ‘economica’, per l’utilizzo degli allucinogeni per scopi diversi da quello di provocarsi uno stato di allucinazione. Per esempio si è visto che si inizia ad utilizzarli per il potenziamento delle capacità neuronali interattive, spesso facendo microdosing, cioè dosaggi molto limitati. E così ci sono persone che si accostano gradualmente a queste sostanze con la possibilità di una escalation che li rende dipendenti. E con i gravi rischi che ne conseguono”, spiega all’Adnkronos Riccardo Gatti, medico, psichiatra e coordinatore del Tavolo per le dipendenze della Regione Lombardia.
Se ne parla molto, ma non si sottolineano i rischi
Come chiarisce ancora Gatti, i rischi per la salute sono molto elevato, in particolare “la morte per problemi cardiaci, perché l’ibogaina può provocare aritmie pericolose. E se la persona assume altri farmaci, come per esempio antidepressivi, aumenta il pericolo”. Un altro rischio, connesso comunque alla salute, è la pubblicizzazione che ne viene fatta, specie negli Stati Uniti, come se si trattasse di un farmaco di comprovata efficacia e sicurezza. “Le persone si trovano di fronte a post che ‘pubblicizzano’ in qualche modo la sostanza per la capacità di potenziare le loro facoltà o per l’azione ‘positiva’ sulla loro situazione di dipendenza. Ma con l’uso senza controllo, con il fai da te, si trovano in situazioni da cui non riescono a uscire, perché da una parte diventano dipendenti dalla sostanza, ma dall’altra rischiano parecchio per l’azione negativa che l’ibogaina ha sul cuore.
Mancano ancora certezze sull’efficacia e la sicurezza
A partire dai primi anni 2000 l’Università di Stanford, in California, ha avviato studi sull’ibogaina, come possibile terapia per i disturbi funzionali e neuropsichiatrici innescati da significative lesioni cerebrali traumatiche (TBI). La sperimentazione, dunque, è ancora in corso e finora non ha portato ad alcun risultato scientificamente attendibile, né in termini di efficacia, né di sicurezza per chi assume l’ibogaina. “Gli studi per utilizzarla in questo campo normalmente sono su popolazioni ridotte, non ci sono ancora dati solidi. Non credo che normalmente venga usata nelle cliniche di cura statunitensi. O almeno non ne ho riscontro”, spiega l’esperto, che sottolinea anche un altro aspetto preoccupante: “In questo momento storico c’è molta confusione tra la ricerca scientifica che va a rivalutare l’utilizzo degli psichedelici a scopo curativo e l’abuso di sostanze che è comunque un’altra cosa”.
L’uso in Italia
In alcuni Paesi l’ibogaina non è legalizzata, mentre in altri è possibile trovare cliniche nelle quali viene assunta dai pazienti “seguendo determinati criteri, in un ambiente controllato e con un adeguato supporto psicologico, nella convinzione e speranza che potesse dare beneficio anche per alcune forme di dipendenza patologica”. E in Italia? La sostanza è considerata illegale in Italia e in molti altri Paesi del mondo, mentre viene impiegata in cerimonie spirituali e riti di guarigione in alcuni Stati, specie in Africa (per esempio, il Gabon). Ma è sufficiente effettuare una rapida ricerca online per imbattersi nel sito di ibogainaitalia, che si definisce come “centro di trattamento per la salute mentale e le dipendenze”. Si trova a Napoli e le foto della struttura la mostrano come un resort (con tanto di piscina). Il sito spiega che si tratta di un centro “specializzato in Italia, incentrato su un recupero duraturo. In qualità di istituto medico d’eccellenza, offriamo un approccio completo alla terapia con l’ibogaina, basato sulla neuroplasticità. Questo trattamento è particolarmente indicato per chi desidera superare una dipendenza, affrontare il disturbo da stress post-traumatico (PTSD), guarire da lesioni cerebrali traumatiche e intraprendere un percorso di significativa crescita personale”. “In Italia – si legge ancora – è possibile trovare trattamenti a base di ibogaina a costi accessibili per la dipendenza da eroina, crystal meth, cocaina, oppioidi e stimolanti”. Inoltre si indica il centro come luogo in cui poter ritrovare anche l’equilibrio “in chi lotta contro traumi e alienazione emotiva”.
Il monito dell’esperto
Frena, però, Gatti: “Non credo che normalmente venga usata nelle cliniche di cura statunitensi. O almeno non ne ho riscontro”, spiega l’esperto, che però avverte: “Questa sorta di ondata di Psychedelic Renaissance sta passando dagli Stati Uniti al resto del mondo, come spesso accade. Attraverso i media, attraverso la comunicazione, attraverso i social. E questo è estremamente pericoloso. Ribadisco: una sostanza come questa, presa senza controllo, porta a un rischio cardiaco che può essere anche mortale”.