“Colla” radioattiva per curare il tumore al pancreas, al Gemelli l’intervento unico nel suo genere

Applicata per la prima volta al mondo su una donna che non poteva essere operata

5 min di lettura

Eleonora Lorusso

Giornalista, esperta di salute e benessere

Milanese di nascita, ligure di adozione, ha vissuto negli USA. Scrive di salute, benessere e scienza. Nel tempo libero ama correre, nuotare, leggere e viaggiare

Per la prima volta al mondo una paziente con un tumore al pancreas, non operabile, è stata trattata con una “colla” radioattiva. L’intervento è stato effettuato all’ospedale Policlinico Gemelli di Roma, su una donna di 63, in anestesia locale e minima sedazione. I controlli successivi hanno confermato la bontà dell’operazione, alla quale ne seguiranno altre dello stesso tipo a ottobre, su nuovi pazienti per i quali è in corso il reclutamento. L’intervento, infatti, è il primo in assoluto di questo tipo e fa parte di un trial internazionale a cui stanno collaborando l’Italia, e la Gran Bretagna.

L’intervento innovativo effettuato al Policlinico

La delicata procedura è stata realizzata al Gemelli dal professor Roberto Iezzi, direttore della Radiologia interventistica di Fondazione Policlinico Gemelli. Si è trattato del primo intervento di questo genere al mondo ed è stato effettuato nell’ambito di un trial internazionale, il cui principal investigator è il professor Giampaolo Tortora, direttore del Comprehensive Cancer Center di Fondazione Policlinico Gemelli. L’obiettivo è valutare l’efficacia del dispositivo YntraDose come trattamento neoadiuvante in una popolazione di pazienti che, come la donna di 63 anni operata nel nosocomio, hanno un adenocarcinoma duttale del pancreas. Nel caso specifico era localmente avanzato (dunque definito con la sigla LA-PDAC) e non operabile.

Come funziona la procedura

Come spiegato dai responsabili del Policlinico, “una donna con è stata sottoposta a trattamento locoregionale di radioterapia percutanea, iniettando all’interno del tumore una speciale colla biologica radioattiva contenente particelle di Ittrio-90 (YntraDose® prodotta da BetaGlue Therapeutics, una start up italiana) che emettono radiazioni beta”. Si tratta di una terapia “radiante percutanea (la procedura viene eseguita iniettando con uno speciale ago il prodotto all’interno della lesione tumorale, sotto guida ecografica o TAC/CBCT)”. Lo scopo è portare i pazienti in condizione di essere poi operati per la rimozione della massa tumorale.

L’intervento eseguito con successo

Prima di intervenire, è stata valutata la compatibilità delle condizioni specifiche della paziente con il trattamento, da parte di un team multidisciplinare del Tumor board del pancreas del Gemelli, alla presenza dei professori Sergio Alfieri, Antonio Gasbarrini e Giampaolo Tortora. Una volta ritenuta “eleggibile” alla donna è stata offerta un’anestesia locale e una sedazione minima, per poi procedere. L’intervento è durato un’ora, senza complicanze post operatorie, coinvolgendo radiologi interventisti, medici nucleari, fisici sanitari per la gestione della dose e radioterapisti, che hanno gestito la paziente prima e dopo la procedura. “La PET-TAC con Ittrio-90 (Y90) di controllo effettuata 24 h post procedura e a 7 giorni ha dimostrato la corretta deposizione del radiofarmaco all’interno del pancreas, senza dispersione, né zone di captazione off target”, spiega ancora il Policlinico Gemelli, che chiarisce: “L’arruolamento dei pazienti continua; i prossimi casi verranno trattati a ottobre”.

Il tumore al pancreas e la nuova pillola

Chiara Cremolini, oncologa dell’Azienda Ospedaliero Universitaria Pisana: “Finora non eravamo in grado di bloccare la proteina che fa crescere la malattia. Negli Stati Uniti il farmaco è già disponibile per i pazienti idonei, ma in Europa il percorso è più lungo”. Nel frattempo prosegue la ricerca di nuovi trattamenti per il tumore al pancreas. Nelle scorse settimane è arrivata l’approvazione da parte della Food and Drug Administration (Fda), l’ente americano regolatore dei farmaci, del Daraxonrasib, la prima terapia orale mirata contro la neoplasia in fase metastatica. Si tratta di una svolta per la cura di una malattia complessa, la cui diagnosi è spesso tardiva. Rispetto alla sola chemioterapia, i dati clinici sull’utilizzo del Daraxonrasib confermano un aumento significativo della sopravvivenza. Le conclusioni degli studi sono state salutate con ottimismo, anche se la molecola non promette una guarigione e non è ancora disponibile in Italia, perché non sono ancora arrivati i via libera dall’Agenzia europea del farmaco (EMA) e da quella italiana (AIFA).

Qual è la novità

“Gli studi preclinici, cioè quelli condotti in laboratorio sulle cellule e sui topi per provare a disattivare la proteina mutata responsabile della crescita del tumore, sono in realtà iniziati molti anni fa. La vera novità è che questo farmaco ha dimostrato di funzionare non solo sui topi (come purtroppo succede spesso per tante nuove molecole che poi falliscono), ma ha dato risultati molto convincenti fin dai primi test sulle persone. Si è arrivati così allo studio decisivo, chiamato Rasolute 302. È stata proprio questa ricerca a dare la prova definitiva: la nuova pillola funziona meglio della classica chemioterapia che usiamo tutti i giorni nei nostri ambulatori per i pazienti con un tumore al pancreas metastatico, cioè quei malati in cui il tumore si è già diffuso ad altri organi”, ha spiegato a La Nazione la professoressa Chiara Cremolini, oncologa dell’azienda ospedaliero universitaria Pisana (Aoup) e direttrice del programma di sperimentazioni cliniche dell’Aoup. Cremolini ha anche partecipato alla sperimentazione dello stesso Daraxonrasib ed è tra gli autori dello studio, pubblicato sul New England Journal of Medicine, che ha indagato per la prima volta l’efficacia del farmaco a bersaglio molecolare per il tumore del pancreas metastatico.

Cure sempre più mirate

L’obiettivo dei ricercatori e degli oncologi è arrivare a interventi sempre più mirati, anche per questo tipo di tumore, definito “killer silenzioso”. “È un traguardo fondamentale proprio perché finora non eravamo in grado di bloccare la proteina che fa crescere la malattia. Oggi in oncologia la chemioterapia sta lasciando sempre più spazio alle target therapy, cioè ai farmaci intelligenti a bersaglio molecolare per una medicina personalizzata. Questo nuovo farmaco è una target therapy a tutti gli effetti: abbiamo un bersaglio preciso, una molecola capace di colpirlo con efficacia e un beneficio clinico reale e concreto per i pazienti”, ha confermato Cremolini.

© Italiaonline S.p.A. 2026Direzione e coordinamento di Libero Acquisition S.á r.l.P. IVA 03970540963