Facciamo un gioco di velocità: io ti faccio una domanda e tu mi dici le prime cose che ti vengono in mente, così di pancia, senza troppi ragionamenti e senza dover fare bella figura, siamo sole io e te, ma io qui non ho orecchie.
Pronta?
- Domanda 1: come deve essere un uomo?
- Domanda 2: come deve essere una donna?
Noti differenze?
Quasi sempre la nostra pancia sa di stereotipo. Quello più legato al maschile è la forza: l’uomo deve essere forte, non deve piangere, non prendersela per le piccole cose, non mostrarsi sensibile. Poi c’è la donna, che sì poteva piangere, ma non piagnucolare perché dava fastidio, e doveva essere gentile e servizievole.
Anziché raggiungere la parità di genere, abbiamo trasferito i limiti degli stereotipi maschili anche alle donne, e quindi ora anche lei deve essere forte. Non c’è nulla di male a esserlo, ma forse prima dovremmo metterci d’accordo su cosa vuol dire davvero essere una persona forte.
“Sto bene!”. Quante volte lo hai detto quando non era vero? Quante volte hai trattenuto le lacrime, inghiottito la rabbia, minimizzato un dolore che invece ti stava facendo male? E quante volte lo hai fatto convinta che fosse la cosa giusta, quella che fanno le persone forti?
Viviamo in una cultura che ha trasformato la repressione emotiva in una virtù. Non lamentarsi, non cedere, andare avanti a testa alta: sembra il ritratto della solidità. Ma questo ritratto è falso. L’eroe stoico, il self-made man, i social media dove esistono solo successi: tutto contribuisce a fare della repressione emotiva uno status symbol.
Eppure non siamo nati con l’idea che le emozioni siano una debolezza. Ce l’hanno insegnata. Tant’è che nasciamo piangendo, mica rassicurando gli altri che andrà tutto bene.
Spesso in terapia emerge che piangere fa sentire deboli, o che non si riesce a esprimere, e a volte nemmeno a riconoscere, quello che si sta provando. L’educazione alle emozioni, che va a braccetto con quella sessuo-affettiva, è ancora lontana dall’entrare nelle scuole come materia fondante, quando fondante lo è già nella nostra vita.
Indice
Cosa vuol dire essere forti
Ti è mai capitato di ricevere o di dire in momenti di grande dolore: “Devi essere forte“, oppure anche solo “Forza”. Frasi dette per spronarci sicuramente. E che immagini ti vengono in mente se pensi a una persona forte?
Tiro a indovinare: di sicuro non la rappresenti su un letto che piange. Ma la penserai mentre fa cose con determinazione o con una postura che esprime potenza. E questo ci sta, abbiamo nell’immaginario collettivo una rappresentazione di forza. Ma cos’è davvero la forza?
La cultura della forza emotiva come sinonimo di invincibilità è uno dei grandi miti del nostro tempo. Ma, sorpresa, reprimere le emozioni non ci rende invulnerabili, ci rende più fragili. Spesso, quando parliamo di forza, ci immaginiamo qualcuno che non vacilla mai, che affronta ogni difficoltà senza mostrare paura, rabbia o tristezza.
La realtà è che la forza emotiva non consiste nel non provare emozioni, ma nel saperle riconoscere e accogliere. Reprimerle può portare a stress cronico, ansia e problemi di salute mentale e fisica. Altro che invincibili!
Infatti, reprimere le emozioni significa fare finta che non ci siano, metterle in un cassetto e ignorarle. Ma le emozioni represse non scompaiono, rimangono in sottofondo, influenzano pensieri e comportamenti, e prima o poi esplodono senza chiedere il permesso. Essere “forti” non significa essere impermeabili, significa essere consapevoli.
Cosa succede al corpo quando reprimi le emozioni
Nel 1994 lo psichiatra Bessel van der Kolk pubblicò una ricerca destinata a cambiare il modo in cui la medicina e la psicologia guardano al trauma. Il suo libro Il corpo accusa il colpo è diventato un riferimento per chiunque lavori con le emozioni e il benessere mentale. La tesi è che il corpo ricorda tutto, anche quello che la mente vuole dimenticare.
E quando le emozioni non vengono elaborate, si depositano nei tessuti, nella postura, nel sistema nervoso, e prima o poi si fanno sentire. A modo loro.
Le emozioni sono prima di tutto eventi fisici. Prima ancora di diventare pensieri o parole, sono risposte del sistema nervoso: il cuore che accelera, i muscoli che si contraggono, il respiro che si accorcia. Quando le reprimiamo, il corpo resta in allerta, anche se noi facciamo finta di niente.
Nel breve periodo questo può sembrare gestibile. Ma nel tempo, quella tensione si accumula. Si manifesta come mal di testa cronico, dolori alle spalle e al collo, disturbi del sonno, problemi gastrointestinali.
Non è un caso che molte persone che “tengono duro” per mesi o anni si ritrovino poi con un corpo che non ne vuole sapere di andare avanti.
C’è poi un effetto chiamato rimbalzo emotivo: più cerchi attivamente di non pensare a qualcosa, più ci pensi. Reprimere un’emozione richiede energia costante, un lavoro che il cervello fa in sottofondo e che sottrae risorse alla concentrazione, alla memoria, alla capacità di prendere decisioni.
Quella stanchezza inspiegabile, quella sensazione di essere esausti pur non avendo fatto nulla di straordinario, a volte viene proprio da lì.
E poi c’è il sistema immunitario: c’è una correlazione evidente tra la soppressione emotiva cronica e una risposta immunitaria più debole. Il corpo che non elabora stress emotivo è un corpo che si ammala più facilmente e che impiega più tempo a guarire.
Tutto questo per restituire alle emozioni la dignità che meritano. Non sono fragilità e, soprattutto, non sono ostacoli alla produttività. Sono segnali intelligenti di un sistema quasi perfetto, il nostro corpo, che cerca di dirci qualcosa. Ignorarle non le fa smettere di parlare. Le fa solo alzare la voce. E hanno ragione.
La vulnerabilità: il posto dove nasce l’amore
Sai qual è una delle prime domande che si chiede ai futuri terapeuti in una scuola di specializzazione? Hai imparato a chiedere aiuto?
Sì, perché chiedere aiuto è un atto di coraggio e di consapevolezza meraviglioso.
Vuol dire riconoscersi nella propria vulnerabilità e affidarsi. E in fondo non è una cosa nuova: quando vivevamo in tribù, nessuna persona si sognava di andare a caccia o di seminare un raccolto da sola e neppure di crescere un figlio o una figlia da sola. La sopravvivenza era collettiva, e nessuno se ne vergognava. Il gruppo era la forza.
Solo che nel tempo ce lo siamo dimenticato. Abbiamo costruito un ideale di individuo autosufficiente, autonomo, capace di farcela sempre e comunque e abbiamo chiamato questo ideale “forza”.
Ma l’evoluzione e la scienza ci dicono l’opposto: siamo animali sociali, impostati per la connessione, e isolarci emotivamente, anche solo fingendo di non aver bisogno di niente e di nessuno, va contro la nostra stessa natura. Non è forza. È solitudine travestita bene.
Brené Brown è una ricercatrice dell’Università di Houston che ha dedicato oltre dodici anni allo studio qualitativo della vulnerabilità, del coraggio e del senso di valore personale.
Dalla sua ricerca sono emerse teorie sulla resilienza alla vergogna, sul “vivere a cuore intero” e sulla vulnerabilità, sviluppate su un campione di oltre 1.280 partecipanti. La sua tesi centrale ribalta un’idea radicata: la vulnerabilità non è sinonimo di debolezza, ma il luogo fertile in cui nascono valori come gioia, appartenenza, creatività, autenticità e amore.
Il suo TED talk “Il potere della vulnerabilità” è uno dei cinque più visti al mondo, un dato significativo per una popolazione che non crede nella bellezza delle fragilità.
Come si costruisce la forza
Quindi siamo più forti se siamo vulnerabili? Sembra un paradosso, ma è proprio così. Ma la nostra società ci spinge all’essere autonome e indipendenti e mostrarci sempre invulnerabili, e allora cosa fare per accogliere le proprie emozioni senza perdere la faccia?
- Impara come si chiamano le emozioni. Prenditi qualche minuto al giorno e scegli un’emozione, poi descrivi come sta il tuo corpo con quell’emozione, poi che pensieri ti arrivano e poi di solito quali sono i tuoi comportamenti in sua compagnia. Questo esercizio serve per imparare a nominare le emozioni e a guardarle da dentro.
- Accoglile. Le emozioni sono messaggere, chiediti cosa ti stanno dicendo su di te, cosa vogliono dirti.
- Accetta senza giudizio. Accetta che la nostra bellezza sta nelle nostre vulnerabilità, ci innamoriamo delle imperfezioni e delle fragilità delle altre persone, innamoriamoci anche delle nostre.
- Chiedi aiuto e affidati. Puoi chiederlo ai tuoi affetti o a professioniste. Chiedere aiuto è una passeggiata a due tenendosi per mano.
La forza che nessuno ci ha insegnato
Forse la vera rivoluzione non è diventare più forti. È smettere di credere che mostrarci come siamo davvero, con i nostri crolli, le nostre paure, i nostri momenti in cui non ce la facciamo, sia una cosa di cui vergognarsi.
Siamo cresciute in una cultura che ci ha premiato per la maschera e fatto vergognare per l’autenticità. Ma la maschera stanca. E prima o poi, il corpo presenta il conto.
La forza è restare dentro le cose difficili senza scappare. Non perché sia facile, ma perché è l’unico modo per attraversarle davvero e lasciarle andare.
Quindi no, non ti dirò “sii forte”. Ti dirò: sii umana. Sentiti. Chiediti come stai, e stavolta ascolta la risposta vera.
Questa è la forza.
Fonti bibliografiche
- Bessel van der Kolk, Il corpo accusa il colpo (2015) – Raffaello Cortina Editore
- Brown, B. (2006). Shame Resilience Theory: A Grounded Theory Study on Women and Shame. Families in Society: The Journal of Contemporary Social Services, 87(1), 43-52.