Interviste “sotto torchio” e manipolazione del privato: quando la tv spettacolarizza la vulnerabilità

Il caso Ravagnani riapre il dibattito sui confini dell’intervista televisiva: quando l’insistenza sulla vita privata smette di informare e comincia a trasformare il disagio in spettacolo

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Ilaria Losapio

Giornalista esperta di Psicologia e Sessualità

Giornalista e web content editor esperta in comportamenti umani, racconta psicologia, affettività e sessualità focalizzandosi sul benessere emotivo.

Il caso di Alberto Ravagnani a BellaMà ha riaperto una questione che la televisione conosce (purtroppo) fin troppo bene: fino a che punto un’intervista può spingersi dentro la vita privata di una persona prima di trasformarsi in una forma di pressione? Pierluigi Diaco ha chiesto all’ex sacerdote se fosse attratto da uomini o donne e, poco dopo, se avesse già sperimentato la sessualità dopo aver lasciato il sacerdozio. Ravagnani ha risposto, ma ha anche esplicitato il proprio disagio: “Mi stai mettendo in difficoltà”. Il punto, allora, più che la legittimità della domanda (che non c’è) è ciò che accade quando il disagio diventa parte dello spettacolo.

Quando la vulnerabilità diventa snack da salotto

Lo sappiamo tutti, la televisione vive da sempre di confessioni. Ma una confessione ha valore proprio perché presuppone una scelta; qualcuno decide cosa raccontare, quando raccontarlo e con quali parole. Quando invece una persona viene spinta progressivamente verso un terreno che non aveva intenzione di esplorare, ecco che il confine cambia e la vulnerabilità smette di essere condivisa e rischia di essere estratta a forza a mo’ di interrogatorio.

Non serve uno psicologo per capire che esiste una differenza enorme tra raccontarsi spontaneamente e sentirsi costretti a fornire una risposta perché si è davanti a una telecamera, con un conduttore che insiste e un pubblico che osserva. In quel momento entrano in gioco pressione sociale, paura di apparire evasivi, bisogno di difendere la propria immagine e difficoltà a sottrarsi senza sembrare ostili. Dire “preferisco non rispondere” sembra semplice, ma in uno studio televisivo, spesso non lo è affatto.

L’intervista televisiva, se ci pensiamo, è in realtà la massima espressione dell’asimmetria. Da una parte c’è chi impugna il telecomando del tempo e delle domande; dall’altra c’è l’ospite, ridotto a un acrobata senza rete che cerca di non calpestare una mina vagante tra una castità passata e un orientamento sessuale messo a verbale.

C’è questo delirio contemporaneo secondo cui, se scrivi un libro o ti metti in gioco in un talent show, firmi automaticamente un contratto di cessione totale dei tuoi diritti umani. Hai scritto una biografia? Benissimo, allora adesso vogliamo sapere che tipo di mutande indossi. Come se il diritto alla privacy fosse un optional scaduto alla prima apparizione su Rai 2.

L’asimmetria di potere che dimentichiamo

Viviamo nell’era della trasparenza coatta, dove chi mette un paletto viene immediatamente schedato come stratega del mistero. Il ragionamento del perfetto inquisitore catodico è “Se non hai nulla da nascondere, perché non spiattelli i tuoi affari sessuali in fascia protetta?”.

Che sillogismo da bar sport! Confondere la privacy con la cospirazione. Proteggi un pezzetto della propria vita intima e tutti ti pensano a tramare nell’ombra, quando basterebbe semplicemente ricordarsi che non tutto il pianeta ha il diritto di mettere il naso nel tuo cassetto della biancheria.

La verità è che la TV contemporanea ha un disperato bisogno di carne fresca e di imbarazzi in alta definizione. Il rossore in viso, la balbuzie da panico, l’agitazione e la supplica mascherata da sorriso diventano il plot twist della puntata.

La verità è che un’intervista memorabile non ha bisogno di trasformarsi in una seduta di tortura medievale. Si può fare televisione intelligente anche senza trattare l’ospite come un imputato a Norimberga. Un buon conduttore si riconosce da quanto sa scavare nell’intelligenza del suo ospite; uno mediocre, invece, da quanto sa calpestare i suoi confini. E a giudicare dal gelo in studio, qualcuno ha decisamente confuso il giornalismo con il voyeurismo da condominio.

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