C’è stato un momento (e no, non è così lontano nel tempo) in cui i millennials erano il riferimento assoluto, coloro che definivano cosa era o non era cool, di tendenza. Erano quelli che dettavano le regole, inventavano trend, dominavano i social. E invece eccoci qui: scrolliamo TikTok e li troviamo… cringe. Guardiamo il loro look e ci viene da storcere il naso. Ma come siamo – anzi, sono – arrivati a questo punto? E soprattutto: è davvero tutta “colpa” loro o siamo noi a essere diventati impossibili da accontentare?
Dalla generazione cool a quella cringe in un batter d’occhio
Partiamo da un dato: i millennials, cioè chi è nato più o meno tra gli anni ’80 e metà anni ’90, sono stati i primi a vivere davvero la rivoluzione digitale in tutto il suo splendore. Hanno visto nascere Facebook e lo hanno usato quando era ancora “per pochi” (e soprattutto non era invaso da boomer). Hanno chattato su MSN e se chiedete loro cos’era un “trillo” potrete osservare uno strano fenomeno: in men che non si dica si setteranno in modalità nostalgia e vi spiegheranno per filo e per segno, con gli occhi lucidi, tutta la gamma delle emozioni che riusciva a suscitare quel semplice gesto.
Ma sono anche quelli che scaricavano musica da piattaforme improbabili (e spesso illegali) e che hanno trasformato Instagram in una vetrina perfetta per la quotidianità. Insomma, erano quelli trendy. Quelli che noi guardavamo da piccoli pensando: “Voglio essere così”. E invece oggi li guardiamo e pensiamo: “Perché fanno così?”.
Il punto è che il passaggio da cool a uncool non è stato improvviso, ma è stato silenzioso, quello sì. Tanto che loro per primi non se ne sono accorti. Mettiamoci nei loro panni: un giorno eri la generazione di riferimento, il giorno dopo sei diventato un meme. Ma come è potuto accadere?
Fantasmini e avocado toast: che orrore!
Se c’è una cosa che abbiamo imparato osservando questa dinamica generazionale è che basta pochissimo per essere considerati fuori moda. Tipo…i calzini. Ebbene sì, pochi centimetri di cotone riescono a essere uno dei simboli identitari più forti e a far scattare l’allarme cringe.
Mentre i millennials difendevano con una veemenza onestamente difficile da comprendere, la combo risvoltino + fantasmini, noi già iniziavamo a percepire che quello poteva essere l’inizio del baratro. La legge non scritta di un’intera generazione è: i calzini devono essere invisibili e nascondersi dentro le snakers. Punto. Ed è questo il primo, forte, segno distintivo di un qualsiasi millennial allo stato brado, riconoscibile in mezzo alla folla.
Lo stesso meccanismo si ripete con i jeans. Seppure hanno attraversato per primi la fase “over”, i 30-40enni di oggi sono poi rimasti legati a modelli aderenti come gli skinny jeans o ai mom jeans. Abbandonando definitivamente le larghezze (e quindi la comodità) in virtù della forma “perfetta”.
Noi, al contrario, abbiamo progressivamente spostato l’attenzione verso volumi più ampi, linee più morbide, silhouette volutamente poco definite. Il risultato è un’estetica che rifiuta la forma per privilegiare la sensazione. Ed è su questo aspetto che proprio non riusciamo a conciliare le visioni.
Anche le scelte alimentari, che potrebbero sembrare marginali, raccontano molto di questa distanza. Se l’avocado toast rappresenta uno stile di vita (per loro), non toccateci il matcha e nessuno si farà male. Ma dove vogliamo arrivare con tutto ciò? Il punto è ancora più profondo: ogni elemento, anche il più piccolo, smette di essere neutro e diventa un codice dal quale non si sfugge. Un linguaggio implicito attraverso cui comunichiamo chi siamo e a quale generazione sentiamo di appartenere.
Da qui nasce anche il cortocircuito. Ciò che per un’intera categoria di persone appare naturale e spontaneo, ai nostri occhi risulta spesso costruito, figlio di qualcosa che percepiamo vintage come i centrini della nonna. Allo stesso modo, ciò che per noi è immediato e autentico viene interpretato come disordinato o poco curato. È come se parlassimo due linguaggi estetici diversi, entrambi coerenti al loro interno, ma difficili da tradurre l’uno nell’altro.
How to be cringe: i social
Qui entriamo nel territorio più delicato, i social. Cioè il luogo in cui tutto si amplifica, si deforma e diventa immediatamente riconoscibile. Basta aprire TikTok o Instagram per accorgersi che esiste un certo modo di stare online che suona immediatamente “vecchio”. Come riconoscere un millennial online? Dai dettagli: un’emoji usata con troppa convinzione (qualcuno gli tolga la faccina che ride!), il video che parte con un attimo di esitazione, quel bisogno di controllare che tutto sia perfettamente a posto prima di iniziare.
Per anni l’estetica dominante è stata quella del feed curato, di una narrazione personale costruita con attenzione, quasi come una vetrina. Oggi, invece, funziona qualcosa di diverso: contenuti più immediati, meno rifiniti, con un’ironia che spesso gioca sull’assurdo e sull’auto-sabotaggio. È il regno della spontaneità, del non-costruito, dell’immediato. Ma come fanno a coesistere due mondi così diversi tra loro nel grande mare magnum che è il web?
Il momento in cui tutto è cambiato
Ora che abbiamo delineato cosa rende uncool il millennial medio, vediamo quando c’è stato lo switch. Vi dice niente la parola pandemia? Quel periodo assurdo che ha rinchiuso in casa mezzo mondo e che ha assunto le sembianze di un trauma collettivo che ancora facciamo fatica a superare?
In quel momento storico, mentre una parte della generazione dei trentenni si ritrovava costretto a rallentare i ritmi, a provare per la prima volta lo smart working, a cercare una stabilità in mezzo al caos, prendeva forma – quasi in parallelo – una nuova centralità dell’identità digitale, sempre più presente, continua e decisiva nelle dinamiche sociali.
TikTok è esploso, nuovi creator sono emersi dal nulla e improvvisamente il centro di tutto si è spostato. E internet gradualmente si trasformava: non era più il loro spazio, era diventato il nostro.
E se fosse solo un circolo vizioso?
A questo punto la domanda è inevitabile: i millennials sono davvero diventati cringe o stiamo solo facendo quello che tutte le generazioni fanno? Perché come noi storciamo il naso e li prendiamo in giro per alcune scelte opinabili, anche loro fanno lo stesso con i boomer che, a loro volta, sicuramente hanno fatto lo stesso con la generazione precedente e così via. E forse tra qualche anno toccherà a noi, chi lo sa.
E se invece il vero problema fosse provarci troppo? Se il fastidio derivasse dallo sforzo che ogni generazione fa per rimanere al passo coi tempi ed eternamente sul pezzo? Paradossalmente oggi è cool chi fa di tutto per non esserlo, per non sembrarlo nemmeno ed è proprio qui che inciampa il millennial. Però ammettiamolo: se non ci fossero con chi ce la prenderemmo?
Questa “rivalità” è in fondo un gioco. Li prendiamo in giro per i jeans, per le emoji, per i selfie. Ma stiamo semplicemente ridefinendo cosa significa essere cool, proprio come hanno fatto loro prima di noi. Saranno cringe, spesso non li sopportiamo, ma un pochino ci fanno anche invidia, perché alla fine hanno qualcosa che noi stiamo ancora cercando: un’identità già costruita, più stabile, meno ossessionata dal giudizio continuo. Praticamente il Nirvana.
Arriverà un momento in cui anche noi smetteremo di inseguire ogni trend e quando succederà forse diventeremo noi quelli cringe. Magari qualcuno della Gen Alpha farà un TikTok per prenderci in giro. E noi? Forse rideremo o forse no.