Giovanna Cardile, bambina fece scudo alla madre: oggi aiuta gli orfani

Vide il padre uccidere mamma e nonna. Giovanna Cardile racconta la rinascita e il impegno per dare voce e aiuto agli orfani di femminicidio

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Irene Vella

Giornalista, Storyteller, Writer e Speaker

Scrive da sempre, raccogli emozioni e le trasforma in storie. Ha collaborato con ogni tipo di giornale. Ha fatto l'inviata per tutte le reti nazionali. È la giornalista che sussurra alle pasticcerie e alla primavera.

Giovanna Cardile aveva cinque anni e mezzo quando cercò di proteggere sua madre mettendosi davanti a lei. Era la notte tra il 5 e il 6 aprile 1985, a Messina. Rosalba Tedesco, 29 anni, aveva deciso di separarsi dal marito dopo anni di violenze e si era rifugiata con i figli a casa della madre, Elvira Tracara. Quella notte l’uomo arrivò armato di fucile. Uccise prima Elvira, poi Rosalba, davanti agli occhi della bambina. Giovanna provò a farle scudo con il proprio corpo. Lui la spostò e sparò.

Ci sono immagini che ti rimangono dentro. Per me una di queste è Giovanna, piccola come un soldatino davanti alla sua mamma, a cercare di proteggerla nel momento più terribile della sua vita. Una bambina che avrebbe dovuto essere protetta e che invece provava a difendere la donna che era tutto il suo mondo.

Giovanna e io ci siamo conosciute attraverso il mio libro, Era mia figlia. Ho deciso di raccontare la sua storia perché quell’immagine me la sono portata dietro per molto tempo. Quella notte Giovanna ha perso sua madre, sua nonna e anche un po’ di se stessa: la sicurezza, la fiducia, la possibilità di affidare agli adulti le proprie paure.

Eppure tutto quel dolore non è riuscito a distruggere quella bambina. Giovanna è cresciuta nell’amore dei genitori che l’hanno adottata, si è costruita un futuro, ha trovato l’amore. Oggi è insegnante e pedagogista e cerca di restituire ciò che ha ricevuto occupandosi degli orfani di femminicidio.

La sua storia racconta anche quello che succede dopo. Quando l’attenzione si spegne, i figli restano. Crescono con un’assenza che attraversa le età della vita e con bisogni che chiedono risposte concrete. Da qui nasce il suo impegno, dalla campagna #IoNonSonoInvisibile al percorso per una Giornata nazionale dedicata agli orfani di femminicidio.

Ho voluto darle la parola per raccontare ciò che sta costruendo. Per me è un onore. E anche se non ci siamo mai incontrate fisicamente, Giovanna la considero un’amica.

Avevi cinque anni quando tua madre Rosalba e tua nonna sono state uccise davanti a te. Che cosa vuoi raccontarci della vostra vita prima di quella sera?
Prima di quella sera ero una bambina di cinque anni. Ero una figlia, una nipote, una bambina che aveva bisogno di essere amata, protetta e accompagnata nella crescita. Quando penso alla mia infanzia, penso soprattutto a tutto quello che avrei dovuto poter vivere: gli abbracci di mia madre, la quotidianità, le piccole cose che per un bambino rappresentano il mondo intero.
Mia madre Rosalba era una persona, una donna con una propria identità, con i suoi desideri e le sue speranze. E io ero sua figlia. Avevo diritto di crescere con lei, di conoscerla sempre di più, di costruire insieme i ricordi che accompagnano una persona per tutta la vita.
Quella sera tutto è stato spezzato. Lui — riservo la parola “papà” a chi mi ha cresciuta e amata — ha ucciso mia madre e mia nonna davanti a me, portandomi via due figure fondamentali e la sicurezza che ogni bambina dovrebbe poter sentire.
A cinque anni hai soltanto paura, confusione e un dolore che non sai spiegare. Eppure, anche quando non riesci a raccontarlo con le parole, quel dolore rimane».

Poi sono arrivati i tuoi genitori adottivi. Che cosa significa ricostruire una vita continuando a portare con sé quel dolore?
Dopo una tragedia così grande, una bambina deve imparare a vivere in un mondo che, improvvisamente, non riconosce più. Vengono meno i punti di riferimento, le certezze e quella fiducia fondamentale che permette a un bambino di sentirsi al sicuro.
L’arrivo dei miei genitori adottivi ha rappresentato una possibilità di ricominciare. Attraverso la loro presenza ho potuto ritrovare uno spazio nel quale crescere. L’amore, però, non cancella ciò che è accaduto e non sostituisce la persona che hai perduto. Ti aiuta a comprendere che, nonostante tutto, puoi ancora essere amata, puoi ancora affidarti a qualcuno e puoi ancora immaginare un futuro.
Ricostruire una vita significa imparare, giorno dopo giorno, a convivere con un’assenza che cambia forma nel corso degli anni.

Come nasce il tuo impegno per gli orfani di femminicidio e quale aiuto vuole offrire la campagna #IoNonSonoInvisibile?
Nasce dalla consapevolezza di quanto sia importante essere riconosciuti e ascoltati. Conosco il peso di una perdita che ti cambia la vita e so quanto sia difficile, soprattutto da bambini, trovare le parole per raccontare ciò che si è vissuto.
Spesso, dopo la tragedia, i figli rischiano di rimanere sullo sfondo. Sono le vittime che continuano a vivere dopo che i riflettori si sono spenti, bambini che devono affrontare il lutto, le conseguenze della violenza e cambiamenti radicali nella propria vita familiare, affettiva e sociale. Sono persone con bisogni specifici, diritti da tutelare e un futuro da accompagnare.
Il mio lavoro di insegnante e pedagogista mi ha permesso di comprendere ancora meglio l’importanza dell’ascolto, dell’educazione e della prevenzione. Portare la mia testimonianza nelle scuole significa provare a trasformare un’esperienza dolorosa in uno strumento di consapevolezza.
#IoNonSonoInvisibile racchiude questo bisogno: dire che noi ci siamo, che esistiamo, che le nostre storie meritano ascolto.
Attraverso un semplice QR code sarà possibile accedere a una rete di associazioni, fondazioni e altri soggetti che aderiranno all’iniziativa. La rete sarà mappata regione per regione, per rendere disponibili informazioni, competenze e riferimenti utili e facilitare l’accesso a un aiuto concreto fin dai primi momenti.
Per i bambini e i ragazzi sono fondamentali il sostegno psicologico, la continuità educativa e adulti capaci di riconoscere la loro sofferenza. Anche le famiglie affidatarie e adottive, i tutori e gli altri caregiver devono poter contare su strumenti adeguati.

Quali bisogni rimangono senza risposta e che cosa chiedi alle istituzioni attraverso il percorso per una Giornata nazionale?
Il bisogno più grande è quello di non essere dimenticati. Per i figli la tragedia non termina con la conclusione delle indagini o con una sentenza. La loro vita continua e, insieme alla vita, continuano le domande, le difficoltà e il bisogno di essere accompagnati.
Nell’infanzia possono emergere paura, rabbia, senso di colpa, difficoltà nelle relazioni e nel percorso scolastico. Ogni bambino reagisce in modo diverso: occorre ascoltare ciascuno, rispettarne i tempi e costruire risposte adeguate alla sua età e alla sua situazione.
Ci sono poi le necessità materiali: una casa, stabilità scolastica, adulti di riferimento e un sostegno economico che permetta di crescere senza ulteriori privazioni.
Anche nell’età adulta possono riemergere bisogni importanti. La perdita può influenzare le relazioni, la genitorialità, la costruzione della propria identità. Deve essere possibile trovare sostegno anche a distanza di anni, senza sentirsi dire che ormai si dovrebbe aver superato tutto.
Il percorso per una Giornata nazionale, portato avanti con l’onorevole Calderone e un gruppo di lavoro di associazioni e professionisti, va oltre la ricorrenza simbolica. Significa riconoscere pubblicamente vittime che troppo spesso restano invisibili e assumersi la responsabilità di rispondere ai loro bisogni. Stiamo lavorando affinché questa Giornata possa essere riconosciuta anche a livello europeo.

Che cosa vorresti che restasse di tua madre Rosalba e quale messaggio vuoi dare ai figli che stanno affrontando una perdita come la tua?
Vorrei che di mia madre restasse innanzitutto la sua umanità. Una persona che aveva diritto alla vita, ai propri sogni, ai propri desideri e al proprio futuro.
Quando una donna viene uccisa, il rischio è che la sua identità venga assorbita dalla violenza che ha subito. La sua storia viene raccontata a partire dalla fine, mentre tutto ciò che è stata prima rischia di scomparire.
Il 15 giugno 2026, al Liceo Artistico “Ernesto Basile” di Messina, mi è stato consegnato il Diploma alla Memoria di mia madre: un riconoscimento dal particolare valore simbolico e civile, un segno di riscatto e di affermazione dell’indipendenza culturale, economica e sociale delle donne.

Parlare di lei significa restituirle uno spazio che la violenza ha cercato di cancellare. La sua esistenza aveva un valore immenso.
Ai figli che oggi stanno affrontando una perdita come la mia vorrei dire che non sono soli. Spero che la mia storia possa contribuire a cambiare qualcosa per chi verrà dopo. Vorrei che nessun bambino fosse lasciato solo a ricostruire la propria vita e che la memoria delle donne uccise diventasse anche una responsabilità concreta verso i figli che restano.

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