Ucciso davanti al figlio: la morte che ci riguarda tutti

Massa, un padre ucciso da un branco davanti al figlio: il trauma che resta e la domanda che non possiamo più ignorare

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Irene Vella

Giornalista, Storyteller, Writer e Speaker

Scrive da sempre, raccogli emozioni e le trasforma in storie. Ha collaborato con ogni tipo di giornale. Ha fatto l'inviata per tutte le reti nazionali. È la giornalista che sussurra alle pasticcerie e alla primavera.

A Massa, nel cuore della città, un uomo di 47 anni è morto dopo essere stato aggredito da un gruppo di giovani. Si chiamava Giacomo Bongiorni. Era intervenuto per fermare quello che, secondo le prime ricostruzioni, sarebbe stato un atto vandalico: alcuni ragazzi stavano lanciando bottiglie in piazza Felice Palma. Con lui c’era anche il figlio di 11 anni.

Quello che doveva essere un richiamo, un gesto da adulto, si è trasformato in una violenza brutale.
Secondo gli inquirenti, Bongiorni sarebbe stato colpito più volte da un gruppo di ragazzi. Un primo colpo lo avrebbe fatto cadere a terra. Ma la violenza non si sarebbe fermata lì. Dalle immagini di videosorveglianza emergerebbe infatti che l’uomo è stato colpito ancora, anche quando era già a terra.

Al momento sono cinque le persone indagate per omicidio volontario in concorso: un minorenne, già fermato e trasferito in un centro di prima accoglienza, e altri quattro giovani, tra cui due maggiorenni. Le indagini, coordinate dalla Procura di Massa insieme a quella per i minorenni di Genova, stanno cercando di ricostruire con precisione le responsabilità individuali.

Un nodo centrale sarà chiarito dall’autopsia, disposta nelle prossime ore: servirà a stabilire quale colpo abbia provocato la morte e se il decesso sia stato causato dalla caduta o dai colpi successivi. Gli investigatori stanno incrociando le immagini delle telecamere con le testimonianze raccolte e gli elementi emersi dalle perquisizioni.

Secondo quanto riferito dal procuratore, non sarebbe stato un solo colpo a determinare la morte, ma una sequenza di violenza. Al momento non risultano armi utilizzate né segni evidenti di alterazione psicofisica negli aggressori.
Intanto la città si prepara al lutto. Il sindaco ha annunciato una fiaccolata e il lutto cittadino nel giorno dei funerali, invitando alla sobrietà e al rispetto per la famiglia.

Resta l’immagine più difficile da accettare: quella di un bambino che ha assistito alla morte del padre. C’è un’immagine che non riesco a togliermi dalla testa, un bambino di undici anni che stringe la mano di suo padre.
E quella mano che, a un certo punto, non risponde più.
Succede tutto lì, davanti ai suoi occhi, succede perché un uomo dice “basta”, perché prova a fermare un gruppo di ragazzi.
Perché fa quello che dovrebbe essere normale: educare, richiamare, mettere un limite. E invece muore.
La domanda non è solo come sia potuto accadere.
La domanda è: cosa sta succedendo a questi ragazzi? Perché qui non c’è solo violenza, c’è qualcosa di ancora più profondo: una mancanza totale di percezione delle conseguenze.

Come se non esistesse più il confine tra un gesto e ciò che può provocare. Se picchi una persona e quella cade, può morire, è una cosa elementare, eppure sembra non esserlo più.
C’è un punto che non possiamo più ignorare: l’incapacità di accettare un limite, un rimprovero. Un “no”.

È lo stesso meccanismo che vediamo nei femminicidi, quando il rifiuto diventa un’opzione da non prendere in considerazione, la mancanza di accettazione del rifiuto.
Qui cambia il contesto, ma non la radice: non accetto che qualcuno mi dica cosa fare, mentre sto sbagliando, quindi reagisco con la violenza.
E allora la domanda diventa ancora più scomoda: chi sta insegnando a questi ragazzi cosa è giusto e cosa è sbagliato?
Sì, l’educazione parte dalla famiglia, ma non tutti crescono in famiglie sane.

Ci sono ragazzi che vivono nella violenza, nel disprezzo, nell’assenza totale di regole, e noi cosa facciamo per loro? Come possiamo fare per salvarli e per salvarci?
Quello che è successo a Massa non è solo un episodio, ce ne sono stati altri, a partire dal ragazzo che ha accoltellato la sua professoressa per vendetta, per noi, per mettersi in mostra, sono tutti segnali di un disagio profondo, che scoppia senza preavviso e miete vittime.

Sono segnali come lo sono stati i femminicidi, prima di diventare un’emergenza sociale.
Perché queste non sono solo risse, quando si muore, non sono più risse, sono qualcosa che ci riguarda tutti.
Dobbiamo salvare questi ragazzi, i nostri ragazzi, prima che diventino altro o che si battano nell’altro.
Prima che sia troppo tardi.
E dobbiamo poter mandare i nostri figli fuori, a scuola, in una piazza, senza avere paura che non tornino.

C’è un’altra cosa che non possiamo ignorare.
Quel bambino: undici anni. Undici.
Un bambino che ha visto morire suo padre davanti ai suoi occhi.
E noi davvero pensiamo che tutto questo finisca lì?
Che sia solo una tragedia di cronaca? Quel bambino porterà dentro di sé un trauma che non si cancella.
Che non passa.
Che non si sistema con il tempo, un attimo prima sei con tuo padre, magari state mangiando un gelato.
Un attimo dopo tuo padre non c’è più. E non tornerà mai più.
Non ci saranno più gli abbracci.
Le carezze.
Le parole dette piano.
I momenti importanti della tua vita.

Certo, qualcuno dirà: “sarà sempre con te”.“Sarà nel tuo cuore”.
Ma non è la stessa cosa, perché ci sono assenze che non si colmano.
Mai.
E allora la domanda diventa ancora più dura: che cosa crescerà dentro quel bambino? Dolore, paura, rabbia.
Forse anche un giorno il desiderio di vendetta.
Perché noi non possiamo sapere cosa succede nella testa di un bambino che assiste a una scena così. Che rimane orfano senza un motivo, solo per la scelta crudele di qualcun altro.
Non possiamo prevedere come quel trauma si trasformerà, negli anni.
Sappiamo solo una cosa: che lo accompagnerà per tutta la vita.
E tutto questo, in una società che si definisce civile,
non dovrebbe accadere. Non può accadere. Non possiamo più accettarlo.

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