Proseguono senza sosta le ricerche di Luigi Cavallari, 84 anni, marito della ministra per la Famiglia Eugenia Roccella, scomparso nelle acque del lago di Vico dopo essersi tuffato durante una gita in barca insieme alla moglie. Da ore sommozzatori dei Vigili del Fuoco, mezzi nautici, droni, un elicottero e persino un rover subacqueo stanno perlustrando il fondale del lago nel tentativo di ritrovarlo. Le operazioni risultano particolarmente complesse a causa della scarsa visibilità e delle caratteristiche del bacino, tanto che sul posto sono arrivati rinforzi anche da altre città italiane.
Secondo quanto ricostruito finora, Cavallari si trovava a bordo di una piccola imbarcazione insieme alla ministra quando ha deciso di immergersi in acqua. Pochi istanti dopo non è più riemerso. È stata la stessa Eugenia Roccella a dare immediatamente l’allarme, facendo scattare una vasta macchina dei soccorsi che, nonostante il trascorrere delle ore, continua a lavorare senza interruzioni. Tra le ipotesi prese in considerazione dagli investigatori c’è quella di un malore improvviso, ma saranno gli accertamenti a chiarire con precisione cosa sia accaduto.
Accanto alla cronaca di una vicenda che tiene con il fiato sospeso una famiglia e l’intero Paese, se ne è sviluppata però un’altra, molto diversa, consumatasi lontano dalle acque del lago e tutta dentro i social network. Nelle ore successive alla diffusione della notizia, infatti, decine di profili hanno iniziato a pubblicare battute, ironie e commenti offensivi rivolti non soltanto alla ministra, ma anche al marito disperso. Messaggi che hanno trasformato una tragedia personale in un terreno di scontro politico, alimentando un clima di odio che ha suscitato indignazione e numerose prese di posizione. Anche le autorità hanno evidenziato come, mentre soccorritori e volontari erano impegnati nelle ricerche, il web si riempisse di interventi offensivi e provocatori.
È un fenomeno che, ancora una volta, riporta al centro il tema della violenza verbale online e della facilità con cui il dolore altrui diventa occasione per ottenere visibilità, consenso o semplicemente qualche reazione in più. Una deriva che sembra cancellare il confine tra il diritto di criticare un personaggio pubblico e il rispetto dovuto a chi sta vivendo una tragedia familiare.
Esiste una differenza enorme tra contestare un’idea e perdere di vista l’umanità di una persona.
Si può essere profondamente in disaccordo con Eugenia Roccella. Si possono criticare le sue posizioni sulla famiglia, sull’aborto, sui diritti civili. Lo si può fare con fermezza, con argomenti, persino con ironia. È questo il significato del confronto democratico. Ma tutto cambia nel momento in cui il bersaglio non sono più le idee bensì il dolore. Quando un uomo di 84 anni scompare nelle acque di un lago e qualcuno trova divertente trasformare quell’angoscia in una battuta, non siamo più davanti alla critica politica. Siamo davanti alla perdita di qualcosa di molto più prezioso: la capacità di riconoscere nell’altro un essere umano.
È un meccanismo che ormai vediamo ripetersi continuamente. Succede a destra. Succede a sinistra. Cambiano i protagonisti, ma il copione resta identico. Ogni tragedia diventa materiale da utilizzare contro l’avversario. Ogni lutto si trasforma in un’occasione per regolare conti ideologici.
Eppure il dolore non dovrebbe avere appartenenza politica. Ciò che colpisce è anche l’incoerenza di una parte del dibattito pubblico. Molti di coloro che ogni giorno invocano rispetto, inclusione e linguaggio non violento, davanti alla disgrazia di chi considera un avversario sembrano dimenticare gli stessi principi che rivendicano. Come se l’empatia fosse un diritto riservato soltanto a chi la pensa nello stesso modo.
Ma i valori non funzionano a intermittenza. Il rispetto acquista significato proprio quando viene riconosciuto a chi è distante da noi. Altrimenti diventa soltanto uno slogan da esibire quando conviene.
I social hanno certamente amplificato questa deriva. Dietro uno schermo è facile dimenticare che dietro ogni nome c’è una famiglia, una moglie che aspetta, dei figli, degli amici, persone che stanno vivendo ore di paura. La ricerca della battuta più feroce finisce così per sostituire qualsiasi forma di compassione.
Forse dovremmo chiederci non soltanto che cosa stiano diventando i social, ma che cosa stiamo diventando noi mentre li abitiamo.
Perché una società non si misura da come tratta chi ama, ma da come riesce a rispettare perfino chi considera lontano dalle proprie idee. E se davanti a una tragedia perdiamo anche questa capacità, allora il problema non riguarda più la politica. Riguarda noi.