A Rovere vivono più o meno cento persone. D’inverno la neve copre i tetti, le strade restano vuote e le finestre illuminate si contano sulle dita. Eppure da questo paesino abruzzese arriva una storia che fa bene al cuore: il ristorante Da Cristina è entrato anche nella guida Ristoranti d’Italia 2027 del Gambero Rosso, con 77 punti su 100, dopo il debutto nell’edizione precedente.
Il paese si trova sull’Altopiano delle Rocche, a oltre 1300 metri, con le case di pietra raccolte sotto quel che resta del vecchio castello. Da Roma ci vogliono circa due ore di macchina ma arrivare fin quassù e trovare una cucina di questo livello emoziona un po’, perché dietro ogni piatto c’è il coraggio di chi ha scelto il proprio paese.
Chi c’è dietro il ristorante Da Cristina, nella guida Gambero Rosso 2027
Ai fornelli ci sono due donne, Cristina e Anna. In sala c’è Francesco, che accoglie gli ospiti e li aiuta a scegliere il vino giusto per accompagnare ogni portata. Cristina è nata proprio a Rovere e dopo aver imparato il mestiere nelle cucine degli hotel, ha deciso di portare tutto quello che sapeva nel paese della sua infanzia e di aprire un locale suo.
E se partire sembra spesso la strada più semplice, decidere invece di restare richiede una fiducia testarda nei luoghi a cui si vuole bene. Francesco, in un’intervista di un anno fa a una testata locale, aveva raccontato proprio questo: la famiglia ha sempre avuto fiducia in Rovere, anche negli anni in cui tanti – intorno – partivano.
In tavola arrivano i sapori di casa, quelli delle domeniche dalla nonna, tra pallotte cacio e uova e sagne di acqua e farina citate anche nella scheda della guida. Molti ingredienti vengono da aziende agricole e allevatori della zona, così ogni pranzo diventa anche un piccolo aiuto per chi lavora la terra a pochi chilometri. Quando è arrivata la notizia, il ristorante ha voluto ringraziare lo staff e i clienti, sottolineando che quel risultato appartiene anche a loro.
Rovere tra neve ed estate, la rinascita dell’Altopiano delle Rocche
Rovere fa parte del comune di Rocca di Mezzo, in provincia dell’Aquila, all’interno del Parco Sirente-Velino. Per tanto tempo la zona ha vissuto soprattutto d’inverno, grazie agli impianti di Ovindoli e Campo Felice. Dopo il Covid sono arrivate anche le estati piene con l’arrivo di famiglie, escursionisti, coppie in cerca di fresco e di silenzio. Quest’estate 2026, il sindaco Emilio Nusca ha parlato di più turisti rispetto al 2025 e di locali e strutture ricettive al completo fin dai primi di luglio.
Poi, a settembre, le valigie si richiudono Chi era salito per le vacanze torna in città e in paese restano i residenti, con le fatiche che conoscono bene tante donne e tanti uomini dei borghi abruzzesi che combattono per i servizi da difendere, il lavoro da inventarsi e per le case chiuse per gran parte dell’anno.
Dietro quel 77 c’è una storia lunga circa vent’anni. Il ristorante è nato dal sogno di Cristina, cresciuta in una famiglia di pastori e agricoltori, che oggi cucina accanto alla figlia Anna: la madre custodisce le ricette della cucina abruzzese mentre la figlia sperimenta piatti nuovi. Il figlio Francesco, sommelier, cura invece una cantina di circa un migliaio di etichette, dai vini del territorio fino a rarità francesi come il mito di Borgogna Romanée-Conti.
Gli inizi sono stati in salita. Cristina ne parlò con i genitori, ottenne il loro sì e nel giro di un anno trovò il locale e aprì. Meno di tre anni dopo, alle 3.32 del 6 aprile 2009, il terremoto dell’Aquila svegliò di colpo tutta la provincia. La scossa, di magnitudo 6,3, fece 309 vittime e lasciò senza casa oltre 70.000 persone. Rovere dista una trentina di chilometri dal capoluogo, Rocca di Mezzo entrò nell’elenco dei comuni del cratere e per mesi le repliche si fecero sentire anche sull’altopiano. Per la famiglia, come ha raccontato la stessa Cristina, significò ricominciare da capo. Da quella ripartenza sono passati diciassette anni: oggi Cristina ha i figli al suo fianco e il suo nome stampato su una guida nazionale. Valeva la pena insistere.