Epatite, cresce il focolaio in Italia. Le cause, il ruolo del cibo e le indicazioni degli esperti

Contagi in aumento specie al Centro e al Sud. Spesso la causa è il consumo di cibi non cotti. Come prevenire la malattia

Pubblicato:

Eleonora Lorusso

Giornalista, esperta di salute e benessere

Milanese di nascita, ligure di adozione, ha vissuto negli USA. Scrive di salute, benessere e scienza. Nel tempo libero ama correre, nuotare, leggere e viaggiare

Mentre è ancora fresco il ricordo del focolaio di epatite A in Campania, a Napoli, iniziato a gennaio e che ha visto l’apice di contagi a fine marzo, adesso le attenzioni si spostano sul Lazio. Solo nei primi mesi del 2026 si sono registrati ben 120 casi, a fronte dei 150 registrati in tutto il 2025. Ma a preoccupare non sono solo situazioni locali: anche a livello nazionale, infatti, si è passati da 126 segnalazioni del 2021 a 631 nel 2025, con un ulteriore incremento nei primi mesi di quest’anno. Secondo gli esperti l’aumento è dovuto principalmente al consumo di cibi contaminati e, in secondo luogo, dalla trasmissione interpersonale, specie sessuale. Da qui le raccomandazioni per prevenire la malattia.

Allarme per i casi di epatite in aumento

Dopo anni di flessione nella circolazione, l’epatite A sta tornando ad aumentare. A confermarlo sono i dati della sorveglianza del SEIEVA, il Sistema Epidemiologico Integrato delle Epatiti Virali Acute, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS). La tendenza alla crescita, già evidenziata nel corso degli ultimi anni, si conferma anche nei primi mesi del 2026: al 24 marzo risultavano già 160 segnalazioni, tutte in un solo mese. Si trattava di un numero decisamente superiore a quello dello stesso periodo degli anni precedenti. Sotto osservazione c’è soprattutto il consumo di molluschi crudi o poco cotti, che aumenta ulteriormente nel periodo estivo. I focolai principali sono localizzati al Centro e al Sud.

Dove cresce l’epatite A

Come indicano le rilevazioni dell’ISS i cluster principali sono stati individuati in Campania, Lazio e Puglia. Nella prima regione tra gennaio e metà marzo 2026 erano già stati confermati oltre 100 casi che, seppure circoscritti e monitorati dalla rete nazionale, costituivano un record. I contagi sono stati quasi sempre connessi al consumo di molluschi bivalvi crudi o poco cotti, come cozze, vongole e ostriche. Nel primo trimestre del 2026, infatti, sono state ben 262 le persone con diagnosi di epatite A che hanno riferito di aver mangiato frutti di mare, rispetto alle 43 dello stesso periodo del 2024. Secondo le autorità sanitarie si tratta di un elemento non trascurabile, anche se non tutti i contagi sono attribuibili direttamente a questi alimenti.

Perché evitare cibi crudi

Da qui la raccomandazione degli esperti, che esortano a non consumare frutti di mare se non previa cottura. I molluschi, infatti, filtrano grandi volumi d’acqua e, se allevati o raccolti in aree contaminate da scarichi contenenti il virus dell’epatite A (HAV), possono contenerlo a loro volta. Il patogeno, inoltre, resiste al congelamento e persiste a lungo nell’ambiente. Per questo, anche una volta scongelato, il prodotto va consumato solo tramite una cottura completa, ossia l’unico processo per inattivarlo.

La trasmissione sessuale e le altre precauzioni

Il SEIEVA l’altra causa di trasmissione del virus dell’epatite A è rappresentata dai rapporti sessuali non protetti, specie tra uomini (MSM). Nel 2025 è stata fonte di patologia nel 23% dei casi, su un totale di 101 contagi. Anche per questa modalità, però, si registra un aumento, con 25 infezioni nel solo periodo tra gennaio e marzo 2026. Nonostante la malattia sia guaribile in oltre il 95% dei casi, gli esperti sono preoccupati per le possibili conseguenze, anche gravi, in caso di mancata diagnosi precoce.

L’importanza della diagnosi precoce

Alla prevenzione, che passa proprio da corrette abitudini alimentari e comportamenti sessuali, esistono migliaia di persone che, anche in Italia, non sanno di avere l’epatite A. “Oggi la sfida è intercettare tempestivamente le persone che ancora non sanno di avere un’infezione cronica del fegato e avviarle subito alle cure. Continuare a investire nella cultura della prevenzione, nell’accesso ai test e nella fiducia nella scienza è la strada per raggiungere l’obiettivo dell’eliminazione delle epatiti virali come problema di salute pubblica”, ha spiegato all’Adnkronos Gianpiero D’Offizi, direttore dell’Unità operativa complessa Malattie infettive ed Epatologia dell’ospedale Spallanzani di Roma, punto di riferimento regionale per la gestione delle epatiti acute e croniche nel Lazio. È proprio questa Regione, infatti, che di recente è fonte di preoccupazione ed è allo Spallanzani che viene seguito il maggior numero di pazienti con epatite cronica B e C nel Lazio.

Giornata mondiale contro le epatiti: attenzione globale

“In Italia le epatiti virali hanno rappresentato per molti anni una grave emergenza di salute pubblica: circa 10 anni fa la mortalità correlata era quasi 3 volte superiore a quella osservata oggi. I progressi ottenuti grazie alla diagnosi e alle terapie antivirali dimostrano che queste malattie possono essere prevenute e curate, ma la guardia non deve essere abbassata”, ha sottolineano in una nota l’Istituto superiore di sanità nella Giornata mondiale contro le epatiti (28 luglio). Proprio in occasione del World Hepatitis Day anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha diffuso un messaggio “che invita  a mettere in atto iniziative per porre fine all’epatite come problema di salute pubblica. Le stime dell’Oms – ricorda l’Iss – sono esplicite: 287 milioni di persone nel mondo convivono con epatite cronica da virus B e C (Hcv). Ogni anno si registrano quasi 2 milioni di nuovi casi e oltre 1,3 milioni di persone muoiono a causa di patologie quali cirrosi e cancro del fegato: il numero di decessi più alto tra tutte le malattie infettive”.

Attenzione agli asintomatici

In genere i sintomi dell’epatite sono facilmente riconoscibili: febbre, nausea e vomito, inappetenza, marcata astenia, dolore addominale, urine scure, colorazione gialla di cute e sclere (ittero). Ma, come ricorda ancora l’Iss, ci sono persone che “non hanno sintomi e scoprono quindi di avere la malattia quando è troppo tardi. Le epatiti croniche da virus B e C sono diffuse anche nel nostro Paese, sebbene le nuove infezioni siano segnalate in calo. Inoltre, le infezioni da virus dell’epatite A (Hav) ed E (Hev) sono largamente diffuse nei Paesi con bassi standard igienico-sanitari, ma si verificano anche nei Paesi europei, Italia inclusa, sia con casi sporadici che con focolai epidemici”, conclude l’Iss, in riferimento a quello di inizio 2026 che ha interessato soprattutto la Campania.

© Italiaonline S.p.A. 2026Direzione e coordinamento di Libero Acquisition S.á r.l.P. IVA 03970540963