Sei anche tu un super movers? Gli ultra 80enni con il passo veloce e il cervello più “giovane”

Uno studio indica un nesso tra il ritmo a cui si cammina e la longevità del cervello, che sembra invecchiare meno e più lentamente

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Eleonora Lorusso

Giornalista, esperta di salute e benessere

Milanese di nascita, ligure di adozione, ha vissuto negli USA. Scrive di salute, benessere e scienza. Nel tempo libero ama correre, nuotare, leggere e viaggiare

Dimmi a che passo cammini e ti dirò quanto il tuo cervello può rimanere giovane. Si può tradurre con questo slogan il risultato di uno studio recente che mostra una novità nel campo della longevity: il passo con cui si camma è un indicatore affidabile della salute del cervello e appunto della possibilità di mantenerla il più a lungo possibile.

Chi sono i Super movers

A indagare il nesso è stato un team di studiosi della Stony Brook University di New York City, guidato da Joe Verghese, professore e direttore del Dipartimento di Neurologia, che hanno preso in esame un campione di 5.000 persone, sia uomini che donne. Passando al vaglio migliaia di dati, i ricercatori sono arrivati a definire una categoria specifica: i Super movers. Si tratta di coloro che un tempo potevano essere indicati come coloro che amano restare in forma, che si muovono a ritmo abbastanza sostenuto, in qualche caso additati persino come impazienti, in altri come semplicemente e naturalmente energici. Come emerge dalla ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica Neurology, queste persone rientrano nella silver age, cioè sono over 80, ma ad accomunarli è il fatto di aver mantenuto, appunto, un passo sostenuto almeno fino ai 50 anni e oltre. A beneficiarne, si è visto, non è solo il corpo, ma anche la mente, in termini di mantenimento di un cervello giovane e in salute.

Lo studio su camminata e longevità mentale

I ricercatori hanno scoperto, infatti, un nesso tra i Super movers e una maggiore “giovinezza” del cervello, in quanto a funzioni cognitive. Anche quanto hanno iniziato a comparire i segni di declino, inevitabili, il processo di invecchiamento del cervello nei Super movers è avvenuto in modo più lento. Per arrivare a queste conclusioni gli studiosi hanno analizzato i dati relativi a tre ampi database, con in informazioni su uomini e donne provenienti da diversi paesi e soprattutto Stati Uniti, Regno Unito, alcuni Stati europei, Cina e Messico, dunque in quattro Continenti differenti. In nessun caso si trattava di pazienti con Alzheimer o altre demenze senili, all’inizio dello studio, duranto tra i 3,4 e i 5,4 anni.

Quanto conta la velocità della camminata e come deve essere

Entrando nello specifico, i Super movers sono coloro che, pur avendo superato gli 80 anni di età, riescono a camminare a una velocità media di 1,15-1,20 metri al secondo (circa 4,1-4,3 chilometri orari. Si tratta di 1,5 volte più della media dei coetanei (e pari genere, maschile o femminile): costituiscono una piccola fetta di popolazione, pari a circa il 7%, che però mostra livelli di “freschezza” mentale altrettanto rari. L’obiettivo, infatti, era monitorare segni di declino cognitivo, in relazione al tipo di camminata che gli anziani erano in grado di sostenere abitualmente. Il dato più eclatante riguarda proprio il fatto che Super movers presentavano un rischio relativo di sviluppare un declino cognitivo inferiore del 51% rispetto al resto dei partecipanti allo studio. Un dato ancora più significativo, se paragonato a quello dei pari età, come chiarito da Verghese. “L’effetto era molto marcato. I Super Movers avevano circa il 50% di rischio in meno di sviluppare un declino cognitivo rispetto ai loro coetanei“.

Cervello più grande

Una ulteriore conferma dell’importanza del movimento anche per il cervello è arrivata anche ulteriori analisi condotte, nell’ambito dello studio LonGenity, su volontari adulti anziani di origine ebraica ashkenazita. Il sottocampione di 64 persone, sottoposto a risonanza magnetica cerebrale, ha indicato volumi maggiori nell’ippocampo, in particolare nel lato destro e in alcune sottoaree deputate in modo specifico a memoria e movimento. Questo ha confermato la relazione tra l’attività – in questo caso la velocità di camminata – e le capacità cognitive e mnemoniche. I soggetti, inoltre, si sono mostrati in grado di mantenere meglio sia la velocità di elaborazione mentale che le capacità visuo-spaziali, nonostante il passare degli anni.

I limiti degli studi

Nonostante i risultati interessanti, i ricercatori stessi hanno tenuto a specificare alcuni limiti delle loro indagini, a partire dal fatto che si tratta di studi osservazionali. In quanto tali, sono in grado di mostrare un nesso, ma che non è necessariamente di causa-effetto. Come chiarito dal professor Joe Verghese, infatti, “Non possiamo concludere che camminare più velocemente prevenga la demenza, ma soltanto che la mobilità eccezionale è associata a un invecchiamento cognitivo più sano“. Essere dei camminatori provetti, veloci e in grado di mantenere un ritmo sostenuto, quindi, mostra un legame con una migliore salute del cervello, ma non può essere considerato una “ricetta” in senso stretto. L’esercizio, per quanto gli studi indichino che porta evidenti benefici, non può essere considerato da solo una garanzia di esclusione del rischio di andare incontro a demenze senili, alle quali concorrono anche altri fattori: stile di vita che comprende per esempio anche l’alimentazione, sonno o fumo, componente genetica, ambientale, ecc.

Il nesso con l’Alzheimer

Un ultimo aspetto degno di nota della ricerca, però, ha riguardato anche lo specifico nesso tra il movimento, la velocità di camminata e, appunto, una chiara patologia senile come la malattia di Alzheimer. Analizzando le condizioni del cervello di 692 dei partecipanti alla ricerca, post mortem e grazie ad autopsie sull’organo, è emerso che le placche di amiloide e i grovigli di tau, cioè indicatori fisici caratteristici dell’Alzheimer, erano molto differenti tra i Super movers e gli altri soggetti. “I Super movers avevano esiti cognitivi migliori nonostante avessero una patologia di Alzheimer simile a livello di autopsia. Questo indica resilienza, non semplicemente meno malattia”, ha aggiunto il coordinatore della ricerca, spiegando come il cervello dei camminatori veloci sembra in grado di tollerare e compensare la presenza delle classiche alterazioni dovute all’età, meglio di quanto facessero gli altri coetanei più “lenti”.

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