Re Felipe di Spagna chiede scusa per la conquista dell’America

Felipe di Spagna riconosce che ci furono "molti abusi" durante la conquista dell'America: "Ci sono cose di cui oggi non possiamo essere orgogliosi"

Pubblicato:

Antonella Latilla

Giornalista, esperta di tv e lifestyle

Giornalista curiosa e determinata. Scrittura, lettura e cronaca rosa sono il suo pane quotidiano. Collabora principalmente con portali di gossip e tv.

Inaspettata riflessione storica da parte di Felipe di Spagna. Durante una visita privata alla mostra Metà del mondo: le donne nel Messico indigeno, il monarca ha affrontato il dibattito sulla conquista dell’America riconoscendo che, durante quel processo storico, si sono verificati abusi che, visti dalla prospettiva odierna, non sono motivo di orgoglio. È la prima volta che si esprime pubblicamente su questo argomento.

L’opinione di Felipe di Spagna sulla conquista dell’America

La visita si è svolta alla presenza dell’ambasciatore messicano in Spagna ed è stata interpretata come un gesto di riavvicinamento in un momento delicato per le relazioni tra i due Paesi.

Durante il suo intervento, Re Felipe VI ha offerto una riflessione sul passato coloniale e su come debba essere analizzato oggi. “Ci sono cose che, quando le studiamo, arriviamo a comprendere, e beh, nella nostra visione attuale, con i nostri valori, ovviamente non possono renderci orgogliosi”, ha detto il marito di Letizia.

Le sue parole non si sono limitate ad una semplice valutazione storica. Felipe ha insistito sulla necessità di analizzare la conquista con rigore.

A suo avviso, comprendere quel periodo richiede di collocarlo nel suo contesto storico e di trarne degli insegnamenti. “Dobbiamo comprenderli nel loro giusto contesto, non con un eccessivo presentismo morale, ma con un’analisi oggettiva e rigorosa”, ha aggiunto.

Nel suo intervento, il sovrano ha ricordato come già all’epoca della conquista esistessero riflessioni etiche e tentativi di regolamentazione. In particolare, ha citato Isabella I di Castiglia e il sistema normativo delle Leggi delle Indie, concepito per garantire una tutela delle popolazioni indigene nei territori conquistati.

Un impianto giuridico che, nelle intenzioni, mirava a limitare gli abusi, ma che nella pratica non riuscì a impedire violenze e soprusi diffusi. “C’era un desiderio di protezione che non è stato soddisfatto come previsto”, ha osservato il Re 58enne, riconoscendo il divario tra norme e realtà.

La sua lettura mette in evidenza le contraddizioni di quel periodo storico: da un lato la costruzione di un sistema legislativo, dall’altro l’incapacità di applicarlo efficacemente. Un equilibrio complesso, che riflette la difficoltà di interpretare un’eredità ancora oggi controversa.

Felipe di Spagna e il gesto di apertura verso il Messico

L’intervento di Felipe VI si inserisce in un contesto diplomatico sensibile, segnato da tensioni tra Madrid e Città del Messico. Il confronto si è intensificato negli ultimi anni, a partire dalla richiesta di scuse avanzata nel 2019 dall’allora presidente Andrés Manuel López Obrador per gli abusi commessi durante la conquista.

Una posizione ribadita anche dall’attuale presidente Claudia Sheinbaum, che ha contribuito a raffreddare i rapporti istituzionali, arrivando a non invitare il sovrano alla propria cerimonia di insediamento.

In questo scenario, la visita del Re alla mostra è stata letta come un gesto di apertura. Un segnale che si inserisce in una più ampia strategia di riavvicinamento all’America Latina, sostenuta anche dal ministro degli Esteri José Manuel Albares, che nei mesi scorsi aveva riconosciuto pubblicamente le “ingiustizie” subite dalle popolazioni indigene.

Il momento è particolarmente significativo anche in vista del prossimo Vertice iberoamericano, che la Spagna ospiterà a novembre e che il governo intende rilanciare come piattaforma di dialogo tra le due sponde dell’Atlantico.

Le parole del sovrano, dunque, non rappresentano solo una riflessione storica, ma si inseriscono in una più ampia dinamica politica e diplomatica. Un tentativo di rileggere il passato per costruire, oggi, un terreno comune di confronto.

Felipe non è il primo Re a scusarsi: i precedenti

Non è la prima volta che un sovrano europeo interviene sul passato coloniale e sul modo in cui i territori d’oltremare furono conquistati. Negli ultimi anni, diversi monarchi hanno affrontato il tema, con toni e posizioni differenti, tra riconoscimenti, rammarico e, in alcuni casi, vere e proprie scuse.

Ad esempio lo scorso dicembre, Willem-Alexander dei Paesi Bassi, durante una cena di Stato in Suriname, ha riconosciuto apertamente le responsabilità del suo Paese nella tratta degli schiavi, parlando di una storia “marchiata” dalla schiavitù in nome dello Stato olandese.

Non solo: ha aggiunto le sue scuse personali per il comportamento dei sovrani della Casa d’Orange-Nassau di fronte a quello che ha definito un “crimine contro l’umanità”. Un gesto che si è accompagnato a un incontro con i discendenti degli schiavi e le comunità indigene, nel quale ha ribadito la richiesta di perdono.

Nel Regno Unito, Carlo III – già quando era Principe di Galles – ma anche il figlio William hanno espresso “profondo rammarico” per il ruolo della schiavitù nella storia britannica. Anche se nessuno dei due ha mai formulato scuse ufficiali a nome dello Stato.

Una posizione analoga è stata assunta anche dal Belgio. Nel 2020, in occasione del 60° anniversario dell’indipendenza del Congo, Filippo del Belgio ha inviato una lettera al presidente congolese in cui esprimeva il suo “profondo rammarico” per le violenze e gli abusi commessi durante il periodo coloniale.

Due anni dopo, durante una visita ufficiale nel Paese africano, ha ribadito il riconoscimento delle sofferenze inflitte, parlando della necessità di costruire relazioni fondate sul rispetto reciproco. Pure in questo caso, però, senza arrivare a una richiesta formale di perdono.

© Italiaonline S.p.A. 2026Direzione e coordinamento di Libero Acquisition S.á r.l.P. IVA 03970540963