Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio: cambiare la narrazione per salvare vite

Oggi è la Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio. Dopo la tragedia di Pietralata, perché dobbiamo cambiare il modo in cui ne parliamo

9 min di lettura

Marta Pettolino Valfrè

Psicologa e docente

Psicologa e coach, si occupa di clinica e sessuologia. Insegna all’Università di Torino e scrive libri coniugando clinica e divulgazione scientifica.

Ci sono argomenti di cui iniziamo a parlare quando ormai è successo qualcosa.

Il suicidio è uno di questi. Entra nelle conversazioni soprattutto dopo una morte, quando arriva inevitabile una domanda: come è potuto succedere?

È quello che è accaduto anche dopo la morte di una famiglia a Pietralata, a Roma, dove il 31 agosto sono stati trovati senza vita due genitori, la loro bambina di cinque anni e il cane.

Le indagini sono ancora in corso e proprio per questo è importante non trasformare le informazioni che emergono dalla cronaca in una spiegazione psicologica.

Possiamo però partire da una domanda più ampia, che riguarda molte situazioni diverse e non soltanto quelle che arrivano sulle pagine dei giornali: che cosa succede quando una persona sta così male da non riuscire più a vedere una via d’uscita?

Perché abbiamo ancora paura di parlare di suicidio

Il 10 settembre è la Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio e quest’anno si conclude il triennio dedicato al tema Changing the Narrative on Suicide, con un invito molto concreto: Start the Conversation, iniziare la conversazione.

Non significa trasformare ogni momento di tristezza in un campanello d’allarme. Significa soprattutto togliere al tema quella combinazione di silenzio, paura e stigma che può rendere ancora più difficile chiedere aiuto.

Una delle ragioni per cui facciamo fatica a parlarne è la paura di peggiorare le cose: e se nominare il suicidio facesse venire proprio quell’idea?

L’OMS chiarisce che non è così. Chiedere direttamente a qualcuno se sta pensando al suicidio non aumenta il rischio e può aprire uno spazio nel quale quella persona riesce finalmente a parlare.

Ogni anno, nel mondo, più di 720.000 persone muoiono per suicidio.

Il numero dei tentativi è molto più alto. Dietro questi numeri ci sono però percorsi molto diversi. Il suicidio non ha una causa unica e non può essere spiegato semplicemente con una diagnosi, un problema economico, una separazione o un altro singolo evento.

È un fenomeno complesso e multifattoriale, nel quale possono intrecciarsi fattori psicologici, sociali, biologici, ambientali ed eventi di vita stressanti.

C’è un ulteriore fatto che bisogna prendere in considerazione: gli stereotipi di genere.
Le donne ricevono più spesso una diagnosi di depressione, ma il tasso di suicidi maschili è più alto.

Questo dato apre un dibattito importante e poco conosciuto: per ricevere una diagnosi bisogna prima entrare in contatto con un servizio sanitario, raccontare come si sta e riuscire a chiedere aiuto.

Se uomini e donne fanno queste cose in modo diverso, anche i dati sulle diagnosi possono raccontare solo una parte della storia.

Nel caso degli uomini, l’idea di dover essere autonomi, forti e capaci di gestire da soli le difficoltà può rendere più difficile cercare supporto.

Uno studio longitudinale australiano condotto su oltre 8.000 uomini ha trovato un’associazione tra una maggiore adesione ad alcune norme tradizionalmente associate alla mascolinità, in particolare il controllo delle emozioni, e una maggiore probabilità di riferire ideazione suicidaria.

Per questo la prevenzione passa anche da una domanda culturale: quanto abbiamo insegnato che chiedere aiuto è una possibilità?

 Segnali che possono indicare una sofferenza grave

Quando si parla di suicidio, una delle tentazioni più forti è cercare una causa precisa. Se c’è stato un lutto, pensiamo al lutto. Se c’è una difficoltà economica, pensiamo ai soldi. Se c’è una separazione, pensiamo alla relazione.

È comprensibile, perché trovare una causa ci dà l’impressione di poter rimettere ordine in qualcosa che in ordine non è.

Ma la sofferenza suicidaria non funziona necessariamente così.

Una persona può trovarsi in una condizione nella quale il dolore psicologico diventa così intenso da restringere la percezione delle alternative.

Non significa che non esistano, ma che in quel momento può non riuscire più a vederle.

L’OMS sottolinea che il suicidio è prevenibile e che la prevenzione non coincide con la sola cura dei disturbi mentali.

Tra gli interventi indicati ci sono anche l’identificazione precoce della sofferenza, il sostegno alle persone in crisi, le competenze socio-emotive e la riduzione dell’accesso ai mezzi altamente letali.

Ma come possiamo accorgerci che una persona vicino a noi è grande sofferenza?

Non esiste una checklist capace di dirci con certezza chi tenterà il suicidio. Alcuni segnali, però, meritano particolare attenzione soprattutto quando sono nuovi, aumentano rapidamente o compaiono insieme ad altri.

Parlare:

Sentire:

Cambiamenti nel comportamento, come ad esempio:

Un segnale, da solo, non permette di fare una diagnosi e non significa che chi lo manifesta voglia necessariamente morire. Significa che vale la pena fermarsi e capire come sta quella persona. Meglio evitare frasi come “Dai, passerà”, “Hai tutto quello che ti serve per essere felice” o “Non dire queste cose”.

Molto meglio domandare: “Ti capita di pensare che non valga più la pena vivere?”

La domanda può fare paura a chi la pone. Ma il silenzio lo fa molto di più.

Cosa fare se pensi che qualcuno sia in pericolo

Quando una persona dice di avere pensieri suicidari, la prima reazione può essere cercare subito una soluzione, convincerla che la vita è bella o ricordarle tutto quello che ha da perdere.

Ma in una situazione di forte sofferenza non è detto che serva una soluzione immediata. Prima serve una relazione nella quale la persona possa parlare senza sentirsi giudicata.

Prendere sul serio i pensieri suicidari, senza giudicarli né sminuirli. Quello che a noi può sembrare un problema affrontabile può essere vissuto dall’altra persona come qualcosa di insostenibile.

Se invece c’è un pericolo immediato, la priorità cambia. La persona non dovrebbe essere lasciata sola e bisogna coinvolgere rapidamente i servizi di emergenza o sanitari.

Se possibile, è importante anche ridurre l’accesso a ciò che potrebbe essere utilizzato per farsi del male, senza trasformare la situazione in uno scontro.

I numeri da tenere a portata di mano

In Italia, in una situazione di emergenza, è possibile chiamare:

Chi resta dopo un suicidio

La prevenzione riguarda anche ciò che succede dopo. Chi perde una persona cara per suicidio può trovarsi a fare i conti con sentimenti molto diversi tra loro: tristezza, rabbia, incredulità, senso di colpa, vergogna, abbandono.

E soprattutto con domande alle quali spesso non è possibile trovare una risposta.

Sono domande comprensibili, ma possono diventare una trappola.

Chi resta può avere paura delle domande, del giudizio o di essere considerata responsabile. Eppure parlare può essere parte della cura: significa poter nominare quella morte e il proprio dolore, anche quando i sentimenti sono contraddittori.

Si può amare una persona e contemporaneamente essere arrabbiate con lei. Si può sentire la sua mancanza e, nello stesso tempo, avere bisogno di prendere le distanze dal modo in cui è morta.

Anche per questo chi resta può avere bisogno di un aiuto professionale, perché a volte il dolore diventa troppo pesante da portare senza sostegno.

Come prevenire in modo efficace

Tornando a Pietralata, c’è una cosa che possiamo dire senza pretendere di sapere ciò che non sappiamo. Una tragedia di questo tipo ci porta spontaneamente a cercare una spiegazione, ma la prevenzione del suicidio non consiste nel trovare una spiegazione perfetta dopo che è accaduto.

Consiste nel creare più possibilità prima di una tragedia.

Possibilità di parlare senza vergogna, di chiedere aiuto senza sentirsi deboli, di essere ascoltate senza ricevere subito una soluzione e di accedere ai servizi quando la sofferenza è ancora affrontabile.

Una persona può stare molto male anche quando continua ad andare al lavoro, risponde ai messaggi, si occupa della famiglia e apparentemente funziona.

E significa anche cambiare il modo in cui ne parliamo sui giornali e sui social.

L’OMS invita chi comunica pubblicamente a evitare dettagli sul metodo, immagini o titoli sensazionalistici e rappresentazioni del suicidio come una soluzione a un problema.

Al contrario, raccontare la possibilità di chiedere aiuto, superare una crisi e trovare un sostegno può avere un effetto protettivo.

Il 10 settembre non dovrebbe essere soltanto una giornata per ricordare quante persone muoiono per suicidio. Può essere l’occasione per imparare a fare una cosa molto meno spettacolare, ma molto più utile: fare una domanda prima che sia troppo tardi: “Come stai davvero?”

E, quando qualcosa ci fa pensare che la risposta non sia “bene”, avere il coraggio di andare un po’ più in profondità.

Fonti bibliografiche:

© Italiaonline S.p.A. 2026Direzione e coordinamento di Libero Acquisition S.á r.l.P. IVA 03970540963