Overthinking sotto l’ombrellone, perché la mente non va mai davvero in ferie?

Il cervello umano non si spegne mai: ecco perché la mente va in loop anche in ferie, cosa succede nel cervello e come interrompere la spirale

Pubblicato:

Marta Pettolino Valfrè

Psicologa e docente

Psicologa e coach, si occupa di clinica e sessuologia. Insegna all’Università di Torino e scrive libri coniugando clinica e divulgazione scientifica.

Il momento è arrivato. Sdraio, mare, crema solare, qualche drink ghiacciato e nessuna riunione in agenda. Eppure eccola lì, puntuale come un collega invasivo, la mente che riparte a mille: “Avrei dovuto rispondere diversamente. Che succederà con il progetto? Cosa succederà senza di me?”

L’overthinking non prende ferie. Non è una questione di forza di volontà né di autodeterminazione. C’è una spiegazione neuroscientifica precisa per cui il cervello umano, liberato dagli impegni, non si spegne, ma funziona in modo diverso.

Il cervello non va offline: cosa succede quando non stai facendo niente

Alla fine degli anni Novanta, il neurologo Marcus Raichle, della Washington University in St. Louis, fece una scoperta sorprendente: anche in condizioni di riposo il cervello non era affatto inattivo.

Al contrario, alcune aree continuano a lavorare insieme in modo coordinato, seguendo uno schema preciso e formando quella che oggi conosciamo come Default Mode Network (DMN), la rete cerebrale di default.

Potremmo definirla il “pilota automatico” del cervello: si attiva quando non siamo impegnate in un compito specifico e la mente inizia a vagare tra ricordi, progetti futuri, fantasie e riflessioni su di noi e sulle altre persone.

In pratica, quando smetti di fare qualcosa che richiede attenzione il cervello non va in pausa. Cambia attività. Toglie l’attenzione dal mondo esterno e la dirige verso l’interno. E questo consuma tantissima energia.

È qui che entrano in scena pensieri su noi stesse, sulle nostre relazioni e sulle cose che ci preoccupano: “Devo ricordarmi quella scadenza”, “Chissà se quella persona è arrabbiata con me”, “Mi guardano tutti perché sto male in costume“.

È la voce interiore che commenta, valuta, giudica e analizza continuamente ciò che facciamo e ciò che ci accade.

E il problema maggiore nasce quando questa riflessione si trasforma in un rimuginio continuo, da cui sembra impossibile uscire.

Quando il pensieri diventano una tortura: ruminazione, rimuginio e la spirale dell’overthinking

Prima di capire come uscirne, vale la pena sapere cosa sta succedendo esattamente. Perché l’overthinking non è una cosa sola: è almeno due processi distinti che spesso si alimentano a vicenda.

Il primo è la ruminazione, che guarda indietro.

È quel rimasticare continuo di qualcosa che è già successo: una conversazione che è andata storta, una risposta data male, una scelta di cui non si è sicure.

La mente ci torna sopra non per elaborare davvero, ma per rianalizzare all’infinito, cercando una spiegazione o una soluzione che non arriva mai. Anche perché il passato non si cambia.

La ruminazione è definita come un focus ripetitivo e passivo su pensieri disturbanti, spesso legata a stati emotivi negativi e associata a sintomi depressivi.

Il secondo è il rimuginio, che guarda avanti.

Non ci si interroga su ciò che è accaduto, ma su ciò che potrebbe accadere: scenari catastrofici costruiti nei minimi dettagli, piani di emergenza per eventi improbabili, domande senza risposta su un futuro che non è ancora arrivato. È la materia prima dell’ansia.

Si rumina su cosa è andato storto ieri, poi si rimugina su cosa potrebbe andare storto domani, poi si torna a ieri per vedere se c’è un nesso causale, e così via.

Una spirale che non porta da nessuna parte ma consuma moltissima energia cognitiva.

Cosa c’entra il Default Mode Network? È uno dei principali protagonisti della storia e aumenta il rischio di rimanere intrappolate nel rimuginio.

Invece di usare il tempo libero per recuperare energie, la mente torna più facilmente su ciò che ci inquieta che su ciò che ci fa stare bene.

C’è una ragione evolutiva dietro questa tendenza: per centinaia di migliaia di anni, la sopravvivenza della nostra specie è dipesa dalla capacità di individuare rapidamente i pericoli e le minacce.

Oggi, nella maggior parte dei casi, non dobbiamo sfuggire a un animale feroce o affrontare pericoli immediati per la vita. Eppure restano gli stessi meccanismi mentali, concentrando l’attenzione su scenari negativi e minando così lo scopo per cui sono nati: farci sopravvivere e farci stare bene.

La Gen Z e le ferie impossibili: FOMO, content creation e ansia da sconnessione

Se l’overthinking è un problema umano universale, la Gen Z ha trovato il modo di portarlo a livelli olimpici.

Secondo un sondaggio commissionato da Extra Gum su 2.000 adulti, il 69% delle persone della Gen Z dichiara di rimuginare frequentemente sulle questioni quotidiane, rispetto al 63% dei Millennial e appena al 38% dei Baby Boomer.

Non è solo una questione anagrafica: è l’ecosistema digitale che amplifica ogni pensiero.

Il 41% delle persone della Gen Z ritiene importante creare contenuti per i social media durante le vacanze e questa necessità contribuisce allo stress e ansia.

Il 40% pianifica le proprie vacanze basandosi su ciò che vede sui social, il che significa che arrivare in una spiaggia reale con sabbia normale e turisti normali può scatenare un confronto impietoso con le versioni patinate viste su TikTok e Instagram.

Il 69% delle persone della Gen Z ha annullato o modificato i propri piani di viaggio a causa dell’ansia.

E anche quando le vacanze si fanno, quasi la metà, il 47%, fatica a disconnettersi.

Ecco il paradosso delle ferie Gen Z: ci si stacca fisicamente dall’ufficio ma non mentalmente dal telefono, non emotivamente dai giudizi altrui, non psicologicamente dalla propria timeline. Il corpo è sotto l’ombrellone. La mente è in sessione permanente.

Fermare il loop: tre esercizi che funzionano davvero

La buona notizia è che la ruminazione non è un tratto fisso della personalità. È un’abitudine mentale, e come ogni abitudine, può essere riformata.

La cattiva notizia è che le strategie più intuitive: ”pensaci finché non trovi una soluzione”, “distraiti”, “rilassati e basta”, spesso non funzionano, e in certi casi peggiorano le cose.

Quello che segue non è terapia, ma sono tre esercizi concreti, che si possono usare direttamente sotto l’ombrellone.

Ma se senti di aver bisogno di aiuto professionale, chiedilo, almeno su questo non pensarci troppo.

1. Il tempo del pensiero preoccupato

Questo esercizio viene dalla terapia metacognitiva sviluppata da Wells, e ha un nome poco poetico ma funziona davvero: Scheduled Worry Time, ovvero “l’ora della preoccupazione”.

L’idea di fondo è che il problema non siano i pensieri in sé, ma il rapporto che si ha con loro: la convinzione, spesso inconsapevole, che rimuginarci sopra serva a qualcosa, che sia un modo per prepararsi o per controllare ciò che fa paura.

L’esercizio lavora proprio su questo. Anziché cercare di non pensare ai problemi, il che li amplifica, si sceglie un momento fisso della giornata, sempre lo stesso, di 15-20 minuti, in cui ci si siede e ci si permette di pensare a tutto ciò che preoccupa.

Si può scrivere su un foglio, si può stare con i pensieri, si può fare quello che si vuole.

Fuori da quel tempo, quando arriva un pensiero intrusivo, si dice mentalmente: “Lo affronto alle 18.” E lo si lascia andare.

Il cervello impara gradualmente che non c’è urgenza di processare tutto subito, che esiste un posto e un momento per quei pensieri.

Non è repressione: è rinegoziare il patto con la propria mente.

2. Il metodo 5-4-3-2-1

Questo è un esercizio di grounding sensoriale: serve a interrompere la spirale ruminativa riportando l’attenzione al presente fisico, quello che è letteralmente davanti a sé in questo momento.

Funziona così, si nominano, mentalmente o ad alta voce:

L’overthinking prospera sul passato e sul futuro. Riportare l’attenzione al presente fisico lo interrompe, perché il pilota automatico si disattiva quando il cervello è impegnato su un compito concreto.

3. Scrivi per scaricare, non per analizzare

Si chiama Expressive Writing e la regola fondamentale è una: non si rilegge quello che si scrive.

Si prende un foglio (non il telefono), si imposta un timer di 10 minuti, e si scrive tutto quello che sta girando in testa, senza punteggiatura obbligatoria, senza ordine, senza l’obiettivo di arrivare a una conclusione.

Quando suona il timer, si smette. Si può strappare il foglio se si vuole. Ci sono dei rituali anche suggestivi come bruciare il foglio recitando un’intenzione che si sparga nell’aria come le ceneri delle nostre parole rimuginanti.

L’obiettivo non è capire, è scaricare.

La ricerca dello psicologo James Pennebaker ha mostrato che mettere per iscritto i pensieri e le emozioni difficili riduce la loro intensità emotiva e interrompe il loop ruminativo, non perché si trovi la risposta, ma perché il cervello smette di tenere in memoria attiva qualcosa che ha già “salvato” altrove.

Non si tratta di spegnersi, ma di sintonizzarsi diversamente

C’è qualcosa di profondamente liberatorio nel capire che il cervello che non si ferma non è un cervello difettoso.

Il punto non è trasformare le ferie in una sessione di meditazione vipassana forzata, né cancellare i pensieri scomodi come se fossero notifiche.

Il punto è imparare a non farsi governare da quella voce che riapre lo stesso file mentale ogni volta che ci si siede sotto un ombrellone.

Le ferie non servono a risolvere i problemi. Servono a ricordare che esiste un mondo fuori dai problemi e che il cervello, se gli si dà il permesso, sa anche stare lì.

 

Fonti bibliografiche

© Italiaonline S.p.A. 2026Direzione e coordinamento di Libero Acquisition S.á r.l.P. IVA 03970540963