Ogni 11 febbraio l’ONU celebra la Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza.
Una giornata ancora necessaria perché nonostante i sistemi scolastici offrano in teoria lo stesso accesso a ragazzi e ragazze, la realtà è diversa. In molti Paesi, Italia compresa, le aule dei corsi STEM sono ancora prevalentemente maschili e ai vertici delle carriere scientifiche e ingegneristiche le donne scarseggiano.
La psicologia può aiutarci a capire perché le ragazze finiscono per convincersi di non essere adatte agli studi scientifici e cosa possiamo fare per cambiare questa situazione.
Indice
Perché ci sono così poche donne in STEM?
Partiamo chiarendo subito un punto fondamentale: la scarsa presenza femminile in STEM non dipende da differenze biologiche nelle capacità o nelle inclinazioni, ma il risultato di una complessa combinazione di fattori, come:
- opportunità strutturali limitate;
- aspettative culturali diverse per maschi e femmine;
- pressioni psicologiche invisibili che condizionano le aspirazioni delle ragazze.
I dati mostrano infatti che le ragazze si allontanano progressivamente dalle materie considerate più “difficili” (come matematica, fisica, informatica e ingegneria) nonostante abbiano competenze del tutto paragonabili ai loro coetanei maschi nelle prove di ragionamento e logica.
Gli stereotipi di genere nella scelta degli studi
Sebbene molti adulti dichiarino di credere nella parità, allo stesso tempo pensano che “la matematica sia più adatta ai ragazzi” o che “le ragazze siano più emotive e meno razionali”.
Sono stereotipi impliciti, convinzioni che agiscono sotto la soglia della consapevolezza e condizionano il modo in cui valutiamo i risultati scolastici, diamo feedback e orientiamo le ragazze nelle scelte.
Questi stereotipi sono deleteri perché minano l’autoefficacia delle studentesse. È frequentissimo vedere ragazze con ottimi risultati in matematica e scienze che si dichiarano poco sicure delle proprie capacità, mentre ragazzi con risultati anche peggiori si sentono “brillanti” e pronti per corsi più selettivi…
C’è anche un fenomeno ancora più subdolo: quando una studentessa è consapevole dello stereotipo “le ragazze non sono portate per la matematica”, l’ansia di confermarlo può peggiorare la sua performance e questo, nel lungo termine, può influenzare non solo la scelta di proseguire negli studi STEM, ma addirittura la sua autostima generale in quanto “persona intelligente e competente”.
Questi stereotipi sono pericolosi e si radicano molto presto. Le ricerche mostrano che già alle scuole medie si registra un calo significativo di fiducia nelle proprie competenze scientifiche tra le bambine, anche quando i voti sono oggettivamente uguali a quelli dei maschi. Questo cambiamento ha a che fare con il confronto sociale e la percezione del giudizio esterno: se intorno a te vedi solo professori uomini e “grandi nomi della scienza” maschili, è naturale chiedersi “Per eccellere in questo settore bisogna essere uomo?”.
La mancanza di modelli femminili: perché è un problema
Vedere una persona del proprio genere in un ruolo desiderabile aumenta enormemente la probabilità di credersi capaci di fare lo stesso. In ambito STEM questo è ancora più vero, perché le ragazze crescono in un mondo dove le scienziate iconiche sono poche, spesso etichettate come eccezioni e rappresentate in modo quasi perfetto, con il risultato di sembrare irraggiungibili e poco umane.
Quando nei team di ricerca, nei laboratori o nelle aule si vedono pochissime donne, la mente inconsciamente regola il senso di appartenenza: se non ti riconosci, puoi convincerti che quel clima non sia adatto a te.
Per questo servono scienziate di contesti culturali diversi, di età diverse, anche con storie di vita complesse (madri, con difficoltà economiche, provenienze fragili). Solo così si allarga la mappa di chi “può fare scienza”, invece di restringerla a un’unica icona idealizzata.
Le trappole della “vocazione femminile”
Nella psicologia della scelta professionale si parla spesso di “campo vocazionale”, formato da tre elementi:
- interessi;
- interpretazione del successo;
- autoefficacia percepita.
Per molte ragazze questi tre componenti convergono verso un perimetro vocazionale protetto: scienze umane e sociali, medicina, psicologia, biologia applicata, agraria, settori percepiti come più sicuri perché meno legati alla competizione spietata e più vicini alla cura e alle relazioni.
Le discipline hard (quindi ingegneria, fisica, informatica “pura”, matematica avanzata) restano spesso ai margini di questa mappa. La ragazza, come dicevamo, può avere ottimi risultati, ma sceglie di non entrarci perché sente che “non è il posto giusto per lei” o perché non riesce a immaginarsi felice in un ambiente che percepisce come troppo duro, discriminante o lontano dall’idea di un lavoro “con senso di utilità per la vita quotidiana”.
In più, c’è la paura di essere sempre “la ragazza”: entrare in un team dove tutti ti guardano come l’eccezione di genere e non come semplice collega può generare molto imbarazzo. Questo porta a una sorveglianza costante della propria performance, a dovere essere sempre perfetta per non confermare gli stereotipi, e a una maggiore sofferenza di fronte all’errore, che invece è una risorsa naturale nell’apprendimento.
Insomma, una fatica psicologica, non solo cognitiva, che può spingere la ragazza ad allontanarsi da contesti che, dal punto di vista delle capacità, sarebbero perfettamente adatti a lei.
Verso un cambio di paradigma culturale
La storia ci dice che non basta una riforma scolastica o una borsa di studio per cambiare le traiettorie di carriera delle ragazze in STEM. Serve un vero cambiamento di clima psicologico, a partire dai primissimi anni in cui le percezioni di genere si strutturano.
In questo, la scuola rimane il principale laboratorio. Insegnanti, consapevoli o meno, sono portatori di messaggi sul valore delle abilità “maschili” e “femminili”, e il modo in cui lodano una studentessa (“sei bravissima, sei molto ordinata”) rispetto a un maschio (“hai un grande talento scientifico”) determina in parte la costruzione dell’identità.
Per questo servono percorsi di auto-osservazione per docenti, formazione sul linguaggio inclusivo, incontri con scienziate vere (e non solo “icone” storiche sui libri), storie di ricerca che mostrino che la scienza è fatta anche di lavoro in team, collaborazione, gestione di risorse umane, empatia e responsabilità sociale.
Questo approccio aiuta le ragazze a vedere la carriera STEM non come qualcosa di antagonista rispetto ai valori umani e relazionali, ma come un ampliamento del proprio campo d’azione nel mondo.
Ogni volta che una ragazza vede, ascolta o legge di una scienziata vicina, reale e raccontata in modo umano, il suo cervello compie un leggero riaggiustamento delle possibilità. È lì che la psicologia entra in gioco e, nel tempo, può trasformare la rappresentazione collettiva delle donne nelle carriere scientifiche.