Delitto di Via Poma, svolta nel caso dopo 36 anni: Simonetta Cesaroni ancora senza giustizia

Simonetta Cesaroni viene uccisa il 7 agosto 1990 in Via Poma, dove lavorava: a distanza di quasi 36 anni, si cerca ancora il colpevole

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Martina Dessì

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Trentasei estati non sono bastate a raffreddare la scia di sangue e mistero rimasta sull’asfalto rovente di via Carlo Poma. Quasi quattro decenni di udienze, sospetti, piste ciclicamente riaperte e crollate come castelli di carte hanno trasformato quello che doveva essere un orrendo fatto di cronaca in una gigantesca ferita aperta per la giustizia italiana. L’immagine di Simonetta Cesaroni, spazzata via a nemmeno ventun anni il 7 agosto del 1990, continua a interrogarci da quel passato lontano, mentre il tempo scorre inesorabile senza riuscire a restituirle dignità e verità.

Test del DNA negativi: la nuova pista della Procura di Roma si chiude con un nulla di fatto

L’ultimo capitolo di questa infinita illusione si è consumato proprio in questi giorni, spegnendo anche le più recenti speranze riposte nella scienza moderna. La Procura di Roma, guidata dal PM Alessandro Lia e spinta dal Gip che aveva saggiamente rigettato la richiesta di archiviazione, aveva tentato il tutto per tutto affidandosi alla genetica forense di ultima generazione.

Attraverso un accertamento tecnico irripetibile, i Carabinieri del RIS avevano estratto e comparato i profili genetici di otto persone mai indagate in precedenza, cinque donne e tre uomini, tra cui figuravano personalità di “altissimo livello” e figure vicine all’ambiente lavorativo dell’epoca. L’esito dei test, comunque, è stato spietato: tutti i riscontri sono risultati negativi. Senza legami e nessuna risposta, cala nuovamente il buio su Via Poma.

Si riapre così il baratro di una vicenda segnata fin dal principio da colpevoli ritardi, omissioni e un’incapacità cronica di leggere la scena del crimine. Restano sul fondo gli interrogativi di quel drammatico pomeriggio d’estate nell’ufficio dell’Associazione Italiana Alberghi della Gioventù: cosa trattenne Simonetta oltre le 17.30 in quella palazzina nel quartiere Prati? E chi fu a infierire sul suo corpo, prima tramortendola e poi colpendola con 29 coltellate sferrate con un tagliacarte di undici centimetri? La ferocia dell’aggressione evidenzia una furia cieca, maturata forse tra quelle stanze da qualcuno che conosceva perfettamente l’edificio e che è riuscito a svanire nel nulla senza attirare l’attenzione di nessuno.

Da Pietrino Vanacore a Raniero Busco: trentacinque anni di sospetti e processi senza colpevoli

Questo tragico mistero ha finito per divorare anche chi ne è stato sfiorato. È il caso di Pietrino Vanacore, lo storico custode dello stabile, additato all’epoca come il “colpevole perfetto”, arrestato e poi completamente prosciolto. Schiacciato dal peso insostenibile dell’opinione pubblica, si toglierà la vita nel marzo 2010 lasciando un biglietto che pesava come un macigno: “20 anni di sofferenze e di sospetti ti portano al suicidio”.

Una sorte non dissimile dal calvario giudiziario vissuto da Raniero Busco, ex fidanzato della ragazza difeso dall’Avvocato Franco Coppi, assolto definitivamente in appello e in Cassazione dopo una condanna iniziale a 24 anni, travolto da accuse legate a supposti e mai provati moventi di gelosia.

L’ennesimo buco nell’acqua sui nuovi profili di DNA dimostra così che nemmeno la tecnologia più sofisticata può porre riparo agli errori commessi all’origine. Ma l’assenza di un colpevole a distanza di quasi trentasei anni non deve tradursi in rassegnazione. Fino a quando l’esecutore di quel delitto continuerà a godere dell’impunità, la vicenda di Simonetta non sarà solo un caso irrisolto, ma il simbolo amaro di una giustizia mancata che continua a gravare come una condanna sulla coscienza di tutti.

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