“Il mio libro è nato da un incontro con un gruppo di ragazzi che dovevano sostenere la maturità. Gli dissi: ‘Vi auguro nella vita di fare tanta fatica’”. Non è un caso che tra le tracce della prima prova scritta della Maturità 2026 ci sia proprio un brano tratto da Alzarsi all’alba, saggio scritto da Mario Calabresi. Quello del giornalista è un manifesto sull’importanza del tempo e della perseveranza, della cura verso gli altri in un mondo dominato dal mito del “tutto e subito” che genera, spesso, egoismo e illusione. Ma chi è l’uomo dietro questo messaggio?
La carriera di Mario Calabresi
Classe 1970 e nato a Milano, Mario Calabresi porta con sé una storia familiare segnata da una delle ferite più dolorose della cronaca italiana. Quando aveva appena due anni suo padre, il commissario Luigi Calabresi, fu assassinato durante gli Anni di Piombo.
Cresciuto grazie alla straordinaria forza della madre Gemma Capra, che gli ha insegnato il significato di dignità e perdono, senza cedere al rancore, Calabresi ha saputo trasformare quel dolore in una straordinaria sensibilità.
Giornalista di grande successo, ha diretto testate storiche come La Stampa e La Repubblica e ha fondato la principale podcast company italiana, Chora Media (che, tra i vari, produce E poi il silenzio di Pablo Trincia e Non hanno un amico di Luca Bizzarri).
Di cosa parla Alzarsi all’alba
Giornalista e direttore editoriale, ma anche scrittore di successo. Mario Calabresi si distingue per una scrittura scorrevole e accogliente, capace di scavare nelle pieghe della memoria e di far interrogare il lettore sulle relazioni umane.
Alzarsi all’alba in particolare, testo da cui è stata tratta una delle tracce della prima prova alla Maturità 2026, raccoglie storie straordinarie di persone comuni, a partire dall’atleta paralimpica Veronica Yoko Plebani, che ha confessato all’autore come lo sforzo quotidiano vada addirittura “adorato” per superare i propri limiti. Tra le pagine più toccanti spicca la storia di Franco Beretta, un uomo che dedica ogni istante all’assistenza della moglie paralizzata, dimostrando come la fatica costante, quando è mossa dall’amore, possa trasformarsi nella forma di cura più pura e generosa.
Nel brano scelto per la Maturità 2026, l’autore rievoca un dialogo avuto con la nonna. Con saggezza d’altri tempi, parla di come il progresso abbia sollevato l’umanità da fatiche logoranti, sottolineando però come l’illusione moderna di poter eliminare del tutto l’impegno personale sia un inganno:
Con lei ho parlato molto di come il Novecento fosse stato il secolo della liberazione da fatiche antiche e terribili… Restava però un’idea diversa della fatica, intesa come dedizione, costanza, pazienza, tenacia. La convinzione che non ci sono scorciatoie e che, se ci sono, sono un inganno. Poi, negli anni, ho visto la fatica passare di moda. (…) Ho visto la parola “fatica” assumere un significato solo negativo e scomparire dal vocabolario quotidiano. (…) Si è fatta strada l’idea che sia possibile raggiungere risultati, conquistare traguardi, compiere imprese senza fare fatica. Non è mai stato chiaro come fosse possibile, ma l’illusione ha preso piede ed è stata abbondantemente coltivata. Nonostante questa utopia, molta gente che non può permettersi di affrancarsi continua a viverla, la fatica. Ad alzarsi all’alba, a fare lavori ripetitivi e sfinenti, a non avere orari, a prendersi cura di un pezzo di mondo senza sosta. Silenziosamente, pensando di stare dalla parte sbagliata della storia. Non solo affaticati, ma anche incompresi.
Una bella lezione generazionale che ci ricorda che ogni traguardo che conta richiede tempo e dedizione.