Chi era Fabio Alberto Roversi Monaco, giurista e uomo di cultura

Giurista, uomo di cultura e indimenticato Magnifico Rettore dell'Alma Mater Studiorum di Bologna. Fabio Alberto Roversi Monaco era questo, e molto di più

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Nicoletta Fersini

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Non solo Rettore e noto giurista, ma anche un sognatore pragmatico, un uomo capace di trasformare il potere in bellezza e di restituire alla sua città tesori che sembravano perduti per sempre. Nella fredda mattina del 27 marzo 2026, Bologna piange Fabio Alberto Roversi Monaco, per tutti “il Magnifico”, con la sua eleganza e la profonda dedizione alla cultura.

“Con la scomparsa di Fabio Roversi Monaco, l’Università di Bologna perde una delle sue figure più autorevoli e rappresentative. Nel corso del suo lungo rettorato, ha saputo guidare l’Ateneo con visione, determinazione e profondo senso delle istituzioni, contribuendo in modo decisivo al suo sviluppo internazionale. A nome di tutta la comunità universitaria, esprimo il più sentito cordoglio e la riconoscenza per l’eredità culturale e istituzionale che lascia”, ha dichiarato il Rettore di UniBo, Giovanni Molari.

Il legame con Bologna e le sue passioni

Classe 1938 e nato ad Addis Abeba, in Etiopia, Fabio Alberto Roversi Monaco ha sempre portato con sé un respiro internazionale, ma è a Bologna che ha lasciato il cuore e l’impronta più profonda. Per ben quindici anni, dal 1985 al 2000, ha guidato l’Alma Mater Studiorum, l’università più antica del mondo occidentale, trasformandola in un campus moderno e aperto all’Europa.

Tutti lo ricordano per il suo stile impeccabile e quella capacità di dialogare con i grandi della Terra, e per grandi iniziative come il Bologna Process, progetto ambizioso che ha preso il via nel 1999 per creare uno Spazio Europeo di Istruzione Superiore con la “comparabilità qualitativa dei titoli di istruzione dei vari Paesi e la libera circolazione degli studenti e dei laureati europei”. Un impegno che gli è valso onorificenze prestigiose, come la Legion d’Onore francese e il titolo di Cavaliere di Gran Croce della Repubblica Italiana.

Dopo il rettorato, Roversi Monaco ha iniziato una “seconda vita” alla guida della Fondazione Carisbo, creando Genus Bononiae. Non si tratta di un semplice museo, ma di un percorso diffuso nel cuore di Bologna, fatto di palazzi storici restaurati e restituiti ai cittadini. “Il Magnifico” amava perdersi tra le sale di Palazzo Fava o ammirare il Compianto di Niccolò dell’Arca in Santa Maria della Vita, convinto che la bellezza non dovesse essere un lusso per pochi, ma un diritto di tutti.

Grande amante della musica, questa passione lo portò a fondare l’Orchestra Mozart, insieme al direttore Claudio Abbado, portando l’eccellenza sinfonica sotto le Due Torri. Per il giurista, l’arte e la musica erano necessità primarie, li considerava “servizi essenziali” per l’anima che andavano difesi a ogni costo.

Fino alla fine, Roversi Monaco ha continuato a guardare al futuro. Nel 2022, ricevendo la laurea ad honorem in Medicina, parlava con curiosità di Big Data e intelligenza artificiale, dimostrando che la vera giovinezza è quella della mente. Non è un’esagerazione definirlo un’icona della cultura, un mecenate dei nostri tempi che ci lascia un insegnamento prezioso: investire nella bellezza è l’unico modo per rendere eterno il nostro passaggio nel mondo.

La vita privata, dal lutto all’amicizia con Umberto Eco

Non era un uomo facile alle lusinghe. Conosciuto per il suo stile pungente e la sua schiettezza, Fabio Alberto Roversi Monaco non ha mai avuto paura di criticare ciò che riteneva sbagliato per la sua città, denunciando a volte una Bologna troppo “depressa” o priva di grandi progetti. Le polemiche, come quelle legate alla massoneria o allo scontro con lo street artist Blu, hanno fatto parte della sua figura complessa, senza mai scalfire il rispetto che la comunità nutriva nei suoi confronti.

Dietro l’immagine pubblica di uomo inflessibile e potente, si nascondeva un animo sensibile, segnato anche da grandi dolori. Nel 1988, mentre preparava le celebrazioni per il nono centenario dell’Università, dovette affrontare la perdita della moglie Annarosa in un incidente stradale. Un momento difficilissimo che superò con estrema dignità, rifugiandosi nell’amore per le sue figlie, Maria Giulia e Caterina. “Come facemmo in famiglia non saprei dirlo, so però che fu merito soprattutto delle mie figlie e della mamma che le aveva seguite ed educate. Gli amici più cari ci davano una mano, quando e come potevano. Umberto Eco, per esempio, fu vicinissimo alle mie figlie. Quell’anno ci portò in anteprima il suo ultimo romanzo, Il pendolo di Foucault. Lo conservo ancora, con la dedica a Fabio, magnifico a termine e alle Roversine magnifiche sempre”, raccontò lui stesso.

Un’amicizia speciale, quella con Umberto Eco, che a lui dedicò un’ode nel giorno dell’addio al Rettorato: “Tratti da fondo immobile in un tempio eretto, ripristinò egli il nobile pensiero e lor concetto che ora rivive nei restaurati musei. Tu non ci lasci ceneri. Questa ti sia la sola idea con cui ti parti e fiero ti consola. Se t’attardasti in remore, facciam finta di no. Fu vera gloria? Noi chiniam la fronte al massimo primo tra i pari. E poi, non è il tuo cinque maggio! Chissà cosa farai! Roversi orsù sorridi, sii lieto e sii contento. Per il tuo centenario noi t’aspettiamo qui”.

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