“Eleonora d’Aquitania, Regina ribelle di due Re, che trasformò la poesia in potere”

Regina di Francia e d'Inghilterra, madre di Riccardo Cuor di Leone e Giovanni Senzaterra, protettrice della Gaia Scienza d'amore: Annarosa Mattei racconta Eleonora d'Aquitania

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Federica Cislaghi

Royal e Lifestyle Specialist

Dopo il dottorato in filosofia, decide di fare della scrittura una professione. Si specializza così nel raccontare la cronaca rosa, i vizi e le virtù dei Reali, i segreti del mondo dello spettacolo e della televisione.

Annarosa Mattei nel suo libro, Eleonora d’Aquitania, storia di una Regina ribelle e della sua scienza d’amore, edito da Salani, ci racconta questa straordinaria figura femminile, un unicum del suo tempo e forse dell’intera storia europea.

Moglie di due Re importantissimi, Luigi VII di Francia ed Enrico II d’Inghilterra. Del primo si sbarazzò politicamente e sentimentalmente, chiedendo e ottenendo l’annullamento del matrimonio; il secondo, di 10 anni più, giovane, lo scelse lei e con lui ebbe otto figli, tra cui i più famosi sono sicuramente Riccardo Cuor di Leone e Giovanni Senzaterra. 

Le fonti ci racconta che Eleonora d’Aquitania era una donna bellissima, colta e raffinata ma anche una Regina forte e accorta che conosceva l’arte della mediazione e la sapeva usare per governare le sue terre e quelle dei mariti, come ci ricorda Mattei. E poi era una grande estimatrice dei trovatori, della poesia amorosa, di quella che si chiamava “la gaia scienza d’amore” di cui comprese la profondità sapienziale ma anche il grande potere politico

Perché ha deciso di dedicare un libro a Eleonora d’Aquitania?
È un amore giovanile, che nel tempo è maturato. Quando studiavo all’università, prima di laurearmi in Lettere Moderne, mi ero appassionata alla filologia romanza e soprattutto a quella che potremmo definire l’età delle origini della letteratura. Mi affascinava quella zona della Francia che amo moltissimo, l’Aquitania, e in particolare il Périgord, nel sud-ovest, dove fiorirono i trovatori. Mi ero innamorata della loro poesia d’amore quando avevo scoperto che non era soltanto una poesia sentimentale o letteraria, ma che aveva un risvolto più profondo, allegorico, sapienziale, persino esoterico. Era una forma di sapere. Poi mi sono occupata anche di letteratura contemporanea, ma sono tornata a quella materia molti anni dopo, quando nel 2017 ho scritto un libro dedicato alla storia dei trovatori. In quel volume c’era un capitolo dedicato a Eleonora d’Aquitania, che era una delle principali protagoniste di quella grande civiltà letteraria. E proprio da quel capitolo è nata l’idea di dedicare alla sua figura un intero libro.

Che cosa rende Eleonora così centrale nella storia dei trovatori e, più in generale, nella nascita della cultura letteraria europea?
Eleonora è una protagonista fondamentale di quella grande civiltà letteraria. I trovatori rappresentano, secondo me, un momento importantissimo per la nascita della civiltà letteraria europea. Molta della nostra letteratura, fin dalle origini e poi anche attraverso Dante e la tradizione successiva, ha le sue radici in quella esperienza.
Eleonora è stata protagonista non soltanto perché apparteneva a quel mondo, ma perché lo ha sostenuto attivamente. Era una donna di potere, una leader politica, ma contemporaneamente una grande promotrice della cultura. Fu patrona delle arti, della letteratura e della poesia. Questo doppio ruolo è ciò che trovo particolarmente affascinante: il potere e la cultura non erano separati.

Una cultura che lei descrive anche come particolarmente aperta e inclusiva.
Sì. Simone Weil, quando la scoprì, ne rimase talmente affascinata da considerarla una delle più alte forme di civiltà europea. Era una cultura molto inclusiva e tollerante, non soltanto nei confronti dei generi, ma anche delle diverse religioni. Era, per certi aspetti, un territorio del libero pensiero. Non a caso questa apertura suscitò poi le riserve e gli attacchi della monarchia francese e della Chiesa. La civiltà effettiva durò poco più di un secolo e l’Aquitania perse progressivamente la propria autonomia politica, venendo inglobata dalla Francia. Ma quella civiltà ha lasciato una traccia straordinariamente forte nella letteratura e nella cultura europea.

Quali sono le fonti che aveva a disposizione per ricostruire la figura di Eleonora d’Aquitania?
Di Eleonora abbiamo molte tracce legate agli atti di governo, perché era realmente Duchessa d’Aquitania e quindi esercitava un potere politico concreto. Ma quando cerchiamo parole sue direttamente documentate o immagini realistiche di lei, la situazione cambia. Siamo nel XII secolo e le testimonianze sono spesso approssimative, simboliche. Non abbiamo veri ritratti realistici. Anche per questo, nella copertina del libro abbiamo scelto un quadro del Novecento che immagina quella civiltà in termini molto romantici. È interessante perché dimostra quanto sia forte la traccia che Eleonora e quel mondo hanno lasciato nell’immaginario europeo anche in tempi più vicini a noi. È una figura che ha continuato a generare suggestioni molto tempo dopo la sua morte.

Quali sono le caratteristiche di Eleonora che più l’hanno resa una figura centrale e, ancora oggi, così affascinante?
Sicuramente l’audacia e la determinazione. Le fonti dell’epoca la descrivono come una donna che si faceva notare e che non aveva paura di assumere un ruolo pubblico. Pensiamo alla sua partecipazione alla seconda crociata insieme al primo marito, Luigi VII. Non era del tutto insolito che le donne seguissero i crociati, ma che lo facesse una Regina suscitò moltissime chiacchiere. Eleonora era una donna libera e proveniva da una formazione molto diversa rispetto a quella delle corti del nord della Francia. Per questo fu immediatamente oggetto di pettegolezzi. Ma proprio questa libertà contribuì a trasformarla in un mito.

Anche la sua vita sentimentale sembra uscita da un romanzo
È una storia davvero particolare, quasi un romanzo cavalleresco. Eleonora arrivò a provocare l’annullamento del matrimonio con Luigi VII. Era profondamente insofferente nei confronti di un marito che pretendeva che lei si adeguasse ai suoi schemi e alle sue strategie, strategie che peraltro si rivelarono fallimentari. Due mesi dopo l’annullamento, Eleonora lasciò Parigi e si sposò nuovamente con Enrico II d’Inghilterra, che aveva dieci anni meno di lei. E fu lei a sceglierlo. Con Enrico ebbe otto figli in poco più di dieci anni, mentre con il Re di Francia ne aveva avuti due in quindici anni. Ma soprattutto costruì attraverso i figli una straordinaria rete di rapporti politici che si estendeva praticamente a tutta l’Europa.

Quindi anche attraverso i matrimoni dei figli Eleonora riuscì a esercitare una forma di potere?
Assolutamente. I matrimoni erano uno strumento politico fondamentale e lei li gestiva con grande capacità. Attraverso i figli la sua rete di rapporti si estese dalla Spagna alla Germania, fino alla Sicilia. Non era semplicemente una madre che assisteva alle vicende della propria famiglia: era una protagonista politica che costruiva relazioni e alleanze. Seguì i figli, sostenne il prediletto, Riccardo Cuor di Leone, ma anche il non prediletto Giovanni Senzaterra, l’unico che le sopravvisse insieme a una figlia che si chiamava Eleonora, come lei, e cercò sempre di preservare l’autonomia dell’Aquitania.

Possiamo dunque considerarla un unicum del suo tempo?
Per molti aspetti sì. È stata una donna davvero eccezionale. La sua vita, che fu molto lunga perché morì a 80 anni, fu costellata di ostacoli, anche molto pesanti. Enrico II, a un certo punto, la fece sorvegliare e la tenne per quasi sedici anni in una condizione di forte limitazione della libertà. Eppure, quando uscì da quel lungo periodo, ritrovò la stessa energia e la stessa capacità di agire. Quando il figlio Riccardo divenne Re e partì per la crociata, fu lei a governare. E, secondo me, governò spesso meglio degli uomini.

Che cosa la colpisce maggiormente del suo modo di governare?
La capacità di mediare. È un aspetto che trovo straordinario se pensiamo al XII secolo. Quando governava cercava di concedere autonomie e di trovare punti di equilibrio con realtà diverse: i comuni, i municipi, le aristocrazie. Non cercava continuamente lo scontro. Cercava la mediazione. E questa è una delle ragioni per cui la considero una figura incredibile. Non sono mai stata una femminista militante, ma quando mi sono imbattuta nella storia di queste donne mi sono chiesta cosa sarebbe accaduto se nel mondo contemporaneo ce ne fossero state molte di più.

Eleonora, inoltre, ebbe una vita straordinariamente lunga per l’epoca.
Sì, morì a poco più di ottant’anni e sopravvisse praticamente a tutti: ai mariti e a quasi tutti i figli. Ma ciò che mi colpisce è che non fu semplicemente una lunga vita biologica. Fu una vita vissuta integralmente fino alla fine. Negli ultimi anni rimase attivissima dal punto di vista politico, culturale, letterario e familiare. Continuò a occuparsi dei suoi figli, sia maschi sia femmine, e a esercitare il proprio ruolo.

 Era anche una donna molto colta. Quanto fu importante la sua formazione?
Fu fondamentale. Eleonora ricevette un’educazione straordinaria. Suo nonno, Guglielmo IX, era stato il primo grande trovatore, oltre a essere duca d’Aquitania e uno dei signori più potenti dell’epoca. Suo padre Guglielmo X educò le figlie, soprattutto Eleonora, perché l’aveva destinata alla successione. Questo è molto importante: Eleonora non governò per caso, perché un marito era partito per la guerra o perché mancava un uomo. Governava perché era legittimamente Duchessa d’Aquitania. Aveva una formazione completa: conosceva le lingue, l’arte e l’arte del governo. Parlava la lingua d’oïl del nord della Francia, imparò l’inglese dopo il matrimonio con Enrico II e conosceva il latino. Sapeva andare a cavallo e praticava la caccia. Era una donna di governo sotto ogni punto di vista.

Le fonti la descrivono anche come una donna bellissima e molto affascinante.
Pare proprio di sì. Era molto giovane quando arrivò alla corte di Parigi e il suo aspetto, il suo modo di vestire e le sue abitudini colpirono immediatamente. Portava capelli lunghi, abiti lussuosi e colori vivaci, con scollature che alla corte francese potevano apparire molto audaci. Anche il suo modo di vivere era diverso. Dai registri delle spese sappiamo, per esempio, che acquistava molte spezie, che all’epoca erano costosissime e rappresentavano una grande raffinatezza. Parigi allora era molto più arretrata rispetto a Poitiers o Bordeaux. Eleonora cercò anche di abbellire il palazzo e, naturalmente, portò con sé i suoi trovatori.

E arriviamo così al cuore della cultura che tanto l’ha affascinata: la poesia dei trovatori definita la “Gaia Scienza”.
Sì. La “Gaia Scienza” era una cultura del lieto vivere, della gioia, della bellezza e della condivisione degli affetti. Era una civiltà molto matura, nata dall’incontro di tante culture e dalle radici latine dell’Aquitania. L’amore, in questo contesto, non era semplicemente passione o desiderio di possesso. Era un percorso di conoscenza e di autoconsapevolezza. Attraverso l’amore, l’uomo e la donna potevano intraprendere una sorta di esplorazione interiore. È questo uno degli aspetti che trovo più affascinanti: l’amore come strumento di conoscenza di sé.

In un’epoca come la nostra, quale potrebbe essere allora l’eredità più importante di Eleonora d’Aquitania e della civiltà che rappresentò?
Forse proprio la riscoperta della “Gaia Scienza d’amore”. Sarebbe importante riscoprirla oggi, in un momento in cui spesso i sentimenti vengono vissuti attraverso incomprensioni, conflitti e, purtroppo, anche violenze. Quella cultura ci parlava invece di crescita e di evoluzione attraverso le arti, la scienza, la cultura, la convivenza e il libero pensiero. Sono alcune delle cose più belle alle quali possiamo pensare quando immaginiamo una civiltà evoluta. E forse è proprio questo il lascito più prezioso di Eleonora: ricordarci che il potere può essere anche cultura, che la libertà può diventare responsabilità e che la conoscenza dell’altro passa anche attraverso la conoscenza di noi stessi.

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