Castello Errante nella favolosa Isola Polvese. Adele Dell’Erario: “Dieci anni di cinema senza confini”

"La location non è solo lo spazio dove si gira un film ma è parte della storia": Adele Dell'Erario ci racconta la decima edizione di Castello Errante

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Federica Cislaghi

Royal e Lifestyle Specialist

Dopo il dottorato in filosofia, decide di fare della scrittura una professione. Si specializza così nel raccontare la cronaca rosa, i vizi e le virtù dei Reali, i segreti del mondo dello spettacolo e della televisione.

Castello Errante – Residenza Internazionale del Cinema è giunto alla decima edizione. Per questo importante traguardo si è spostato dal Lazione e ha scelto l’Umbria, in particolare l’Isola Polvese che fino al 31 ottobre si trasforma in laboratorio creativo e punto d’incontro tra culture, lingue e sensibilità diverse.

A raccontare questa nuova avventura è Adele Dell’Erario, direttrice artistica di Castello Errante, che vede nell’anniversario non soltanto l’occasione per fare un bilancio, ma soprattutto un punto di partenza per immaginare il futuro. Al centro ci sono la sperimentazione, l’incontro tra cinematografie differenti e la volontà di valorizzare luoghi spesso lontani dai circuiti più battuti, trasformandoli in protagonisti del racconto cinematografico.

La decima edizione di Castello Errante rappresenta un traguardo importante. Quali sono le principali novità del 2026?
La decima edizione è innanzitutto un anniversario, quindi un momento di celebrazione di questi dieci anni di Castello Errante – Residenza Internazionale del Cinema. La novità più importante, però, è il cambiamento di location, che quest’anno assume un significato particolare perché ci spostiamo in un’altra regione.
Nei primi anni abbiamo esplorato diversi territori del Lazio, dalla Sabina alla Tuscia. Abbiamo sempre cercato luoghi decentrati rispetto ai grandi nuclei urbani, perché uno degli obiettivi di Castello Errante è proprio quello di portare il cinema in territori che solitamente non sono al centro delle attività cinematografiche.
Quest’anno approdiamo in Umbria e scegliamo una location ancora più particolare: un’isola, l’Isola Polvese. Non siamo quindi in un borgo, come accaduto in altre edizioni, ma in un territorio delimitato dall’acqua, con caratteristiche molto specifiche e un enorme potenziale comunicativo e relazionale. I luoghi circoscritti, in un certo senso isolati dal resto del territorio, possono concentrare le proprie energie e creare un’identità molto forte. Allo stesso tempo, proprio questa particolarità permette loro di sviluppare un linguaggio capace di superare i confini e raggiungere un pubblico nazionale e internazionale.
Un’altra novità riguarda l’apertura a nuove culture cinematografiche. Castello Errante è da sempre un progetto internazionale e multiculturale, che mette in relazione giovani provenienti dall’Italia e dall’America Latina. Quest’anno abbiamo voluto ampliare ulteriormente questo dialogo, coinvolgendo anche altre realtà, tra cui quella cinese. Avremo con noi la regista Ning Ying, una personalità di fama internazionale che contribuisce ad arricchire il confronto tra linguaggi e culture differenti.
L’obiettivo è continuare a innovare il format, sperimentando nuove possibilità e cercando di capire come questo progetto possa collocarsi in un panorama internazionale sempre più ampio.

Dalle tue parole emerge spesso il concetto di sperimentazione. La scelta di un’isola e l’apertura a nuove culture sembrano raccontare proprio la volontà di andare oltre i confini. Possiamo considerarla il cuore di questa edizione?
Sì, sicuramente. La sperimentazione è una parola particolarmente adatta a questo momento, anche perché un anniversario rappresenta sempre un’occasione per fare un bilancio. Ci permette di guardarci indietro, capire da dove veniamo e osservare ciò che siamo diventati. La memoria è fondamentale per costruire il futuro. Vale per le persone, per le comunità e anche per i progetti culturali: conoscere il proprio percorso aiuta a guardare avanti in maniera più consapevole. Per noi questo anniversario è quindi sia un momento di riflessione sia un punto di partenza. Il futuro non è uno scenario chiaro e definito, oggi forse meno che mai. Per questo abbiamo bisogno di cercare nuove strade, fare ricerca e individuare modalità diverse per affrontare i cambiamenti.
Nel farlo, però, dobbiamo preservare la biodiversità culturale che il cinema ci offre. La pluralità di linguaggi, punti di vista ed esperienze è una ricchezza fondamentale, perché permette alle comunità di crescere e di sviluppare un confronto autentico.
Castello Errante è anche questo: un luogo in cui sperimentiamo, cerchiamo nuove possibilità e proviamo a capire come adattarci alle trasformazioni senza rinunciare alla nostra identità. Nel nostro piccolo, cerchiamo di contribuire a un cambiamento positivo, immaginando un futuro in cui le differenze siano una risorsa e non qualcosa da eliminare.

Ufficio stampa - Castello Errante
Castello Errante -Residenza Internazionale del Cinema 2026

Sono passati dieci anni dall’inizio di Castello Errante. Se guardiamo ai prossimi dieci, come immagini il futuro del cinema?
È una domanda complessa, perché ci sono molti aspetti che ancora non riesco a immaginare con chiarezza. Stiamo attraversando una fase in cui gli strumenti tecnologici si evolvono a una velocità impressionante e stanno modificando profondamente i processi lavorativi in moltissimi settori, compreso quello cinematografico.
È difficile prevedere come lavoreremo tra dieci anni. Immagino che il modo di realizzare un film sarà molto diverso da quello attuale, ma più che fare previsioni preferisco esprimere un auspicio. Mi auguro che ci sia un adattamento consapevole alle nuove tecnologie e che il loro utilizzo venga governato in modo da migliorare il nostro lavoro, senza compromettere la creatività.
Il rischio, quando si delegano sempre più processi alla tecnologia e sempre meno alla sensibilità delle persone, è quello di un appiattimento culturale. Se la proposta cinematografica viene affidata eccessivamente agli algoritmi, potremmo ritrovarci con prodotti sempre più simili tra loro, incapaci di distinguersi davvero.
Io spero invece che tra dieci anni il cinema sappia ancora raccontare storie differenti, attraverso linguaggi originali e punti di vista personali. L’innovazione dovrebbe ampliare le possibilità espressive, non restringerle. Vorrei un futuro in cui la tecnologia sia uno strumento al servizio della creatività e non il contrario.

Ripercorrendo questi dieci anni, qual è la soddisfazione più grande che Castello Errante ti ha regalato?
Ci sono state moltissime soddisfazioni, ma credo che la più importante sia la risposta dei ragazzi che partecipano al progetto. Come accade in molte iniziative, utilizziamo anche questionari di valutazione, che sono strumenti utili ma inevitabilmente un po’ freddi. Per me, invece, il momento più significativo è quello conclusivo della residenza, quando ci ritroviamo con i partecipanti per salutarci e capire che cosa questa esperienza abbia lasciato loro.
Spesso sono proprio i ragazzi a chiedere di ritagliarci questi ultimi momenti insieme. Si crea un legame molto forte, una sorta di senso di famiglia. Nascono delle piccole comunità, relazioni particolari che appartengono soltanto a quell’edizione e che difficilmente potranno ripetersi nello stesso modo.
Molti partecipanti tornano poi nei loro Paesi, e sappiamo che probabilmente non avremo più occasione di ritrovarci tutti insieme in quella stessa situazione. A volte, però, continuiamo a lavorare con loro e i rapporti professionali e personali proseguono anche dopo la fine della residenza. Quello che mi emoziona maggiormente è quando ci raccontano che Castello Errante ha cambiato il loro modo di guardare al cinema e alla loro professione. Non parlano soltanto di un’esperienza lavorativa, ma anche di un’esperienza di vita unica. Quando ascolto queste testimonianze, capisco che tutti gli sforzi necessari per organizzare il progetto hanno un senso. Non è un lavoro semplice, richiede un grande impegno, ma sapere che questa esperienza può lasciare un segno nelle persone è la soddisfazione più importante.

Ufficio stampa - Castello Errante
La decima edizione di Castello Errante – Residenza Internazionale del Cinema

Quest’anno avete scelto l’Umbria. La decisione è legata anche all’ottocentesimo anniversario della morte di San Francesco, che ricorre nel 2026?
In realtà, la scelta non è nata da questa ricorrenza. È stato soprattutto l’incontro con un interlocutore molto aperto, che ha saputo comprendere il nostro progetto e riconoscerne le potenzialità.
La Regione Umbria ci ha proposto di realizzare la residenza sul proprio territorio e noi abbiamo accolto con entusiasmo questa possibilità. È un territorio che conoscevamo ancora poco e che ci interessava esplorare, anche perché possiede un potenziale straordinario. Castello Errante ha una vocazione internazionale, ma è anche profondamente legato alla scoperta dei luoghi in cui si svolge. Non arriviamo in un territorio semplicemente per utilizzarlo come sfondo: cerchiamo di instaurare un rapporto con chi lo abita, con gli operatori culturali, con le istituzioni e con le realtà locali. In questo caso abbiamo trovato persone che hanno compreso la natura del progetto e hanno deciso di sostenerlo. È stato un incontro tra sensibilità e progettualità che si sono riconosciute reciprocamente.
Ogni anno, inoltre, abbiamo un animale totemico che ci accompagna simbolicamente nel percorso. Quest’anno è il lupo, che ci ha guidato idealmente fino al battello che abbiamo preso a Castiglione del Lago per raggiungere l’isola. Quindi, anche se la scelta non è stata determinata dalla ricorrenza francescana, qualche suggestione legata a San Francesco, naturalmente, c’è.

Il nome Castello Errante suggerisce un progetto in continuo movimento, capace di attraversare luoghi diversi. Quanto è importante la location nella realizzazione di un film?
La location è fondamentale. In questo momento, per esempio, stiamo girando un’opera scritta da una sceneggiatrice argentina, che ha adattato il proprio lavoro anche alle caratteristiche dell’isola in cui ci troviamo. Nei giorni scorsi abbiamo svolto diverse attività esplorative, durante le quali i partecipanti hanno avuto modo di conoscere il territorio e di interrogarsi sul rapporto tra il luogo e la sceneggiatura. Ci siamo chiesti quanto l’isola potesse rispondere alla storia che avevamo intenzione di raccontare e, allo stesso tempo, quanto la storia dovesse trasformarsi per entrare in relazione con quel luogo.
A volte la location diventa addirittura un protagonista del film. Non è più soltanto uno spazio nel quale si svolgono gli eventi, ma una presenza che dialoga con i personaggi e contribuisce a dare forma al racconto.
I luoghi ci parlano, ci restituiscono suggestioni, immagini e significati. Naturalmente, bisogna essere disposti ad ascoltarli. Una location non dovrebbe essere scelta esclusivamente perché è un contesto adatto a ospitare una scena, ma perché ciò che può comunicare diventa parte viva della storia. In questo senso, l’isola ci sta raccontando molte cose e la sceneggiatura si sta adattando a ciò che il luogo suggerisce. È un processo che richiede sensibilità e capacità di osservazione.
Ce lo insegna anche il lavoro di professioniste come Valia Santella, sceneggiatrice che collabora con noi da anni e che ha lavorato con importanti registi del cinema italiano, tra cui Nanni Moretti, Marco Bellocchio e Saverio Costanzo.
Quando si arriva sul posto in cui si girerà un film, ci si accorge che la realtà può suggerire qualcosa di diverso rispetto a ciò che era stato immaginato sulla carta. Se il luogo ci offre nuove possibilità, bisogna avere la capacità di accoglierle e di modificare la sceneggiatura di conseguenza. La location, quindi, non è un elemento accessorio: è una componente fondamentale che si intreccia con la storia e contribuisce a determinarne il significato.

Hai una location del cuore, tra quelle che hai scoperto grazie a Castello Errante?
Sì, sicuramente Montenero Sabino, un piccolo comune della Sabina dove abbiamo realizzato la prima edizione del progetto, in un castello del IX secolo. È un luogo che porto nel cuore perché è legato alle emozioni di quella prima esperienza. All’epoca il progetto era ancora una novità e le residenze cinematografiche erano qualcosa di poco consueto. La nostra, in particolare, aveva una caratteristica specifica: non selezioniamo soltanto registi o sceneggiatori, ma una troupe composta da professionisti con ruoli differenti. Ci sono costumisti, scenografi, montatori e tante altre figure che osservano e vivono lo spazio attraverso prospettive diverse. Ognuno porta con sé uno sguardo personale e un modo particolare di entrare in relazione con il territorio. Per questo, durante la residenza, non scopriamo un luogo soltanto attraverso la nostra esperienza, ma anche attraverso gli occhi dei partecipanti. Ed è proprio questo che rende il percorso così interessante. Ricordo in particolare i ragazzi che arrivavano da grandi metropoli internazionali come Città del Messico, Lima e Santiago del Cile e si ritrovavano in un borgo di circa sessanta abitanti, con una strada che collegava una chiesa a un castello, immerso nelle montagne della Sabina. Era un incontro fortissimo tra mondi molto diversi: da una parte le grandi città, con i loro ritmi e le loro dimensioni, dall’altra un piccolo paese, con una realtà completamente differente. Vedere quel luogo attraverso i loro occhi mi ha permesso di riscoprirlo. È stato come guardarlo per la prima volta, cogliendo aspetti che forse, da sola, non avrei notato. Montenero Sabino è rimasto per me un luogo magico proprio per questa capacità di creare un contatto autentico tra persone, culture e territori lontani.

Ufficio stampa - Castello Errante
Castello Errante – Residenza Internazionale del Cinema 2026

Se dovessi riassumere in un’immagine il senso di questi dieci anni di Castello Errante, quale sceglieresti? 
Sceglierei proprio quell’incontro tra persone che provengono da mondi diversi e che, grazie al cinema, riescono a costruire qualcosa insieme. Castello Errante è un progetto che cambia ogni anno perché cambia il luogo, cambiano i partecipanti, cambiano le storie e le prospettive. Eppure, rimane una costante: la possibilità di creare uno spazio di scambio, nel quale le differenze diventano un’occasione di crescita. In questi dieci anni abbiamo cercato di mantenere vivo questo desiderio di sperimentazione, senza dare per scontato ciò che abbiamo costruito. La decima edizione è una celebrazione del percorso compiuto, ma anche un invito a continuare a cercare nuove strade.
Credo che il futuro di Castello Errante stia proprio nella capacità di rimettersi continuamente in discussione, di ascoltare i territori e le persone e di lasciare che gli incontri trasformino il progetto. Perché il cinema, quando è davvero vivo, non si limita a raccontare il mondo: crea occasioni per conoscerlo, attraversarlo e guardarlo con occhi nuovi.

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