Vannacci nega il femminicidio: la ferita riaperta delle vittime

Vera Squatrito, madre di Giordana Di Stefano, rompe il silenzio dopo le parole dell'ex generale all'Assemblea Costituente di Futuro Nazionale: "Noi viviamo un ergastolo del dolore"

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Irene Vella

Giornalista, Storyteller, Writer e Speaker

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«Il femminicidio non esiste. È un omicidio come tutti gli altri». Bastano poche parole pronunciate da Roberto Vannacci durante l’assemblea costituente di Futuro Nazionale per riaccendere uno dei dibattiti più delicati e dolorosi del Paese. Il generale, parlando con i giornalisti a margine dell’evento romano, ha sostenuto che non vi sia alcuna necessità di una fattispecie specifica di reato, affermando che uomini e donne debbano essere soggetti alle stesse regole e che un delitto non possa essere considerato più grave in base al sesso della vittima.

Secondo Vannacci, il femminicidio sarebbe «un omicidio come tutti gli altri» e l’introduzione di una disciplina specifica rappresenterebbe una distinzione non compatibile con il principio di uguaglianza. Il leader di Futuro Nazionale ha inoltre paragonato la violenza contro le donne ad altre forme di violenza, come quella nei confronti degli anziani, sostenendo che non esista un corrispondente “anzianicidio”.

Le dichiarazioni hanno immediatamente provocato una valanga di reazioni politiche e istituzionali. Da più parti è stato sottolineato come il femminicidio non venga identificato semplicemente dal genere della vittima, ma dal contesto di dominio, possesso, controllo e sopraffazione che caratterizza molti degli omicidi commessi da partner o ex partner. Un fenomeno che negli anni ha portato il legislatore a intervenire con norme specifiche e strumenti dedicati alla prevenzione e alla repressione della violenza di genere.

Ma la risposta più forte non è arrivata dalla politica. È arrivata da chi quel dolore lo vive ogni giorno.

Tra le voci più dure c’è quella di Vera Squatrito, madre di Giordana Di Stefano, la giovane donna di Nicolosi uccisa il 7 ottobre 2015 dall’ex convivente Luca Priolo. Giordana aveva 20 anni ed era madre di una bambina. Fu assassinata con decine di coltellate al termine di una lunga escalation di violenze e persecuzioni. Per quel delitto l’uomo è stato condannato all’ergastolo.

In una lettera aperta indirizzata al generale, Vera Squatrito ha chiesto a Vannacci di “avere il coraggio di chiedere scusa”. Scusa a Giordana, uccisa dall’uomo che diceva di amarla. Scusa alla figlia della giovane vittima, cresciuta senza la madre. Scusa ai genitori, ai fratelli e alle famiglie che convivono ogni giorno con quello che la donna definisce “un ergastolo del dolore”.

Nel suo intervento, la madre di Giordana ricorda che le parole hanno un peso e che minimizzare o ridimensionare il fenomeno del femminicidio significa infliggere una nuova ferita a chi ha già pagato il prezzo più alto. “Noi familiari delle vittime sappiamo cosa significa vivere una condanna senza fine“, scrive. Un messaggio che in poche ore ha raccolto migliaia di condivisioni e attestati di solidarietà.

C’è una differenza enorme tra discutere una norma e negare un fenomeno.

Sul piano giuridico si può legittimamente confrontarsi sull’efficacia di una legge, sulla formulazione di una fattispecie o sulle strategie migliori per contrastare la violenza. È il sale della democrazia. Ma quando si afferma che il femminicidio “non esiste”, il problema non è più tecnico. Diventa culturale.

Perché il femminicidio non descrive semplicemente l’uccisione di una donna. Descrive una particolare matrice della violenza. Un omicidio che nasce dal possesso, dal controllo, dall’incapacità di accettare l’autonomia femminile. Una donna che decide di lasciare un partner, di dire no, di scegliere per sé stessa, e per questo viene punita.

Ridurre tutto alla formula «un omicidio è un omicidio» significa ignorare il percorso che spesso precede il delitto: minacce, stalking, controllo ossessivo, isolamento, ricatti economici, aggressioni. Significa guardare soltanto l’ultimo atto senza voler vedere tutto ciò che è accaduto prima.

Come spiegano criminologi ed esperti di violenza di genere, non è il sesso della vittima a rendere diverso il fenomeno. È il movente. È la logica di dominio. È il contesto relazionale nel quale il reato prende forma.

Nessuno sostiene che la vita di una donna valga più di quella di un uomo. Il punto è un altro: riconoscere che esistono dinamiche criminali specifiche permette di prevenirle, intercettarle e contrastarle con strumenti adeguati.

Per questo le parole di Vera Squatrito colpiscono più di qualsiasi polemica politica. Perché arrivano da una madre che ha visto la propria figlia massacrata dall’uomo che sosteneva di amarla. Da una nonna che ogni giorno guarda negli occhi una bambina cresciuta senza la madre.

Quando si parla di femminicidio non si parla di ideologia. Si parla di vite spezzate. Di figli rimasti soli. Di famiglie condannate a una pena che non finisce con la sentenza.

E forse, prima di liquidare tutto come una semplice questione terminologica, bisognerebbe ascoltare proprio loro. Chi quel dolore lo porta addosso ogni giorno. Chi sa che certe parole non sono astratte. Hanno un peso. E a volte possono ferire quasi quanto il silenzio.

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