Pongo ridotto a uno scheletro mentre la sua “padrona” era in vacanza

Il cane, trovato a Fano senza acqua né cibo, pesava venti chili invece di 42. La proprietaria è stata denunciata per maltrattamento

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Irene Vella

Giornalista, Storyteller, Writer e Speaker

Scrive da sempre, raccogli emozioni e le trasforma in storie. Ha collaborato con ogni tipo di giornale. Ha fatto l'inviata per tutte le reti nazionali. È la giornalista che sussurra alle pasticcerie e alla primavera.

Pongo pesava 42 chili quando, nel novembre del 2024, aveva lasciato il canile comunale di Fano per entrare nella casa della famiglia che lo aveva adottato. Era un meticcio simile a un Dogo argentino, affettuoso, abituato a vivere con i bambini e con i gatti.

Il 17 luglio 2026, quando le guardie ecozoofile sono entrate nell’appartamento in cui viveva, di quel cane era rimasto quasi soltanto lo scheletro. Pongo pesava poco più di venti chili, meno della metà del suo peso originario. Era accasciato a terra, circondato dai propri escrementi, senza acqua né cibo e ormai incapace di reggersi sulle zampe. Sul corpo aveva piaghe da decubito. Le unghie, cresciute senza essere tagliate per lungo tempo, si erano ripiegate su loro stesse. Secondo quanto raccontato dai volontari, la fame e la sete lo avevano spinto a bere la propria urina e a nutrirsi delle proprie feci.

La donna che lo aveva adottato, poco più che trentenne, in quei giorni si trovava fuori città per le vacanze. È stata denunciata per maltrattamento di animali. Pongo è stato sottoposto a sequestro e affidato alla custodia giudiziaria di Cecilia Tornimbeni, presidente dell’associazione Melampo, che gestisce il canile comunale e aveva seguito la sua adozione.

A salvargli la vita sono stati proprio i controlli successivi all’affido. Nei primi mesi la famiglia aveva inviato fotografie e aggiornamenti: Pongo sul letto, al mare, abbracciato ai bambini, circondato da palloncini durante una festa organizzata per lui. Immagini che raccontavano una vita serena.
Poi qualcosa è cambiato. Le fotografie hanno cominciato ad arrivare sempre più raramente, le risposte alle domande dei volontari sono diventate vaghe e contraddittorie. La proprietaria aveva anche comunicato di volere rinunciare al cane. In appena un giorno e mezzo, l’associazione aveva trovato una possibile sistemazione alternativa, ma la richiesta era stata improvvisamente ritirata.

I dubbi dei volontari sono cresciuti fino alla decisione di chiedere l’intervento delle guardie ecozoofile. L’ingresso nell’appartamento ha rivelato le condizioni drammatiche di Pongo.
Il cane è stato trasportato all’ospedale veterinario Fanum Fortunae. Gli esami hanno escluso patologie capaci di giustificare un dimagrimento tanto grave e hanno indicato nella malnutrizione prolungata la causa principale del suo stato. Secondo i sanitari, da almeno un mese Pongo riceveva una quantità di cibo insufficiente.

La ripresa ha richiesto un’alimentazione graduale, composta da tanti piccoli pasti distribuiti durante la giornata. Dopo pochi giorni Pongo è riuscito nuovamente ad alzarsi.
Al momento delle dimissioni aveva recuperato oltre tre chili e oggi continua il proprio percorso sotto la tutela dell’associazione.
Gli accertamenti sulla vicenda proseguono. Sarà la giustizia a stabilire le responsabilità della donna denunciata.

Esiste un’immagine di Pongo accanto a una torta, con i palloncini colorati alle spalle. Esiste anche la fotografia del suo corpo ridotto a uno scheletro, incapace di sostenersi sulle zampe.
In mezzo a quelle due immagini c’è la distanza tra accogliere un cane e assumersi davvero la responsabilità della sua vita.
Un animale dipende completamente dalle nostre scelte. Mangia quando riempiamo la sua ciotola, beve quando gli lasciamo acqua pulita, riceve cure quando riconosciamo il suo dolore e decidiamo di agire. Vive nel mondo che costruiamo intorno a lui e possiede soltanto gli strumenti che gli abbiamo concesso per chiedere aiuto.

Pongo ha continuato ad aspettare. Ha aspettato il rumore di una chiave nella serratura, una voce conosciuta, una ciotola piena. Ha bevuto la propria urina perché la sete era più forte di tutto. Si è nutrito dei propri escrementi perché il suo corpo voleva sopravvivere. Infine è rimasto a terra, troppo debole per alzarsi.
Questa storia racconta anche il valore dei controlli successivi alle adozioni. Spesso le associazioni vengono accusate di essere invadenti, di fare troppe domande, di pretendere fotografie e aggiornamenti, di rendere complicato l’affido di un animale.
Pongo è vivo grazie a quella ostinazione.

I volontari hanno riconosciuto le risposte incoerenti, hanno dato importanza alle fotografie che smettevano di arrivare e hanno chiesto l’intervento delle guardie ecozoofile. Il controllo ha trasformato un sospetto in un salvataggio. Poche ore avrebbero potuto decidere il confine tra la vita e la morte.
Adottare significa accettare un impegno che attraversa gli anni, i cambiamenti familiari, le difficoltà economiche e le vacanze. Quando la vita rende impossibile continuare a prendersi cura di un animale, esiste una scelta responsabile: chiedere aiuto. Canili, associazioni e volontari possono cercare una nuova sistemazione. Restituire un cane può spezzare il cuore; lasciarlo morire spezza il suo corpo.

Anche il termine “padrona” racconta poco del rapporto che dovremmo costruire con gli animali. Un cane rappresenta una vita affidata alle nostre mani, con bisogni, paure e una capacità assoluta di consegnarci la propria fiducia.
Pongo quella fiducia l’aveva concessa. Le immagini dei primi mesi lo mostrano dentro una famiglia, vicino ai bambini, steso sul letto. Il suo corpo consumato dalla fame racconta il momento in cui quel patto è stato tradito.
Oggi Pongo è tornato in piedi. Recupera peso lentamente, circondato dalle persone che hanno lottato per salvarlo. La sua rinascita porta sollievo, mentre le cicatrici impongono una domanda precisa: quali strumenti servono per impedire a chi ha maltrattato un animale di riceverne un altro?

La tutela passa attraverso controlli seri, banche dati condivise, pene applicate e divieti di detenzione capaci di durare nel tempo. Passa anche attraverso lo sguardo dei vicini, dei veterinari e di chiunque riconosca un animale che scompare, dimagrisce o smette improvvisamente di uscire.

Pongo oggi ha di nuovo una ciotola piena e mani capaci di accarezzarlo. La sua storia chiede che ogni animale affidato a una famiglia continui a essere visto anche dopo l’adozione.
Perché l’amore si racconta facilmente con una fotografia.
La responsabilità si dimostra ogni giorno, soprattutto quando nessuno sta guardando.

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