Chiara Balistreri, l’ex ai domiciliari nella casa delle violenze

Il video in lacrime: «Torna dove mi ha quasi uccisa». La paura dopo la decisione del giudice e il fallimento della tutela per le vittime

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Irene Vella

Giornalista, Storyteller, Writer e Speaker

Scrive da sempre, raccogli emozioni e le trasforma in storie. Ha collaborato con ogni tipo di giornale. Ha fatto l'inviata per tutte le reti nazionali. È la giornalista che sussurra alle pasticcerie e alla primavera.

C’è una telefonata che può cambiare tutto. Non perché porti una speranza, ma perché riapre una ferita che non si è mai chiusa davvero. È quella che ha ricevuto Chiara Balistreri, 24 anni, quando la polizia le ha comunicato che il suo ex compagno, già condannato per maltrattamenti e lesioni, sarebbe tornato a casa agli arresti domiciliari, con braccialetto elettronico.

Una notizia che per Chiara non è solo un aggiornamento giudiziario, ma un incubo che torna.
In un video pubblicato sui social, la giovane appare distrutta, in lacrime. «Mi sono svegliata con una telefonata della polizia di Bologna che mi informava che Gabriel tra due giorni tornerà a casa, con il dispositivo», racconta. Ma quelle parole, pronunciate tra il pianto, contengono qualcosa di più profondo: la sensazione di non essere al sicuro. Perché quella casa non è un luogo qualunque. “Tornerà in quella casa in cui io sono quasi morta“, dice. “La stessa casa dove io ho preso botte per cinque anni”.

La relazione, iniziata anni prima, si era trasformata in un incubo fatto di controllo, gelosia ossessiva e violenze sempre più gravi. Chiara lo aveva raccontato anche in televisione, spiegando come dal 2017 la situazione fosse precipitata fino a farle temere per la propria vita.
Poi la denuncia. Il coraggio di esporsi. E l’inizio di un lungo percorso giudiziario.

L’uomo, Gabriel Costantin, era stato condannato in secondo grado a 6 anni e 3 mesi, pena poi ridotta in appello a 5 anni e 9 mesi. Dopo un periodo di latitanza durato circa due anni, concluso con l’arresto in Romania nel novembre 2024, sembrava che la giustizia avesse finalmente preso una direzione. Fino ad oggi.

Ad aprile 2026 arriva la decisione: domiciliari con braccialetto anti-stalking. Un dispositivo che dovrebbe segnalare eventuali avvicinamenti e garantire una distanza di sicurezza, ma per Chiara non è protezione. “Non lo accetto, non voglio nessun dispositivo”, dice nel video. “Se dovesse mai succedermi qualcosa, mi devono avere sulla coscienza tutti quelli che hanno deciso di rimandarlo a casa”.

Parole durissime, che raccontano un senso di abbandono istituzionale. Non solo per la decisione in sé, ma per ciò che rappresenta: il ritorno, nello stesso luogo, di chi quella violenza l’ha esercitata.
“Mi è stato tolto anche quel poco di giustizia che avevo ottenuto”, aggiunge.

Nel suo sfogo, Chiara parla anche di episodi avvenuti durante la detenzione, compresa un’aggressione a un compagno di cella. Elementi che, ai suoi occhi, rendono ancora più incomprensibile la scelta di concedere i domiciliari.

La sua storia, condivisa negli anni sui social e nei programmi televisivi, è diventata un simbolo della lotta contro la violenza di genere. Ma oggi quel racconto si incrina. Perché accanto alla battaglia, emerge la paura. Una paura concreta. Quotidiana. Paralizzante.

Voi avete idea di cosa significhi ricevere quella telefonata?
La telefonata in cui ti dicono che l’uomo che ha cercato di ucciderti, che per cinque anni ti ha massacrata, mandata in ospedale, umiliata, possa tornare libero, nella stessa città in cui tu vivi, nella stessa casa, teatro delle violenze. Nella stessa vita che tu stai ancora cercando di ricostruire.
No, non potete averne idea.
Io quella paura l’ho sfiorata una volta sola. Mi è bastata. Da quel momento ho capito cosa significa non essere più libera. Non mentalmente. Non davvero.

Significa uscire di casa e guardarti intorno. Sempre. Significa avere addosso un allarme, lo spray al peperoncino, qualsiasi cosa possa darti l’illusione di poterti difendere. Significa vivere con un pensiero fisso: “E se succedesse di nuovo?”
Questa non è più vita, diventa solo sopravvivenza.
E allora io mi domando: com’è possibile che non si capisca?
Le donne sono vittime due volte. La prima per mano del carnefice. La seconda per mano di chi decide che quel carnefice può tornare libero.
“Ma c’è il braccialetto elettronico”, diranno.
Non basta. Non è mai bastato.

Lo abbiamo visto, lo abbiamo raccontato, lo abbiamo pianto troppe volte. Le storie iniziano sempre allo stesso modo. E troppo spesso finiscono nello stesso modo.
Io sono anni che racconto i femminicidi. So come iniziano. So come finiscono.
E la cosa più dolorosa è questa: spesso sono morti annunciate.
Allora la domanda è una sola: perché continuiamo ad arrivare sempre dopo?
Perché le misure arrivano quando la violenza è già esplosa, quando il danno è già stato fatto, quando la paura è già diventata una condanna a vita?

Servono misure preventive. Servono scelte coraggiose. Serve capire che la protezione non può essere affidata a un dispositivo.
Perché ci sono violenze da cui si sopravvive.
E violenze da cui non si torna.
Le lacrime di Chiara Balistreri non sono solo le sue. Sono quelle di tutte le donne che oggi, in questo Paese, vivono con la paura addosso.
E dovrebbero farci fermare.
Dovrebbero farci riflettere.
Dovrebbero farci cambiare.

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