Beatrice, morta a due anni: l’orrore nascosto dentro casa

Nuovi arresti e accuse aggravate per la morte della piccola Beatrice. Una storia che interroga tutti noi sul silenzio e sull'indifferenza

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Irene Vella

Giornalista, Storyteller, Writer e Speaker

Scrive da sempre, raccogli emozioni e le trasforma in storie. Ha collaborato con ogni tipo di giornale. Ha fatto l'inviata per tutte le reti nazionali. È la giornalista che sussurra alle pasticcerie e alla primavera.

Si svolgeranno oggi, 3 giugno, gli interrogatori di convalida per Emanuela Aiello, 43 anni, ed Emanuel Iannuzzi, 42, indagati per la morte della piccola Beatrice, la bambina di appena due anni trovata senza vita a Bordighera il 9 febbraio scorso.
Entrambi si trovano in carcere, la posizione giudiziaria dei due si è aggravata nelle ultime ore: l’accusa iniziale di omicidio preterintenzionale contestata alla madre è stata infatti modificata in maltrattamenti aggravati che hanno provocato la morte della minore, reato contestato in concorso anche al compagno della donna.

Secondo quanto emerso dalle indagini coordinate dalla Procura di Imperia, la morte della bambina sarebbe arrivata al termine di una lunga sequenza di violenze e maltrattamenti. Un quadro drammatico ricostruito attraverso le testimonianze delle due sorelle maggiori della piccola, di sette e nove anni, oggi inserite in una struttura protetta.

Le bambine hanno raccontato che già la sera del 7 febbraio Beatrice stava male. Avrebbe vomitato più volte, urlato dal dolore e mostrato evidenti segni di sofferenza. La sorella maggiore ha riferito agli inquirenti di aver sentito la piccola piangere mentre si trovava sola con il compagno della madre e di aver tentato inutilmente di richiamare l’attenzione degli adulti presenti.
Il mattino successivo la situazione sarebbe precipitata. Secondo la testimonianza della bambina, Beatrice perdeva sangue dal naso, aveva gli occhi chiusi e la testa che cadeva in avanti senza controllo. Nonostante le sue condizioni apparissero gravissime, nessuno avrebbe chiamato i soccorsi.

ANSA
Emanuela Aiello ed Emanuel Iannuzzi

Gli investigatori ritengono che la piccola sia morta nell’abitazione di Perinaldo, dove la famiglia aveva trascorso la notte. Solo successivamente il corpo sarebbe stato trasportato in auto fino all’abitazione della madre a Bordighera, dove venne inscenata una richiesta di aiuto al 118 quando ormai la bambina era già deceduta da diverse ore.

Determinanti per le indagini sono state le dichiarazioni delle sorelle, le immagini delle telecamere di sorveglianza e il contenuto dei telefoni sequestrati. Secondo la Procura, esisterebbero fotografie che mostrano Beatrice con evidenti lividi sul volto e persino un video in cui la bambina viene costretta a fumare una sigaretta mentre gli adulti presenti ridono delle sue reazioni.

I carabinieri del Ris hanno inoltre rinvenuto tracce di sangue nell’auto della madre e nell’abitazione di Iannuzzi. L’autopsia ha evidenziato lesioni compatibili con un trauma cranico e altri segni di violenza, mentre gli accertamenti medico-legali sono ancora in corso.
Per la Procura il quadro che emerge è quello di maltrattamenti sistematici culminati nella morte della bambina. Un’accusa che, se confermata, potrebbe portare a pene fino a 24 anni di reclusione.

Per giorni ho evitato di leggere questa storia, l’ho fatto perché, dopo anni passati a raccontare violenze, femminicidi e tragedie familiari, avevo paura di conoscere i dettagli della vita di questa bambina prima della sua morte.
Poi la notizia è rimbalzata ovunque e alla fine ho letto.
E sono rimasta senza parole.
Perché ci sono storie che fanno male in un modo diverso. Storie davanti alle quali non riesci a trovare una spiegazione che abbia un senso.
I figli non chiedono di venire al mondo.
E i bambini, insieme agli anziani e agli animali, sono gli esseri più indifesi che esistano.
Per questo sapere che una bambina di due anni sarebbe stata picchiata, umiliata, fotografata dopo le violenze, addirittura costretta a fumare mentre gli adulti ridevano, lascia addosso qualcosa che assomiglia alla vergogna.

La vergogna di appartenere alla stessa specie di chi riesce a fare una cosa del genere.
So bene che non tutti sono così. So bene che la maggioranza delle persone ama, protegge e si prende cura dei bambini.
Ma questo non cancella la domanda che continua a ronzarmi in testa.
Come è possibile?
Come è possibile che nessuno abbia visto?
Come è possibile che nessuno abbia sentito?
Come è possibile che una bambina venga maltrattata per tanto tempo senza che qualcuno riesca a salvarla?
Quando accadono tragedie simili, il primo riflesso è sempre quello di cercare un colpevole in più. Gli assistenti sociali, la scuola, i vicini, le istituzioni.

La verità è che ogni storia è diversa e le responsabilità vanno accertate caso per caso.
Ma una domanda resta legittima: quali segnali sono stati ignorati?
Perché quando un bambino vive nella violenza, quasi mai la violenza arriva all’improvviso. Lascia tracce. Lascia ferite. Lascia richieste d’aiuto che spesso non hanno parole.
E poi ci sono le sorelline.
Due bambine che hanno assistito agli ultimi momenti di vita di Beatrice e che hanno raccontato agli inquirenti ciò che avevano visto.
La parte più dolorosa di questa vicenda forse è proprio questa: gli adulti che avrebbero dovuto proteggerla sono diventati, secondo l’accusa, coloro dai quali avrebbe dovuto essere protetta.

Per un adulto fuggire da una situazione di violenza è difficile.
Per una bambina di due anni è impossibile.
E allora oggi resta soltanto un’enorme amarezza.
Perché Beatrice non tornerà.
Perché nessuna sentenza potrà restituirle gli anni che le sono stati negati.
E perché ci sono parole che non potrà mai sentire.
Quelle che ogni società civile dovrebbe sussurrare davanti a una tragedia come questa:
“Perdonaci. Non siamo arrivati in tempo.”
E forse è proprio questo che fa più male di tutto.

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