Riccarda Casadei cerca giovani talenti: “Portateci una canzone”

Dalle lettere battute a macchina per il padre alla guida di Casadei Sonora, Riccarda racconta la sua vita incredibile e apre le porte ai giovani, alla ricerca di un "Geolier romagnolo"

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Irene Vella

Giornalista, Storyteller, Writer e Speaker

Scrive da sempre, raccogli emozioni e le trasforma in storie. Ha collaborato con ogni tipo di giornale. Ha fatto l'inviata per tutte le reti nazionali. È la giornalista che sussurra alle pasticcerie e alla primavera.

Nel dopoguerra, a casa Casadei si mangiava il pancotto. Quando Riccarda protestava perché a tavola c’era sempre la stessa minestra, suo padre Secondo faceva finta di servire un pollo arrosto. Il petto a suo fratello Piero, l’ala alla mamma. A lei la coscia, perché era quella che le piaceva di più. A distanza di decenni, Riccarda ricorda ancora che le sembrava davvero di sentirne il profumo.

Anni dopo, quando il successo di Romagna mia portò l’orchestra fuori dalla Romagna e le lettere cominciarono a moltiplicarsi, quel padre la «assunse» come segretaria. Lui dettava, lei batteva a macchina. La vigilia di Natale suonavano insieme, lui al violino e lei al pianoforte. Se lo spartito era troppo difficile, il babbo glielo riscriveva. Riccarda rimase alla segreteria anche dopo la sua morte, nel 1971, e per anni lavorò dietro le quinte. In questa intervista racconta che, in cuor suo, le sarebbe piaciuto dirigere l’orchestra. Allora si dava per scontato che a farlo dovesse essere un uomo. «Chissà come sarebbe andata», dice oggi.

Da quelle lettere alla guida delle edizioni musicali Casadei Sonora ci sono decenni di lavoro e un’immagine che dice molto di come si faceva impresa in quella casa. Un tavolo lungo, più di dodicimila buste di spartiti da preparare e, quando c’era fretta, anche i vicini e le suore del convento a dare una mano. Oggi, a Savignano sul Rubicone, Riccarda apre la porta a chi ha una canzone o anche soltanto un’idea e cerca qualcuno con cui parlarne.

Riccarda, prima dell’imprenditrice c’è una bambina cresciuta con la musica di suo padre, Secondo Casadei. Che cosa sognava di diventare? E quando ha sentito che quella storia di famiglia poteva diventare anche una sua scelta?
“Sono del ’41. Quando avevo 3-4 anni c’era ancora la guerra, ma io ricordo un’infanzia felice. Il babbo era buono, tenero, sempre sorridente. Anche nei periodi più duri riusciva a farci stare sereni. Nel dopoguerra c’era una gran fame e la mamma ci dava il pancotto, pane con l’acqua e l’olio, quando c’era. Io protestavo: “Mamma, ma sempre il pancotto?”. Il babbo ci ricordava che c’era chi non aveva nemmeno quello. Poi faceva finta di portare in tavola un pollo arrosto. “Senti che profumo! A te, Riccarda, la coscia”. Sapeva che mi piaceva. A mio fratello Piero dava il petto, alla mamma l’ala. A me sembrava davvero di sentire il profumo e perfino di mangiarlo.
Dopo Romagna mia il lavoro aumentò in maniera impressionante. L’orchestra cominciò ad andare fuori dalla Romagna, la gente telefonava, scriveva. Avevo fatto la terza media e frequentavo l’Istituto musicale Corelli a Cesena. Il babbo mi “assunse” come segretaria. Lui dettava le lettere, io le battevo a macchina. Mi piaceva così tanto che non mi sembrava neanche di lavorare. E la vigilia di Natale suonavamo insieme Tu scendi dalle stelle,  lui al violino e io al pianoforte. A volte mi riscriveva lo spartito per farmelo suonare più facilmente”.

Riccarda Casadei
Riccarda Casadei e la sua famiglia

Portare il cognome Casadei significa ricevere un’eredità importante, ma anche confrontarsi con molte aspettative. Qual è stata la decisione in cui ha sentito di mettere davvero la sua firma, assumendosi il rischio di fare qualcosa di diverso da ciò che gli altri si aspettavano?
“Dopo il 19 novembre del ’71, la data della sua morte, la prima cosa da fare, in assoluto, era mandare avanti l’orchestra. In quel momento era alle stelle. Sarebbe stato davvero un peccato fermarsi proprio allora. Per me fu naturale restare alla segreteria. Poi arrivò Raoul (suo cugino, figlio di un fratello di Secondo, ndr)  e io continuai a occuparmene per tanti anni. È stato un periodo che ho vissuto intensamente seppur, per indole, sempre dietro le quinte. A volte penso che avrei potuto fare di più. Di sicuro ci ho sempre messo una grande passione. Il rischio di qualcosa di diverso? Non ci ho mai pensato perchè quello che c’era da custodire e tramandare era già un’enormità. Non serviva davvero inventarsi altro”.

Che cosa ha significato, nella sua esperienza, essere una donna alla guida di un’impresa musicale? Ricorda un momento in cui ha dovuto farsi valere, difendere un’intuizione o conquistare una fiducia che sembrava più facile accordare a un uomo?
“Vi svelo un segreto: in cuor mio, pur conoscendo tutti i miei limiti, mi sarebbe piaciuto dirigere l’orchestra. Allora si dava per scontato che a portare avanti un’orchestra dovesse essere un uomo. Una donna, si pensava, aveva una famiglia da crescere e dunque non poteva essere il palcoscenico il suo destino. C’erano anche questioni tecniche che forse avrei fatto fatica ad affrontare. Però, lo ammetto, il pensiero mi ha sfiorata. Chissà come sarebbe andata.
Se devo pensare alle donne nel mondo delle orchestre di quel tempo il primo nome che mi viene in mente è quello di Arte Tamburini. Aveva diciassette anni quando entrò nell’orchestra, nel ’52. Ricordo il titolo del Resto del Carlino, che parlava di “scandalo rosa”. Una donna al canto, dieci uomini sul palco. Bastò quello per creare un enorme clamore”.

Un’impresa di famiglia entra inevitabilmente anche nella vita privata. C’è stato un periodo in cui tenere insieme lavoro, affetti e responsabilità le è costato particolarmente? Che cosa l’ha aiutata a ritrovare la voglia di continuare?
“Sono stata fortunata. Avevo la segreteria al piano di sotto e la mamma pensava alla casa. Io potevo dedicarmi quasi del tutto all’ufficio. Poi, almeno due volte all’anno, c’erano le grandi spedizioni. Si metteva un tavolo lungo di sotto e si preparavano le buste con la musica da spedire. Erano più di dodicimila. Quando c’era una spedizione urgente venivano a darci una mano anche i vicini e le suore del convento. Tutti, davvero. Oggi viviamo una realtà molto diversa, i riflettori si sono inevitabilmente spostati altrove ma, oggi come ieri, non ho mai avuto dubbi su quale dovesse essere la mia missione: tramandare alle nuove generazioni il lascito artistico di mio padre”.

Oggi lei invita i giovani a bussare alla porta di Casadei Sonora. Se arrivasse una ragazza con una canzone e la paura di non essere abbastanza brava, che cosa le direbbe?
“Le direi di non tirarsi indietro. Perché il talento il pubblico lo sente, al di là del genere. Per questo non dovrebbe aver paura. Le svelo un aneddoto su Arte Tamburini. Un giorno andò dal babbo chiedendogli se durante le serate poteva salire sul palco in minigonna. Mio padre amava le donne, sono decine i brani che ha composto intitolandoli con un nome femminile. Penso ad Adriana, Zaira, Nadia e tante altre, ma lui le amava platonicamente, soprattutto per il loro talento. Ebbene, rispose ad Arte che no, era meglio che lei si facesse apprezzare per il suo talento anziché per le gambe. Ecco a una giovane di oggi risponderei così: il pubblico va incantato per ciò che abbiamo dentro e non, come avviene oggi, per una forma o un’esteriorità. Ma sa che cosa mi piacerebbe che qualcuno inventasse? Un melodico romagnolo, come c’è il melodico napoletano. Chissà, magari prima di passare a miglior vita, un Geolier in ‘salsa romagnola’ sul palco di Sanremo mi farebbe felice”.

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